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PREMESSA
Pier Paolo Pasolini: un impegno scandaloso di pace
Il poeta e cineasta Pier Paolo Pasolini è senza dubbio uno dei personaggi più brillanti, complessi e contraddittori dell'Italia del ventesimo secolo: Ateo in cerca di zone sacre del mondo, comunista "per istinto di conservazione" senza tessera del partito, sostenitore blasfemo di originari valori cristiani, omosessuale, trasgressivo, scandaloso. Non solo la sua gigantesca opera artistica, ma anche la serie incessante di provocazioni e scandali e la sua tragica morte si sono impressi indelebilmente nella memoria collettiva. La trilogia dei convegni goriziani per la pace conclude in dicembre 2004 con un omaggio a Pier Paolo Pasolini, di cui ricorre il trentesimo anniversario della morte nel 2005. Se in generale per pace s'intende l'assenza di conflitti e se il pacifista è uno che vuole mantenere la pace ad ogni costo, allora sembra difficile leggere il sobillatore Pasolini sotto il segno della pace, almeno a prima vista. Per la sua eccezionale capacità di essere sempre contro, egli ha aggravato conflitti ancora latenti e ha fatto crollare molti castelli di carte costruiti su consensi precari. Ma il suo impegno totalizzante non è dovuto a un piacere di dolore e confusione. Il suo impegno è invece un'appassionata e perciò dolorosa critica di uno sviluppo sociale e linguistico. Le accuse e le profezie di Pasolini si dirigono verso l'illusione di una pace finta: l'ingannevole pacificazione del mondo per il consumo e il suo potere culturale e strutturale. Pasolini ha cominciato come poeta, ed è sempre rimasto poeta, anche se ha utilizzato altri mezzi d'espressione: le forme epiche, la saggistica, le immagini, l'eccesso, lo scandalo, la provocazione, la trasgressione. Tutta la sua produzione è messa in moto dall'utopia di un modo di vivere autentico e primordiale, "il sogno di una cosa". Nel cuore della sua creatività si trova la passione, "un allucinato, infantile e pragmatico amore per la realtà", il quale dai primi anni friulani si manifesta in un amore per le persone umili. Oltre all'analisi poetica del dramma del proprio io e della propria diversità, la sua opera è dedicata agli strati dimenticati ed innocenti dell'umanità: dopo il cosmo arcaico dei contadini friulani vengono le borgate romane e infine l'Africa. Ma Pasolini parla sempre da un punto storico posteriore alla perdita del paradiso: ormai il sacro si manifesta soltanto nella dissacrazione d'ogni valore, mentre la redenzione è possibile solo attraverso la dannazione. Al poeta non resta che distruggere i miti del progresso nominandone i danni: lo sradicamento della generazione giovane, l'omologazione culturale e linguistica, l'inquinamento ecologico. L'amore si trasforma in rabbia. E l'unico linguaggio in cui riesce a far vedere le contraddizioni tra la stupenda superficie pubblicitaria e l'interno marciume del suo tempo, è difatti il linguaggio della provocazione. A proposito dello scontro tra polizia e studenti
nella facoltà d'architettura a Roma nel 1968 Pasolini scrive: "Avete
facce di figli di papà…Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a
botte / coi poliziotti / io simpatizzavo coi poliziotti! Perché
i poliziotti sono figli di poveri". Come appassionato e coraggioso pamphlet
contro l'abuso del potere della classe politica e contro l'oppressione
del singolare, del diverso e del dimenticato, l'opera di Pasolini in fin
dei conti è tuttavia un impegno di pace. In una delle sue ultime
poesie Pasolini si rivolge a un giovane fascista al quale affida in una
sorta di testamento la continuazione del suo impegno: "Prenditi tu, sulle
spalle, questo fardello. Io non posso: nessuno capirebbe lo scandalo. Un
vecchio ha rispetto del giudizio del mondo: anche se non gliene importa
niente. E ha rispetto di ciò che egli è nel mondo. Deve difendere
i suoi nervi, indeboliti e stare al gioco a cui non è mai stato.
Prenditi tu questo peso, ragazzo che mi odii: portalo tu. Risplende nel
cuore. E io camminerò leggero, andando avanti, scegliendo per sempre
la vita, la gioventù".
Ricarda Francesca Gerosa
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