."Pagine
corsare"
I
processi
.
Il processo
a Pino Pelosi per l'assassinio
di Pier Paolo Pasolini
.
Interrogatori
dell'imputato Pino Pelosi
del 5, 13, 15 novembre
e del
9 dicembre 1975
|
INTERROGATORIO DEL 5 NOVEMBRE
1975
«Sono Pelosi Giuseppe
di Antonio e di Paoletti Maria, nato a Roma il 28.6.1958, residente a Setteville
(Guidonia) via (...), panettiere, ho frequentato la 2/a media, già
tre volte arrestato e in istato di libertà provvisoria; inteso “Pelosino”.
[ ... ]»
Interrogato in ordine
al rapporto della Squadra Mobile di Roma in data 3.11.1975 e al capo di
imputazione risultante dall’ordine di cattura, contestatogli in data 2.11.1975,
emesso dal Procuratore della Re-pubblica di Roma, risponde:
«Mi trovavo in compagnia
dei miei amici Claudio Seminara, Adolfo De Stefanis, e di tale Salvatore
di cui non conosco il cognome e che la S.V. mi dice chiamarsi Deidda, anche
se io non ho mai sentito chiamarlo con tale cognome.
Sono stato in compagnia
degli stessi la mattina in via Lanciani a conversare del ballo che doveva
aver luogo nel pomeriggio verso le 15.30 o le 16 in casa di un nostro amico
di nome Sergio - di cui non ricordo il cognome - annesso al quale vi è
il forno gestito dallo zio di tale Sergio. Infatti verso le ore 15 ci siamo
incontrati in via Lanciani e siamo andati a ballare in detto locale. Siamo
andati da soli e non in compagnia di ragazze che potevamo benissimo trovare
nello stesso locale, come è avvenuto una prima volta in precedenza.
Siamo rimasti nel locale da ballo fino alle 19 o alle 19.30. Quindi a bordo
della mia ‘Fiat 850”, pilotata da Seminara Claudio, in possesso di patente,
abbiamo accompagnato alcuni amici al cinema, o meglio abbiamo seguito alcuni
amici che si recavano a piedi al cinema “Bologna”, dove era programmato
il film A tutte le auto della polizia. Quindi abbiamo proseguito,
sempre in macchina, avviandoci verso il centro e precisamente in piazza
Esedra, dove al cinema “Moderno”, o “Modernetta”, se ben ricordo, veniva
programmato lo stesso film».
A domanda risponde:
«Non abbiamo visto
il film al cinema “Bologna” perché volevamo portarci verso il centro
per aver modo di circolare un poco sulla macchina. Era appena incominciato
il 2° tempo del film quando siamo entrati nel cinema tutti e quattro,
e potevano essere circa le ore 20.10-20.15. In verità non posso
dire, perché la memoria non mi aiuta, se è stato quella sera
che siamo andati al cinema “Modernetta” o “Moderno” a vedere “A tutte le
auto della polizia”, ovvero ci siamo recati in quel cinema la sera prima.
Forse la sera del delitto, arrivati in piazza dei Cinquecento siamo andati
in giro a piedi per la piazza a passeggiare dopo aver parcheggiato la macchina
al marciapiedi antistante al bar sito all’angolo di via Einaudi, o meglio,
poiché non ricordo il nome di detta via, si tratta di un bar-tabacchi
che sta proprio all’angolo dove la strada gira per piazza Esedra. Faccio
presente che i miei ricordi sono molto confusi dato che sono ancora scosso
per l’accaduto e sogno ancora “quello lì” tutte le notti. Mi ricordo
però esattamente di essere entrato nel bar insieme a uno dei tre
amici, che non so individuare, dato il ricordo confuso che ho della circostanza,
e lì ho consumato una tazza di the. Uscito dal bar, per dieci minuti
mi son messo a conversare con Claudio Seminara, e mentre conversavo ho
notato un gruppo di tre o quattro ragazzi, tra cui vi era anche uno dei
miei tre amici, e del quale non so specificare l’identità, che parlavano
con un uomo che se ne stava dentro un’autovettura “GT’ di colore metallizzato.
