."Pagine
corsare"
I
processi
.
Il processo
a Pino Pelosi per l'assassinio
di Pier Paolo Pasolini
L'incredibile
reo confesso
di Paolo Berti
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Pasolini non è stato
ucciso da una persona sola. Lo ha scritto Oriana Fallaci sull'"Europeo"
la settimana scorsa. Ma ora persino i due difensori nominati per primi
da Giuseppe Pelosi, detto "Pino la rana", incredibile reo confesso del
delitto, si dichiarano convinti che le cose non stanno come il ragazzo
le ha raccontate ai giudici quando si è accusato. Dicono, prima
di essere estromessi dal processo, gli avvocati Tommaso e Vincenzo Spaltro:
«Noi concordiamo con le notizie date dall"'Europeo" che sul posto
del delitto c'erano altre persone. La storia raccontata dalla Fallaci ci
persuade in questo senso: noi siamo convinti che Giuseppe Pelosi non è
l'assassino, per la semplice ragione che non ha la capacità fisica
né psichica di commettere un omicidio. E anche per altri motivi».
Ribattiamo che "Pino la
rana" ha confessato, ha ripetuto la sua confessione. Non una volta soltanto
ha detto al giudice che lo interrogava: «Sono stato io, io solo,
per queste e queste ragioni, e ho fatto cosi e così».
Aggiungiamo che, a questo
punto, tra testimoni che parlano e poi ammutoliscono e si nascondono per
il terrore, tra gente che "sa", che dice di voler dire e poi al momento
di parlare se la fa addosso dalla paura e tace quasi tutto, tra avvocati
che litigano (l'altro difensore, Rocco Mangia, abbraccia infatti in pieno
la versione di "Pino la rana" e sembra puntare a farne una specie di santa
Maria Goretti) ci sembra di assistere a un film sulla mafia.
Tommaso e Vincenzo Spaltro
stanno zitti per qualche momento. Poi dicono: «Avete dato una buona
descrizione dell'atmosfera di questo delitto».
Ma il fatto è che
la confessione di "Pino la rana" fa acqua da tutte le parti e che qualsiasi
Pubblico ministero in tribunale la potrà demolire con una mano sola.
Dopo essere stato incriminato,
Giuseppe Pelosi ricevette in carcere tre telegrammi. Due erano firmati
"Giuseppe" e gli consigliavano di nominare difensori gli avvocati Spaltro.
Il terzo, che gli fu consegnato nelle prime ore della sera di lunedì
3 novembre, diceva: «Nomina tuo difensore di fiducia l'avvocato Rocco
Mangia. Ti siamo vicini. Papà e mamma». Pelosi segue entrambi
i consigli. Chi è "Giuseppe"? È un vecchio cliente degli
Spaltro, amico di certi parenti di "Pino la rana" ed egli lo conosce bene.
Ma il fatto cruciale accade
alcuni giorni dopo, venerdì 7 novembre. Nello studio degli Spaltro
si presenta un altro vecchio cliente, un omosessuale che frequenta il milieu
di piazza dei Cinquecento e del Colosseo. Dice che la verità sul
delitto è un'altra: Pasolini èstato ucciso perché
da qualche tempo ai "ragazzi di vita" andava facendo delle domande sugli
uomini che li sfruttano, sul racket degli omosessuali, insomma: sui magnaccia
dei "puttani". L'uomo se ne va (protetto nella sua identità dal
segreto professionale dei due legali) e Tommaso e Vincenzo Spaltro si guardano:
Giuseppe Pelosi durante l'interrogatorio non aveva forse dato l'impressione
di star recitando una lezione imparata male? E qui il nostro colloquio
con loro finisce, arenato sulle secche del segreto istruttorio.
Ma se Pelosi ha mentito
ai giudici, cosa è accaduto in realtà nella sanguinosa notte
tra sabato e domenica 2 novembre, giorno della commemorazione dei defunti?
