."Pagine
corsare"
I
processi
.
Il processo
a Pino Pelosi per l'assassinio
di Pier Paolo Pasolini
.
L'arringa
dell'avvocato
Guido Calvi
24 aprile 1976
.
2/6
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[2. La personalità
di Pino Pelosi]
Pelosi è imputabile?
È capace di intendere e di volere? È maturo? La risposta,
come abbiamo visto, non può essere data intendendo per "oggetto
concreto" l'imputato, bensì il rapporto tra imputato, il suo sviluppo
psichico e il fatto criminoso.
Non vi è dubbio che,
anche a una osservazione superficiale, il Pelosi appaia un soggetto con
gravi carenze intellettive e terribili lacune etico-sociali, ma la sua
maturità, dal punto di vista giuridico, va valutata in relazione
alla comprensione dell'atto criminoso e posta nel momento in cui uccise
Pier Paolo Pasolini. Dunque, la vera e definitiva questione è se
Pelosi, allorquando uccise Pasolini, era in grado di rappresentarsi gli
effetti della propria azione e di darne comunque, e sia pure in modo informe
e primitivo, un giudizio etico-sociale.
Ebbene la risposta non può
darsi senza avere presente la ricostruzione. la dinamica e le modalità
del delitto.
Se fossimo stati di fronte
a una azione improvvisa, repentina e quasi inconsulta, ben diverse sarebbero
l'analisi e le conclusioni cui perverremmo.
In realtà, l'istruttoria
ha fornito elementi per escludere una simile ricostruzione degli avvenimenti,
ed è proprio ciò che rende più complesso e assai difficile
l'accertamento della capacità del Pelosi.
A nostro avviso, la volontarietà
dell'omicidio è stata ampiamente dimostrata, e a sostegno di ciò
sono soprattutto le perizie medico-legali, le osservazioni del nostro consulente
prof. Faustino Durante, e le stesse incerte e lacunose dichiarazioni del
Pelosi. Di ciò tratteremo in altra parte delle nostre conclusioni,
ma qui osserviamo che se quella notte del 2 novembre Pasolini fu colpito
in prossimità della sua auto, se disperato fuggì sanguinante
per oltre 70 metri, se fu inseguito e raggiunto, se qui fu di nuovo colpito,
se Pelosi tornò indietro, salì sull'auto, ripartì,
deviò ampiamente sulla sua sinistra, passò sul corpo martoriato
con ambedue le ruote, ebbene tutto ciò non solo prova la volontarietà
dell'esecuzione ma sottolinea, nella dilatazione dello spazio temporale,
pervicace e reiterata volontà omicida che non poteva essere priva
della coscienza di quanto stava accadendo e della intelligenza della reale
situazione che stava ponendo in essere.
Pelosi aveva dunque la capacità
di rappresentarsi gli effetti delle sue azioni? A nostro avviso sicuramente
sì. Ma Pelosi aveva anche la capacità di esprimere un giudizio
etico e sociale su quanto stava commettendo? Qui il discorso è più
complesso.
Il nostro consulente prof.
Luigi Cancrini ha espresso con chiarezza qual è il nostro punto
di vista e ad esso ci riportiamo.
Il Pelosi come tutti è
soggetto ad una scala di valori che l'ambito sociale nel quale egli vive
forma, e che la sua famiglia media criticamente. Ed è solamente
in relazione a un tale complesso inscindibile, individuo-famiglia-società,
che è possibile esprimere un giudizio di maturità.
Si tratta, insomma, di «riflettere
sulla possibilità di considerare "maturo" un individuo e un gruppo
che mettono in opera, nel corso dei colloqui diagnostici, comportamenti
complessivi di questo tipo e di questo livello: l'indifferenza al problema
proposto dalla sorte di un uomo, la preoccupazione centrata sul giudizio
della gente (i giornali che hanno parlato di Pino dicendo che era "soprannominato"
Rana e lui invece non rassomiglia per niente a una rana, la "famiglia esemplare"
rovinata da "quello lì"), sono l'espressione evidente di una difficoltà
grave, comune a tutto il gruppo famigliare, ad affrontare con la serenità
e il realismo propri di un comportamento maturo i fatti di cui si sta qui
discutendo. E ciò anche se è possibile ritrovare, per ognuno
di essi, spiegazioni anche convincenti all'interno di un certo contesto
socio-culturale e all'interno di quella che deve, comunque, essere considerata
come la reazione a un momento di gravissima tensione del gruppo familiare
considerato nel suo complesso».
È questo un punto
assai importante «perché sarebbe impossibile giudicare il
grado di maturità del Pelosi se non lo si valutasse all'interno
del contesto famigliare in cui egli è cresciuto e di cui, tuttora,
egli subisce gli influssi. Ben note sono infatti a tutti i moderni studiosi
dell'antisocialità giovanile, le connessioni esistenti fra il comportamento
con cui quest'ultimo si manifesta fuori della famiglia e all'interno di
questa, e l'atteggiamento fortemente contraddittorio nei confronti dei
valori e degli orientamenti generali del gruppo sociale più vasto.
Ben noto è, cioè, il fatto per cui il comportamento "antisociale"
del figlio viene a essere regolarmente appoggiato, anche se in modo abitualmente
del tutto inconsapevole, da una serie di comportamenti complessivi di un
gruppo famigliare che vive ed esprime al livello del figlio una complessiva
situazione di difficoltà nei confronti dell'ambiente sociale più
vasto».
Non è semplice esprimere
un giudizio sui comportamenti complessivi del Pelosi e della sua famiglia
inquadrati all'interno di quello che è l'attuale livello di maturità
della coscienza civile del Paese. Quali che siano le ragioni di questa
arretratezza, in ogni caso, essa va tenuta presente «soprattutto
se si tiene conto del fatto che le circostanze storiche e sociali in cui
questo gruppo ha sviluppato il suo particolare tipo di orientamento e di
valori costituiscono di fatto l'unica occasione offerta finora al Pelosi
per progettare se stesso come individuo e come cittadino».