Non ricordo precisamente l’ora in cui ho notato il gruppo di persone conversare
con lo sconosciuto che se ne stava dentro la macchina e col quale conversava
anche il mio amico. Sono rientrato di nuovo nel bar, da solo, per consumare
un altro tè, e quando sono uscito sul marciapiedi ho notato che
l’autovettura metallizzata con l’uomo al posto di guida, che avevo visto
prima, rasentando il marciapiedi si avvicinava verso di me. Quindi, facendomi
un gesto con la mano per farmi avvicinare, mi diceva le testuali parole:
“Vuoi venire con me a fare un giro che poi ti faccio un regalo?”. Io, aderendo
all’invito, sono entrato in macchina mettendomi a sedere al suo fianco.
L’uomo mi ha chiesto: “Dove vogliamo andare?”. Io gli ho risposto: “Dove
vuoi”. Infatti la macchina si è avviata in direzione di via Nazionale.
Lungo il percorso mi ha interpellato dicendomi: “Che cosa vogliamo fare?
Che programmi hai?”. Io risposi che avevo fame e volevo mangiare. Al che
lui replicò che conosceva un trattoria: anche se era tardi, lui
era cliente, e si poteva andare a mangiare anche a quell’ora. Ho proposto
all’uomo di ritornare al bar per prendere le chiavi di casa e della mia
macchina che avevo affidate al mio amico Claudio. Lui è rimasto
contrariato dalla mia richiesta, dato che eravamo un poco distanti dalla
Stazione e dovevamo tornare indietro fino al bar. L’ho convinto però,
e siamo ritornati al bar. Ho chiesto allora le chiavi di casa e dell’auto
al Seminara, dicendogli che andavo in compagnia dell’uomo con la macchina
metallizzata, senza dirgli dove andavo e aggiungendo altresì che
se avessi fatto tardi poteva prendere la macchina, dato che aveva altre
chiavi, e che poteva lasciarla sotto casa sua dove io l’avrei presa. Ho
sentito una persona che ad alta voce mi avvertiva di non andare con l’uomo
della macchina. Dal timbro della voce però non si trattava di uno
dei miei tre amici, che mi dava l’avvertimento. Intanto l’uomo dall’interno
dell’autovettura, che si trovava distante dai miei amici circa una quindicina
di metri, mi faceva segno con la mano di affrettarmi.»
A domanda risponde:
«Per la verità
ho sentito anche un’altra voce, che incrociandosi con la prima, e sovrapponendosi
alla stessa, non mi ha dato l’opportunità di seguire il senso delle
parole. Questa voce, però, apparteneva a uno dei miei amici. Non
mi sono girato per dare una risposta alle voci che mi giungevano alle spalle
e mi sono affrettato a raggiungere l’uomo che mi aspettava. L’uomo mi ha
portato in una trattoria sita nei pressi della Basilica di San Paolo e
dove non ero mai stato prima di allora, né la conoscevo per sentito
dire. Ricordo che l’uomo, mentre si avviava con la macchina verso la trattoria,
mi ha detto che era un po’ tardino, dato che erano le 23. Non ricordo però
se nell’indicare l’ora ha guardato l’orologio. Durante il percorso dalla
Stazione alla trattoria l’individuo mi ha chiesto se lavoravo e che genere
di lavoro facessi. Alla mia risposta che dovevo andare a lavorare il prossimo
lunedì in una salumeria, che dovevo alzarmi presto per raggiungere
il posto di lavoro da “Setteville” alla “Storta”, l’uomo ha ammesso che
si trattava di un lavoro faticoso, date le ore scomode di partenza e di
arrivo e la distanza da percorrere. Contemporaneamente mi toccava con la
mano destra i genitali, e poiché io gli resistevo, respingendo la
mano, egli insisteva dicendomi: “Dai, stacci che poi ti darò 20.000
lire, e adesso ti porto anche a mangiare”. lo mi trovavo senza una lira
e l’ho lasciato fare. Entrati in trattoria mi sono accorto che l’uomo era
un buon cliente dato che era ossequiato e salutato dal padrone e dai camerieri
e che, anche se era tardi e la trattoria era senza clienti, il gestore
si premurò subito a ordinare la mia richiesta di un piatto di spaghetti
all’olio e peperoncini e il petto di pollo con una birra. L’uomo non cenò,
dicendo che aveva già mangiato e si limitò a bere un bicchiere
di birra.
