."Pagine
corsare"
I
processi
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Il processo
a Pino Pelosi per l'assassinio
di Pier Paolo Pasolini
Un delitto politico
di Giorgio Galli
(1992)
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L'assassinio di Pier Paolo
Pasolini è uno dei molti delitti rimasti impuniti e avvolti nel
mistero che costellano la storia politica italiana. Le origini di tali
oscuri e irrisolti fatti delittuosi risalgono alla stessa genesi della
successione della democrazia rappresentativa al fascismo, e la loro intensificazione
data a partire dalla strage di Piazza Fontana (1969).
Il delitto della notte tra
l'1 e il 2 novembre, tra il giorno dei Santi e il giorno dei Morti del
cruciale 1975 (l'anno del "terremoto elettorale"), si colloca al centro
di quella seconda fase, che iniziata appunto con Piazza Fontana e con la
"strategia della tensione", si concluderà virtualmente all'inizio
del 1982 con la liberazione del generale americano Dozier rapito e tenuto
prigioniero dalle Br, evento che di fatto pose fine agli "anni di piombo".
Pasolini è una delle
personalità più emblematiche e positive della ricca cultura
italiana della seconda metà del Secolo e si tratta di una emblematicità
e di una positività che derivano dalle stesse sue contraddizioni
Per valutarla mi pare opportuno prendere spunto dall'analisi critica espressa
da una personalità rappresentativa del ceto politico dell'Italia
di fine millennio quale è il deputato socialista Ugo Intini.
Intini contesta l'esaltazione
di Pasolini in occasione del sedicesimo anniversario della sua morte apparsa
sul "Corriere della Sera" (dove il poeta e regista aveva esordito in veste
di commentatore politico e di costume), a firma di Giovanni Raboni, il
quale di Pasolini aveva ricordato «l'invettiva contro il Palazzo
della politica: una definizione e uno slogan destinati ad avere successo
e a entrare nella retorica quotidiana».
Sotto il titolo "Una lezione
artistica e non politica", Intini replica che «reso il giusto omaggio
alle qualità artistiche e umane dello scrittore, a distanza di tanti
anni ci si dovrebbe tuttavia attendere una riflessione critica... Pasolini
non ha dato una lezione né politica né sociologica. Anzi
ha rappresentato al massimo livello proprio l'impatto tra comunismo, cattolicesimo
conservatore ed elitarismo aristocratico che ha reso anacronistica parte
della cultura italiana, con conseguenze a tutt'oggi ben visibili»
("Avanti!", 5 novembre 1991). Intini sviluppa poi questo suo punto di partenza
attraverso una analisi che contiene anche apprezzamenti per talune posizioni
politiche di Pasolini («le critiche all'autoritarismo sovietico,
la solidarietà manifestata verso i poliziotti aggrediti dagli studenti
rivoluzionari del Movimento, la simpatia verso il vecchio Nenni, e il giudizio
equilibrato sul centrosinistra»).
In Pasolini erano effettivamente
presenti alcuni degli aspetti criticati da Intini. Ma l'insieme di queste
contraddizioni faceva del regista-scrittore un simbolo di quanto si mobilitava
nella società italiana in modo non anacronistico, bensì per
aprire la strada a un ulteriore sviluppo democratico - una mobilitazione
alla quale si oppose quanto di peggio esisteva nella società italiana,
dal crimine organizzato al reazionarismo sanfedista. E, a mio avviso, proprio
in quanto "simbolo" Pasolini venne colpito e ucciso.
Al dramma di questa contraddizione
culturale collettiva (l'eterogeneità delle spinte ribelli contro
il "Palazzo") se ne aggiungeva una più "personale". Prima di cercare
di individuare altrui responsabilità, occorre comprendere come in
certo modo Pasolini andò incontro alla morte e a "quella" morte,
così come in altro modo vi andò incontro Foucault (altro
critico della società detta del "capitalismo maturo", stroncato
dall'Aids contratto nei gabinetti degli squallidi bistrot di Parigi, nel
segno di una omosessualità per la quale mi sembra doloroso ma necessario
il termine "degradata").
Per Pasolini e per Foucault,
l'omosessualità non era infatti gioioso erotismo comportante affinità
culturali e sentimentali e una sostanziale pariteticità tra i partner
(ovviamente pur nella percezione della "diversità"). Si trattava
invece di una omosessualità "mercenaria", che quasi si nascondeva
a se stessa (pur essendo notoria) nel consumarsi alla periferia del sociale,
tra
"ragazzi di vita" che occorreva pagare per ottenerne le prestazioni.