Come va riscritto il copione di questo dramma? Pier Paolo Pasolini, il
poeta: è la vittima designata, l'uomo cui bisogna mettere un sasso
in bocca. Giuseppe Pelosi, detto la rana, il ragazzo di vita: è
insieme l'esca e il capro espiatorio predestinato. Gli uomini dell'organizzazione:
sono i killer che in una volta sola distruggono due vite, quella di Pasolini
e quella di Pelosi che con il ricatto, le minacce, le lusinghe costringono
ad addossarsi un ruolo infame e a scendere nella tragedia del carcere,
della condanna, della esclusione. I ruoli di Pasolini e di Pelosi sono
chiari. Ammettiamo che quelli dei killer possono essere stati anche diversi.
Possono essere stati quelli dei rapinatori: i carabinieri indagano su una
estorsione subita da Pasolini tempo fa e Oriana Fallaci nelle pagine successive
racconta i dettagli di questo fatto. Possono essere stati quelli dei "vendicatori"
della scarsa generosità e delle mancate promesse di Pasolini. "L'Europeo"
ha riferito come questo proposito fosse radicato tra i "marchettari" del
Colosseo: «Prometteva sempre mare e monti, diceva che mi avrebbe
dato una parte in un film, pagava male e poi non stava ai patti».
Passiamo al copione. Tutte
le battute recitate finora sono state del Pelosi Giuseppe, e tutte suonano
terribilmente false. Vediamole.
Prima battuta: «lo
non sapevo che l'uomo che ho ucciso fosse Pier Paolo Pasolini». «Io
non lo conoscevo, cioè lo conoscevo ma non sapevo che fosse lui».
Prima bugia: ragazzi usciti
dal carcere in questi giorni hanno raccontato che Pelosi, quando vi fu
portato sotto la semplice imputazione di furto d'auto e prima di essere
collegato all'omicidio, disse ai compagni di cella: «Ho ammazzato
Pasolini». Durante il primo interrogatorio per l'omicidio, Pelosi,
riferendosi a Pasolini, diceva continuamente: «Paolo». «Paolo
ha fatto così», «Paolo mi ha picchiato». «Paolo
voleva da me». E nel secondo interrogatorio che Pelosi comincia a
usare altre espressioni: «Quel signore», «quel tale»,
«quell'uomo», e infine «quel sadico». Dice: «Quel
sadico mi voleva massacrare. Me lo sogno di notte tutto coperto di sangue.
E mi viene da ridere».
Seconda battuta: «Io
non conoscevo la zona di San Paolo dove Pasolini mi ha portato a cena e
poi ha fatto benzina».
Seconda bugia: Giuseppe
Pelosi ha in quella zona dei parenti stretti. tanto stretti che presso
di loro, in via Cesarea 23, sono andati a rifugiarsi i suoi genitori per
sottrarsi alla caccia dei cronisti. Il distributore dove Pasolini fece
benzina è proprio nei pressi. E illecito chiedersi le ragioni di
questa menzogna? Chi propose di andare a cena da quelle parti? Pasolini
o Pelosi, che poteva aver avuto l'ordine di compiere una tappa intermedia
in un luogo noto ai margini della città per consentire il "riaggancio"
agli inseguitori che in centro correvano il rischio di perdere di vista
la macchina a un semaforo o per un altro qualsiasi contrattempo'?
Terza battuta: «Maresciallo,
ho voglia di fumare, per favore mi mandi a prendere le sigarette che ho
lasciato in macchina e, già che ci siamo, faccia guardare se trovano
il mio anello, un anello grosso con scritto "United States of America"».
Terza bugia: la scritta
sull'anello è "United States Army". La sua particolarità,
quella che lo può rendere interessante a un ragazzo di quel tipo,
è proprio nel fatto di essere un oggetto "militare". Se Pelosi è
tanto affezionato all'oggetto, se lo conosce tanto bene, come fa a sbagliare?
A parte che, come spiega Oriana Fallaci nel suo articolo, è praticamente
accertato che Pelosi non lo poteva perdere così come ha raccontato.