Alla fine del pasto l’uomo
tirò fuori una banconota da 10.000, che io notai distintamente,
però non posso precisare a quanto ammontasse il conto. Dopo di che
siamo risaliti in macchina, dirigendoci sulla via vecchia di Ostia e dopo
circa un chilometro ci siamo fermati a un distributore automatico, e precisamente
vicino all’Alfa Romeo di San Paolo. Sono sceso anch’io aiutandolo a far
benzina, e mentre lui teneva in mano la pompa, io infilavo 4.000 lire nella
cassetta della colonnina, che lui mi aveva consegnato. Mentre la macchina
si avviava sulla vecchia strada di 0stia, l’uomo mi ha fatto presente che
si dirigeva verso Ostia dicendomi che conosceva un posticino dietro un
campetto di calcio. Infatti la macchina scantonava per una traversa dirigendosi
verso un campetto e poi proseguiva per una stradetta e quindi camminando
ancora un poco per un prato si è fermata vicino a una rete di recinzione,
“con la parte anteriore verso la rete metallica”. La zona era completamente
al buio e a me era perfettamente sconosciuta. A questo punto l’uomo mi
slacciava i pantaloni tirandomi fuori i genitali e mettendosi in bocca
il mio pene facendomi un “pompino” per poco tempo. Io però “non
me ne sono venuto”.
Quindi l’uomo mi ha proposto
di scendere dalla macchina per prendere un poco di aria; al che ho risposto
che sentivo freddo ma ho finito per acconsentire. Infatti mi sono diretto
verso la rete seguito dall’uomo che improvvisamente mi poneva le mani sul
didietro. Preciso però che prima di mettermi le mani sul didietro
l’uomo è venuto addosso a me accostandomisi tutto col bacino e ponendo
la sua verga sul mio didietro. Io lo ho scansato, e fu a questo punto che
lui mi ha messo le mani sul didietro. Ancora una volta gli ho tolto le
sue mani dal mio culo. Allora l’uomo, chinandosi per terra, ha raccolto
un paletto ponendolo contro il mio sedere. Ho scansato ancora una volta
l’individuo e sono scappato, inseguito però dal medesimo che, approfittando
del fatto che sono inciampato, mi si buttava addosso tenendo sempre in
mano il paletto e esercitando una certa pressione col paletto sul mio corpo.
Ho cercato di liberarmi della pressione afferrando con le mie mani il centro
del paletto che lui teneva, peraltro, alle estremità con entrambe
le mani. Sono riuscito a respingerlo all’indietro con una forte spinta,
facendolo cadere col sedere a terra e approfittando della circostanza sono
scappato, scivolando però dopo una breve corsa nel fango, sfavorito
dal fatto che le mie scarpe avevano il tacco alto. L’uomo mi ha raggiunto
e, mentre stavo per terra, mi ha cominciato a menare con il paletto alla
testa, alle tempie, al ginocchio, e vibrandomi un pugno al naso, mentre
mi intimava di non strillare e di fare quello che voleva lui. Ciò
nonostante sono riuscito a sollevarmi in ginocchio, ad afferrarlo poi per
i capelli per aiutarmi ad alzarmi del tutto e poi gli ho sferrato due calci
o due ginocchiate, non ricordo bene, alla faccia o al petto. Malgrado
i colpi l’uomo si è ripreso e si è iniziata allora una colluttazione
tra noi due: infatti io tenevo con una mano l’estremità del paletto
che lui aveva afferrato per l’altra estremità mentre con l’altra
mano ci tenevamo stretti, respingendoci reciprocamente.
L’uomo riusciva però
a liberare il paletto dalla mia mano e fu allora che io gli vibrai due
calci sui genitali, mentre lui imperterrito continuava a menare coi paletto
come se fosse impazzito. Io strillavo sempre, mentre lui mi diceva “T’ammazzo”.