Un uomo con la personalità
e la sensibilità di Pasolini certamente avvertiva questa contraddizione
(il dover "comperare" la propria "diversità"), contraddizione tanto
più marcata da quando, iniziando, per idea di Piero Ottone, la collaborazione
al "Corriere della Sera" su quei temi e in quel periodo, egli si presentava
come una sorta di "coscienza morale" dell'Italia civile contro il corrotto
potere democristiano (e non, genericamente, contro il "Palazzo della politica").
Quel tipo di omosessualità
è certamente espressione di una storia personale che mi pare ancora
difficile conoscere appieno. Come dato storico-culturale, si può
anche pensare al prezzo che la cultura maschile occidentale, eIleno-romana
e giudaico-cristiana, è quasi indotta a pagare per la repressione
del femminile.
In sostanza mi pare si possa
affermare che Pasolini andò incontro a quella morte quasi fosse
disposto a pagare il prezzo di una contraddizione che viveva drammaticamente.
E da questo punto si può partire per analizzare il delitto: da un
lato la cautela della vittima, dall'altro una sorta di predestinazione.
La cautela di Pasolini è
documentata negli atti processuali, e si era accentuata dopo una precedente
aggressione con estorsione che aveva subito. Per spiegare quello che è
accaduto, occorre partire dalla successione degli eventi. Emerge che la
prima versione - quella di Ulderico Munzi sul "Corriere
della Sera" (3 novembre 1975), presentata in base alle prime, sommarie
notizie corrisponde quasi integralmente alla versione della Corte
d'Appello circa un anno dopo (4 dicembre 1976): l'artista è stato
«massacrato» di colpi da Pelosi che «ha poi schiacciato
il suo corpo steso a terra con le ruote di una automobile»). È
questa l'ultima convinzione giudiziaria sul fatto (la successiva sentenza
della Corte di Cassazione è ovviamente limitata alla valutazione
di diritto).
Alla versione iniziale pubblicata
dal "Corriere della Sera" (Pasolini ucciso dal solo Pelosi), segue cronologicamente,
a distanza di pochi giorni, quella di Oriana Fallaci
e dell'inchiesta de "L'Europeo" (gli assassini erano più d'uno),
basata su voci e testimonianze rivelatesi prive di consistenza; la sentenza
di primo grado riprende questa interpretazione (pluralità di assassini)
sulla base di una serie di indizi. Infine, la Corte d'Appello ripropone
la prima versione contestando la validità di quegli stessi indizi.
Si può cogliere il
significato di queste successive versioni collocandole nel clima socio-politico
in cui si tennero le varie fasi del dibattito intorno all'omicidio. Pasolini
viene ucciso quando trame e complotti sono all'ordine del giorno (vedremo
come le interpreta lo scrittore), e sorgono subito sospetti circa il fatto
che sia stato un ragazzo diciassettenne da solo a uccidere un uomo robusto
e guardingo. La posizione pubblica di Pasolini fa sospettare un agguato,
e subito compare qualche scritta - "Pasolini come Matteotti" - che si collega
alle denunce della sinistra contro ipotizzate "trame nere".
(segue)
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SUL
PROCESSO
A
PINO PELOSI
VEDI
ANCHE
Introduzione,
di Angela Molteni
Cronologia degli eventi
processuali
Un delitto politico,
di Giorgio Galli (integrale)
L'interrogatorio dell'imputato
Pelosi del 2 novembre 1975
La
controinchiesta dell'«Europeo»
del
21 novembre 1975
|
L'incredibile reo
confesso, di Paolo Berti
Pelosi e gli avvocati,
di Paolo Berti
Non si escludono ipotesi
diverse nella meccanica
dell'uccisione di Pasolini, di Duilio Pallottelli
I sei errori della
polizia, di Gian Carlo Mazzini
Il testimone misterioso,
di Oriana Fallaci
E' stato un massacro,
di Oriana Fallaci
Perizia medico-legale
sul corpo di Pasolini. Note di parte alla relazione peritale d'ufficio
La deposizione di Oriana
Fallaci al processo istruttorio
L'arringa
dell'avvocato
Guido
Calvi
|
La parte civile ritira
la sua costituzione
La personalità
di Pino Pelosi
Ricostruzione dell'assassinio
La presenza di più
aggressori
La personalità
e il mondo ideale di Pasolini
"Il romanzo delle stragi"
Dalla sentenza di primo
grado, 26 aprile 1976
Dalla sentenza della
Corte d'Appello, 4 dicembre 1976
Dalla sentenza della
Corte di Cassazione, 26 aprile 1979
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SUI
PROCESSI
VEDI
ANCHE
Cronologia, ordinata
per anno
Cronologia, ordinata
per imputazione
Documenti relativi al
processo a Pasolini, reo di vilipendio alla religione di Stato per il film
La
ricotta
Fonti di ricerca e
documentazione
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