Quarta battuta e quarta
bugia: «Quell'uomo, quando è sceso, si è levato gli
occhiali che aveva lasciati in macchina».
Ripetizione della prima
battuta: «Non sapevo che lui fosse Pasolini».
Quinta bugia: Pelosi ammette
successivamente che nel momento in cui stava per andarsene da piazza dei
Cinquecento con Pasolini ci fu una discussione sul fatto. Un altro "corteggiatore"
gli disse: «Non andare con quello che ti fa male». Possibile
che non gli abbia detto anche chi era "quello", visto che lo conosceva?
Risponde Pelosi: «Può darsi, ho sentito qualcuno che diceva
Pa... ma il resto della parola è andato perduto nella discussione».
E verosimile?
Questa somma di evidenze,
ma anche se fossero soltanto indizi, impone che non si aspetti il dibattimento
processuale per procedere agli accertamenti e alle verifiche necessarie.
Quando il Pubblico ministero di udienza e la parte civile faranno queste
contestazioni a Pelosi, troppo tempo sarà passato, troppe prove
saranno state cancellate, troppi silenzi assicurati. Pelosi pagherà
più caro, volerà per aria uno straccio, sarà colpito
uno strumento, non il braccio che lo ha manovrato.
Le indagini di polizia hanno
avuto carenze enormi, lo raccontiamo in questo numero. La magistratura
inquirente ha ancora modo di correre ai ripari.
Frattanto non risulta che
a Pelosi sia stata posta una domanda non secondaria: nel momento in cui
scappò con la macchina e investì il corpo di Pasolini, aveva
i fari accesi o spenti? E come mai si mise a correre come un pazzo e contromano?
L'agitazione del momento, si dirà, l'ansia folle di allontanarsi
dal luogo del delitto. E vero, però c'è un "ma": da anni
Pelosi guidava senza patente una 850 e per non farsi "beccare" era di una
prudenza e di una disciplina ossessive, addirittura da "gentiluomo della
strada". Proprio nel momento in cui l'aveva fatta tanto grossa ha cambiato
comportamento?
Forse è la sesta
bugia, la bugia che fa il paio con quella dell'anello. Un altro modo per
dire: «Eccomi qua, il caso è semplice ed è chiuso:
avete un cadavere, un movente plausibile e un reo confesso». Ma per
dirlo "in conto terzi".
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SUL
PROCESSO
A
PINO PELOSI
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ANCHE
Introduzione,
di Angela Molteni
Cronologia degli eventi
processuali
Un delitto politico,
di Giorgio Galli (integrale)
L'interrogatorio dell'imputato
Pelosi del 2 novembre 1975
La
controinchiesta dell'«Europeo»
del
21 novembre 1975
|
L'incredibile reo
confesso, di Paolo Berti
Pelosi e gli avvocati,
di Paolo Berti
Non si escludono ipotesi
diverse nella meccanica
dell'uccisione di Pasolini, di Duilio Pallottelli
I sei errori della
polizia, di Gian Carlo Mazzini
Il testimone misterioso,
di Oriana Fallaci
E' stato un massacro,
di Oriana Fallaci
Perizia medico-legale
sul corpo di Pasolini. Note di parte alla relazione peritale d'ufficio
La deposizione di Oriana
Fallaci al processo istruttorio
L'arringa
dell'avvocato
Guido
Calvi
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La parte civile ritira
la sua costituzione
La personalità
di Pino Pelosi
Ricostruzione dell'assassinio
La presenza di più
aggressori
La personalità
e il mondo ideale di Pasolini
"Il romanzo delle stragi"
Dalla sentenza di primo
grado, 26 aprile 1976
Dalla sentenza della
Corte d'Appello, 4 dicembre 1976
Dalla sentenza della
Corte di Cassazione, 26 aprile 1979
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SUI
PROCESSI
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ANCHE
Cronologia, ordinata
per anno
Cronologia, ordinata
per imputazione
Documenti relativi al
processo a Pasolini, reo di vilipendio alla religione di Stato per il film
La
ricotta
Fonti di ricerca e
documentazione
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