Allora mi chinavo per terra, afferrando una tavoletta di forma rettangolare,
mentre l’uomo continuava a colpirmi alla spalla con il paletto. Gli vibravo
la tavoletta in testa che al primo colpo si è spaccata in due e
con il moncone che mi è rimasto in mano l’ho colpito ripetutamente
alla nuca e al collo, a casaccio. L’uomo è caduto per terra e sentendolo
rantolare sono fuggito dirigendomi verso la macchina sita a una certa distanza,
che non so precisare, e terrorizzato per l’accaduto e sanguinante mi ponevo
al posto di guida cercando di avviarla. Non ci riuscivo che dopo pochi
minuti e innestando la marcia indietro facevo a ritroso un angolo retto
con l’autovettura, innestando quindi la marcia in avanti e partendo a tutto
gas, ormai in preda al panico, dato che avevo il volto e gli occhi coperti
di sangue. Lungo il percorso non ho avvertito se le ruote della macchina
passassero sul corpo dell’uomo che giaceva a terra. Mi sono fermato a una
fontanella sita alla fine della strada per lavarmi il viso che era tutto
insanguinato come pure le mani che erano coperte di sangue. Poi sono giunto
sul lungomare di Ostia dove sono stato fermato dai carabinieri.»
A domanda risponde:
«Prima di quella sera
non avevo mai visto quell’uomo, anche se lo avevo sentito nominare. Ho
saputo dopo il fatto, non ricordo da chi, che si trattava di una persona
importante, che rispondeva a Pasolini. Né d’altra parte lo stesso
mi ha detto di chiamarsi Pasolini.»
A domanda risponde:
«Non ricordo quali
indumenti avesse indosso il Pasolini la sera del fatto. Ricordo solo che
portava occhiali scuri.»
A domanda risponde:
«Non ricordo, dato
quello che è successo, se il Pasolini si fosse tolto in macchina
qualche indumento, né posso dire se l’abbia fatto mentre io sono
sceso dalla macchina, dopo il “pompino”, per andare a orinare. Ricordo
però che, mentre guidavo la macchina del Pasolini, dopo l’accaduto,
ho notato adagiato sul cruscotto, vicino al parabrezza, un giacchetto o
un maglione. Ho notato altresì che sul sedile posteriore vi era
un montgomery o un giaccone pesante mentre i carabinieri mi portavano a
Monte Mario e io ho dato uno sguardo nell’interno dell’autovettura per
cercare le mie sigarette e l’accendino. L’autovettura “GT” si trovava nel
garage dei carabinieri.»
A domanda risponde:
«Durante la colluttazione
avvenuta quando siamo scesi dalla autovettura, vicino al reticolato, e
poi dopo, quando sono scivolato due volte per terra, il Pasolini non era
a dorso nudo ma era coperto da un indumento. Non ricordo e non so niente
della maglietta del Pasolini che è stata rinvenuta, intrisa di sangue,
e alla rovescia, sul luogo dove si è svolta la colluttazione. Null’altro
ho da aggiungere.»
INTERROGATORIO DEI 13
NOVEMBRE 1975
«Confermo integralmente
i miei precedenti interrogatori.»
A domanda risponde:
«Quella sera siamo
andati in piazza dei Cinquecento per fare una passeggiata. Io avevo in
tasca la somma di 11-12 mila lire, se ben ricordo. Tale somma però
non mi bastava per fare le riparazioni alla mia ‘Fiat 850 Coupé”.
Se mi capitava di fare quattrini in piazza dei Cinquecento con i ‘Frosci”
- come in effetti mi è capitato - io intendevo non rinunziare alle
possibili occasioni. Io non ci volevo andare ed era la seconda volta che
andavo in piazza dei Cinquecento. La prima volta, due giorni prima, ero
andato con la mia macchina e i miei amici in piazza dei Cinquecento e mentre
dormivo in macchina, dopo essere uscito dal cinema, un “Froscio” mi ha
toccato di sfuggita i genitali. La circostanza mi è stata narrata
dai miei amici il giorno dopo. Io ricordo di aver avvertito, durante il
sonno, qualcuno che mi sfiorava i genitali e aprendo gli occhi ho detto:
“Andatevene che ci ho sonno”».
A domanda risponde:
«Mentre mi trovavo
al bar e prendevo il tè, la sera del fatto - come ho in precedenza
dichiarato alla S.V. è venuto dentro al bar uno dei miei tre amici
- non so però chi fosse - mi pare Salvatore Deidda, se ben ricordo
- a dirmi che uno degli amici, cioè uno degli altri due, era stato
invitato dall’uomo che si trovava sulla macchina a fare un giro, ma lo
stesso uomo ci aveva ripensato, dicendogli che non se ne poteva fare niente
perché aveva già un appuntamento».