Non è sufficiente,
quindi, proporre l'idea «per cui alla famiglia Pelosi, cioè
quella particolare famiglia incarnata da quel padre e da quella madre,
possa essere guardata come la causa di un comportamento inadeguato del
ragazzo». In nessun caso, infatti, la famiglia può essere
considerata come sistema "chiuso": «essa subisce infatti il condizionamento
dell'ambiente alle cui esigenze deve continuamente adattarsi. La dipendenza
sociale ed economica e la difficoltà di confrontare i propri sistemi
di riferimento culturali con quelli dominanti all'esterno sono le cause
più comuni di tensione tra la famiglia e l'ambiente. Specchio di
contraddizioni che crescono fuori di lei, la famiglia ripropone nel conflitto
tra padre e madre, tra genitori e figli, tutti i conflitti propri della
gestione autoritaria del potere e le difficoltà legate alla mancata
realizzazione dei suoi membri. È per questo motivo che le difficoltà
di ordine psicologico e le manifestazioni di disadattamento non si distribuiscono
a caso nella popolazione: le classi sfruttate sono sempre più colpite
di quelle al potere. Famiglie spezzate, alcolismo, tossicomanie, e manifestazioni
diverse del disadattamento giovanile possono essere studiate proprio in
questo senso come conseguenza delle pressioni di ordine socio-culturale
sopportate da zone della popolazione mantenute in condizioni abituali di
inferiorità. Osservata da questo punto di vista la famiglia può
essere considerata come un sistema di trasmissione delle pressioni esercitate
sull'individuo dall'ambiente sociale più vasto. Di questo essa infatti
non trasmette solo i valori ma anche le contraddizioni, il disagio e la
follia. È possibile dunque, al termine di tali considerazioni, guardare
alla famiglia del Pelosi come al veicolo passivo e acritico di un pregiudizio
diffuso nel più vasto ambiente sociale, un pregiudizio che tende
a connotare in termini dispregiativi il "diverso" e a veicolare nei suoi
confronti tutto il rancore, l'odio e la incapacità di rappresentarsi
obiettivi reali di critica e di protesta».
La conclusione alla quale,
sulla base delle considerazioni elaborate dal nostro consulente, perveniamo,
è che «l'immaturità e il comportamento antisociale
in cui esse si esprimono devono essere guardate come il risultato di un
processo che coinvolge l'ambiente in cui il ragazzo è cresciuto
e la complessiva immaturità delle strutture che ne hanno influenzato
lo sviluppo e che non hanno potuto occuparsi altrimenti di lui. Perché
nessuno si è preoccupato del fatto che il minore abbandonasse la
scuola? Perché nessuno è intervenuto nel momento in cui egli
accettava di prostituirsi? Che diritto si ha oggi di chiedergli conto di
un singolo gesto che costituisce il tragico epilogo di una storia possibile
solo all'interno di una società che pretende di essere matura lasciando
che i ragazzi come Pelosi affoghino nella apatia e nella indifferenza delle
sue istituzioni?»
Ecco le domande dalle quali
noi ci siamo mossi e di fronte alle quali, in questa sede, ci fermiamo
perché esse ci avviano verso spazi che non sono più patrimonio
esclusivo del diritto.
Ecco anche, però,
il nodo che occorre sciogliere e che noi, qui, abbiamo solo potuto prospettare
e valutare nei termini più obiettivi e critici che ci è stato
possibile.
Paradossalmente, sia pure
partendo da così differenti assunti, siamo giunti alle medesime
conclusioni dei periti d'ufficio. Pelosi è immaturo? Sì,
ma solo se egualmente immature sono la società che lo ha prodotto,
la famiglia che lo ha educato, e i valori che queste gli hanno proposto.
Accertare la sua maturità
sarebbe soltanto un alibi per assolvere i veri responsabili di un delitto
atroce, rinnovato e rinnovabile – sarebbe solamente un modo per dare ulteriore
validazione a un processo sociale e culturale del quale Pelosi è,
in fondo, anch'egli vittima inerme.
(segue)
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SUL
PROCESSO
A
PINO PELOSI
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ANCHE
Introduzione,
di Angela Molteni
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Pelosi del 2 novembre 1975
La
controinchiesta dell'«Europeo»
del
21 novembre 1975
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L'incredibile reo
confesso, di Paolo Berti
Pelosi e gli avvocati,
di Paolo Berti
Non si escludono ipotesi
diverse nella meccanica
dell'uccisione di Pasolini, di Duilio Pallottelli
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Il testimone misterioso,
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E' stato un massacro,
di Oriana Fallaci
Perizia medico-legale
sul corpo di Pasolini. Note di parte alla relazione peritale d'ufficio
La deposizione di Oriana
Fallaci al processo istruttorio
L'arringa
dell'avvocato
Guido
Calvi
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La parte civile ritira
la sua costituzione
La personalità
di Pino Pelosi
Ricostruzione dell'assassinio
La presenza di più
aggressori
La personalità
e il mondo ideale di Pasolini
"Il romanzo delle stragi"
Dalla sentenza di primo
grado, 26 aprile 1976
Dalla sentenza della
Corte d'Appello, 4 dicembre 1976
Dalla sentenza della
Corte di Cassazione, 26 aprile 1979
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PROCESSI
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per anno
Cronologia, ordinata
per imputazione
Documenti relativi al
processo a Pasolini, reo di vilipendio alla religione di Stato per il film
La
ricotta
Fonti di ricerca e
documentazione
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