A domanda risponde:
«Quando sono uscito
dal bar ho visto la macchina del Pasolini muoversi lentamente e quando
ha superato la svolta che esiste vicino al bar, si è girato, ha
rallentato e si è fermato, facendomi il gesto con la mano per farmi
avvicinare. Quando mi sono accostato all’autovettura, l’uomo mi ha proposto
di fare un giro con lui. lo gli ho chiesto dove si doveva andare e l’uomo
replicando mi ha detto: “Andiamo a fare un giro che poi ti regalo 20.000
lire”. Sono salito in macchina e la macchina si è diretta verso
via Nazionale».
A domanda risponde: «Ribadisco
ancora che prima di quella sera io non avevo mai visto e conosciuto il
Pasolini. Non so se qualcuno dei miei tre amici l’avesse conosciuto prima.
Ritengo però che se qualcuno dei miei tre amici l’avesse conosciuto,
non sarebbe certamente Venuto a dirlo a me».
A domanda della difesa
risponde:
«Salvatore Deidda,
mi pare, quando entrò nel bar non mi disse che l’uomo che si trovava
nella autovettura metallizzata - e che aveva proposto di fare un giro a
uno degli altri due miei amici rimasti fuori e che poi ripensandoci non
aveva più insistito dicendo di avere già un appuntamento
- fosse il regista Pasolini».
A domanda risponde:
«Non posso dire se
qualcuno dei miei tre amici si fosse accorto del gesto del Pasolini nei
miei confronti, per invitarmi ad avvicinarmi alla sua macchina. Solo quando
ritornai a farmi dare le chiavi uno dei tre mi disse: “Che vai, con quello
del GT?”».
A domanda risponde:
«Non posso né
affermare, né escludere la circostanza narrata alla S.V. da uno
dei miei tre amici - cioè dal Seminara Claudio - che all’avvertimento
datomi che si trattava del Pasolini che era attivo e passivo io risposi
che non ne ero preoccupato perché mi era sembrato una persona per
bene. Ho sentito delle voci, ma non ho capito il senso delle parole».
A domanda risponde:
«Quando siamo usciti
dalla pizzeria sita a San Paolo, il Pasolini mi ha detto che si dirigeva
a “Ostia” senza però precisarmi esattamente il luogo. Prima di quel
momento non mi aveva indicato il posto dove mi portava».
A domanda risponde:
«Non avevo alcuna ragione
per chiedere al Pasolini di pagarmi una somma più alta delle 20.000
lire che mi aveva offerto».
A domanda del difensore
di parte civile risponde:
«Non so quanto sarebbe
venuta a costarmi la riparazione della mia ‘Fiat 850”. Credo che si trattasse
di poco, perché conoscevo il carrozziere».
A domanda risponde:
«Dopo il coito orale
avvenuto in macchina io non ritenni di chiedergli le 20.000 lire perché
pensavo che dovevo chiederle “quando avevamo finito tutto” e quando mi
riportava verso casa. Comunque non ho ricevuto le 20.000 lire. Ripeto ancora
una volta che dopo il “pompino” io non me ne sono venuto. Lui non lo so».
A domanda risponde:
«Sono stato colpito
dal Pasolini con l’asta di legno che lui aveva in mano la seconda volta,
quando sono caduto. Infatti come ho detto in precedenza alla S.V. sono
caduto due volte mentre fuggivo inseguito da Pasolini».
A domanda risponde:
«Io portavo due anelli
ognuno al dito mignolo delle mani. Non ricordo in quale dito mignolo io
portavo l’anello d’oro che ho perduto e che ho cercato in caserma. Non
so se lo portavo al mignolo della mano destra o della sinistra».
A domanda risponde:
«A sfilarlo, il detto
anello, veniva via subito, mentre l’altro anello d’argento che ho qui in
carcere mi sta stretto. Non ricordo nemmeno il dito in cui portavo l’anello
che ho qui in carcere. A volte questo lo spostavo da un mignolo all’altro
perché mi stava stretto e mi dava fastidio».
A domanda risponde:
«Non posso precisare
come ho smarrito l’anello d’oro laminato. Può darsi mentre colluttavo
col Pasolini, può darsi mentre scappavo. Se sapevo dove mi era caduto
non l’avrei chiesto ai carabinieri».
A domanda risponde:
«Non mi ricordo se
la maglietta trovata intrisa di sangue e rivoltata che apparteneva al Pasolini,
rinvenuta sul luogo dove si è svolto il fatto, se gliel’ho strappata
o se l’è levata lui stesso. Preciso che non lo so e non lo ricordo.»
INTERROGATORIO DEL 15
NOVEMBRE 1975
A domanda risponde:
«Ribadisco ancora una
volta che il Pasolini mi ha colpito con un paletto, che aveva raccolto
per terra, per la prima volta, quando, durante la fuga, sono scivolato
la seconda volta in una zona fangosa. Preciso ancora che col paletto sono
stato colpito alla testa e ho riportato la ferita alla testa che mi fu
destro, alla gamba che non so precisare, e anche alla schiena. Mi ha colpito
anche a calci e mi ha dato un pugno al setto nasale».
A domanda risponde:
«Ho reagito afferrandolo
per i capelli e vibrandogli due calci ai genitali. Poi ho raccolto
una tavoletta che era a portata di mano e gliel’ho vibrata in testa. A
seguito dell’urto la tavoletta si spezzava in due parti. Col pezzo di tavola
che mi è rimasto in mano ho continuato a colpirlo, servendomi sempre
dello stesso pezzo di legno per menarlo, e ciò fino a quando non
l’ho visto cadere. Devo però dire che nello stesso tempo il Pasolini
continuava a colpirmi col paletto di legno di cui ho parlato prima. Preciso
ancora che la zuffa tra il Pasolini e me, avvenuta dopo che sono caduto
la seconda volta, era reciproca e che io impugnavo per colpirlo il pezzo
di tavola che mi era rimasto in mano dopo la rottura, mentre il Pasolini
brandiva il paletto di cui ho già parlato. Dopo che è caduto
a terra ricordo che mi sono spaventato, non l’ho più colpito e sono
fuggito».
L’avv. Marazzita a questo
punto osserva che all’ultima domanda rivolta all’imputato dal Giudice,
dopo un certo silenzio, ha sentito il minore rispondere:
«Non mi ricordo se
l’ho colpito o no».
L’avv. Mangia contesta
l’osservazione dell’ avv. Marazzita e in vece fa rilevare che il Pelosi
ha ripetutamente insistito sulla frase:
«L’ho colpito fin tanto
che non è caduto, mentre anche lui colpiva me; l’ho sentito rantolare,
mi sono messo paura e sono scappato».
A domanda della difesa,
risponde:
«Sono stato colpito
per primo dal Pasolini dopo la seconda caduta.»
A domanda risponde:
«I due pezzi di tavola
e il paletto che sono stati ritrovati vicino alla rete metallica, in prossimità
della macchina del Pasolini, li ho raccolti io e li ho buttati verso la
rete, mentre correvo verso la macchina, preso dalla paura».
A domanda risponde:
«Non mi ricordo se,
quando ho avviato la macchina del Pasolini, ho acceso i fari. Non conosco
i comandi della macchina».
A domanda risponde:
«Mi trovavo sul lungomare
di Ostia, dove sono stato fermato dai Carabinieri, perché cercavo
la piscina del Kursal che per me sta di fronte allo spiazzale della via
Cristoforo Colombo, per andare a casa. Io non conoscevo altra strada».
A domanda risponde:
«Dopo che il Pasolini
si è accasciato a terra sono stato preso dalla paura. La zona era
buia, tremavo tutto, non conoscevo il posto e ho pensato di prendere la
macchina perché a piedi non sapevo dove andare».
A domanda risponde:
«La ‘Fiat 850 io l’avevo
acquistata, se ben ricordo, circa quattro mesi addietro, l’avevo pagata
circa 200.000 lire, trattandosi di una vecchia macchina, e mi è
stata venduta da un uomo anziano, anzi di mezza età, di cui non
so indicare le generalità. Con lo stesso però abbiamo fatto
regolare passaggio di proprietà presso l’Automobil Club».
Alla domanda del Giudice:
«Dove hai preso i soldi
per comperare l’autovettura?», l’imputato risponde: «Sono fatti
miei di cui non devo rispondere a nessuno».
E poiché il Giudice
a questo punto gli ha fatto presente che doveva dare atto a verbale della
mancata risposta, il Pelosi spontaneamente dichiara:
«I soldi della macchina
li avevo guadagnati lavorando presso mio zio che è proprietario
di un forno alla Garbatella. Ogni tanto ricevevo anche denaro da mio padre
e da mia madre e io li mettevo da parte fino a quando non ho raggiunto
la cifra che mi occorreva per l’acquisto».
A domanda risponde:
«Mio zio mi dava lire
15.000 alla settimana e ho lavorato presso di lui quattro o cinque mesi.
Facevo degli straordinari, durante gli scioperi, e mio zio mi dava un salario
più alto. Prima di lavorare nel forno ho lavorato da un carrozziere
che sta vicino San Giovanni, ma non so precisarne il periodo perché
non ricordo. Ho fatto anche l’elettromeccanico apprendista presso l’Orem
in via Tiburtina e percepivo sulle 120.000 lire al mese, e quando sono
stato licenziato ho preso circa 180.000 lire. Dopo il fornaio, mi pare,
sono andato a fare l’apprendista elettromeccanico presso la ditta Orem».
INTERROGATORIO DEI 9 DICEMBRE
1975
Interrogato in merito
alle imputazioni di cui ai due ordini di cattura, in atti, risponde:
«Mi riporto a quanto
ho già dichiarato. Aggiungo peraltro che ho sottratto l’autovettura
del Pasolini per scappare, senza intenzione di appropriarmene, e con l’intenzione
di abbandonarla quando e dove avessi recuperato la mia macchina».
A domanda risponde:
«Dopo il primo tentativo
del Pasolini col paletto io fuggii lungo la stradetta su cui fu poi rinvenuto
il corpo del Pasolini. Il fatto che sui calzoni e sulle scarpe non siano
state rilevate tracce di terra e fango può dipendere dal fatto che
io lavai alla fontanella anche le scarpe, ponendole sotto il getto d’acqua,
e che potrei essere caduto in una zona erbosa, per quanto non ricordi tale
punto».
A domanda risponde:
«Non ricordo se quando
il Pasolini mi inseguì e poi mi colpì, indossava anche la
camicia. Escludo, comunque, di aver toccato a terra o comunque spostato
la camicia: non so se questa si sia sfilata al Pasolini durante la colluttazione
o se se la sia sfilata lui stesso nell’inseguirmi. Io in quel frangente
portavo indosso il maglione rosso che è stato sequestrato».
A domanda risponde:
«Ricordo che nel corso
della colluttazione riuscii a impossessarmi del paletto che teneva il Pasolini
e con esso lo colpii più volte, in faccia e sulla testa: egli riuscì
a impossessarsi poi di nuovo del paletto e fu allora che io presi la tavoletta.
Avevo già inferto i calci in faccia e ai testicoli. Ci trovavamo
in quel momento nel punto ove presumo sia stato trovato il cadavere, poiché
di lì il Pasolini non si mosse più. Dopo i colpi infertimi
dal Pasolini mi sentivo indolenzito in varie parti del corpo. Quando rientrai
nella macchina dopo aver lasciato il corpo del Pasolini per terra, accesi
il motore, riuscii ad accendere i fari, cercai di calmarmi, o meglio rimasi
interdetto per circa un minuto, e poi partii. In quel momento ero sconvolto
per l’aggressione subita e in particolare - ciò che mi aveva oltremodo
infuriato - per il fatto che il Pasolini mostrasse di volermi introdurre
il paletto nell’ano, o meglio tale intenzione avesse mostrato. Nel tragitto
non urtai, né strusciai con la macchina da alcuna parte. Il corpo
di Pasolini era a terra e rimase a terra quando partii con la macchina.
lo comunque non lo vidi allorché con la macchina giunsi all’altezza
di quel punto che d’altronde neppure ricordavo con esattezza. Non lo vidi,
altrimenti non sarei stato così matto da montargli addosso. Pensai
solo di andarmene: non pensavo che fosse morto, ma in quel momento, poiché
il motivo preminente era quello di andare a riprendere la mia macchina,
non mi interessava la possibilità che a seguito delle ferite il
Pasolini, abbandonato, potesse morire».
A domanda risponde:
«Le fotografie apparse
nel settimanale “Gente” furono riprese in carcere a mia insaputa, mentre
io raccontavo ai miei compagni quanto era avvenuto e ricostruivo i fatti:
una sola di esse, però, si riferisce a tale racconto, ed è
quella concernente il colpo di karate al collo, che peraltro simulava un
colpo di bastone o meglio di tavoletta sferrato al Pasolini prima che egli
cadesse a terra. Le altre fotografie mi riprendono invece in atteggiamenti
estranei alla narrazione».
A domanda risponde:
«Quando Pasolini cadde
a terra, io non lo toccai più. Quando sono entrato in carcere avevo
con me 10.000 lire, come la S.V. ha controllato presso 1Ufficio matricola,
che erano di mia appartenenza. Sono alto m. 1.71 e peso circa 58-60 chili».
A domanda risponde:
«È vero che
in carcere dissi d’aver ammazzato Pasolini. Ribadisco che dissi di aver
ammazzato Pasolini poiché i carabinieri, prima di tradurmi al carcere,
mi avevano detto che avevano identificato nel Pasolini il proprietario
dell’auto. Ciò dissi verso le ore 11 a un mio vicino di cella, che
poi è uscito. Dalle ore 5, allorché i carabinieri mi portarono
a Casal dei Marmo, fino alle 11 io dormii in cella».
A ulteriore domanda dell’avv.
Mangia, risponde:
«In macchina io accesi
il motore, armeggiai per conoscere i comandi, accesi i fari, mi raccolsi
per qualche secondo, poi misi la retromarcia, e in quel momento i fari
si spensero e io tentai e riuscii a riaccenderli. Quando poi proseguii
in avanti i fari erano accesi, ma non ricordo quale tipo di luci. Ricordo
che non erano sempre visibili le buche, anche per l’erba che talora le
occultava. Non vedevo l’ora di andarmene».
A richiesta dell’avv.
Mangia, l’Ufficio dà atto che l’imputato, prima di affermare che
il colpo di tavoletta ripreso nella fotografia di “Gente” si riferisce
a un colpo da lui inferto al Pasolini, aveva detto di non ricordare esattamente.
e che poteva trattarsi sia di colpo ricevuto sia di colpo inferto.
A domanda risponde:
«La frase circa il
fatto che avevo ammazzato Pasolini la dissi al mio vicino di cella allorché
egli mi chiese per quale ragione fossi stato portato in carcere. Prima
gli risposi che era un furto d’auto, poi soggiunsi: ‘è perché
ho ammazzato un uomo, e precisamente Pasolini: tanto tra poco lo vengono
a sapere; mica sono deficienti, quelli”».
A domanda della parte
civile avv. Marazzita, l’imputato risponde:
«Dissi di aver ammazzato
Pasolini perché pensavo che per tutte le botte che gli avevo dato,
e perché era rimasto lì, fosse morto, o potesse essere morto.»
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SUL
PROCESSO
A
PINO PELOSI
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Introduzione,
di Angela Molteni
Cronologia degli eventi
processuali
Un delitto politico,
di Giorgio Galli (integrale)
L'interrogatorio dell'imputato
Pelosi del 2 novembre 1975
La
controinchiesta dell'«Europeo»
del
21 novembre 1975
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L'incredibile reo
confesso, di Paolo Berti
Pelosi e gli avvocati,
di Paolo Berti
Non si escludono ipotesi
diverse nella meccanica
dell'uccisione di Pasolini, di Duilio Pallottelli
I sei errori della
polizia, di Gian Carlo Mazzini
Il testimone misterioso,
di Oriana Fallaci
E' stato un massacro,
di Oriana Fallaci
Perizia medico-legale
sul corpo di Pasolini. Note di parte alla relazione peritale d'ufficio
La deposizione di Oriana
Fallaci al processo istruttorio
L'arringa
dell'avvocato
Guido
Calvi
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La parte civile ritira
la sua costituzione
La personalità
di Pino Pelosi
Ricostruzione dell'assassinio
La presenza di più
aggressori
La personalità
e il mondo ideale di Pasolini
"Il romanzo delle stragi"
Dalla sentenza di primo
grado, 26 aprile 1976
Dalla sentenza della
Corte d'Appello, 4 dicembre 1976
Dalla sentenza della
Corte di Cassazione, 26 aprile 1979
|
SUI
PROCESSI
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ANCHE
Cronologia, ordinata
per anno
Cronologia, ordinata
per imputazione
Documenti relativi al
processo a Pasolini, reo di vilipendio alla religione di Stato per il film
La
ricotta
Fonti di ricerca e
documentazione
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