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Alcune recensioni
a
RoGoPaG
allegate al fascicolo
processuale
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"La settimana Incom" - 3
marzo 1963
LO SPETTATORE
La fame del protagonista.
La ricotta di Pasolini
è l'episodio più riuscito
di RoGoPaG, il
film girato da quattro registi.
Cronaca cinematografica
di Tullio Kezich
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Nel bellissimo libro dedicato
a Mamma Roma (edizioni Rizzoli), che Orson Welles tiene fra le mani
nell'episodio pasoliniano di RoGoPaG, c'è uno sfogo dell'autore
degno di attenzione: "Penso che il più grave difetto della critica
cinematografica", confida Pasolini al megafono "sia quello di mancare di
gusto filologico. Essa è una critica tutta sensibilità, di
fondo idealistico, superata sia all'università che fuori dall'università,
da molti anni, da almeno venti, trenta anni. E, quando non è idealistica,
allora è critica marxistica, schematica, di contenuto, dei giornali
di sinistra. In tutti e due i casi manca completamente la filologia. Le
fonti cinematografiche sono sempre viste come qualcosa di mitico, mai di
storico. Direi che per una critica filologica, alla saggistica cinematografica
manca addirittura la terminologia".
A parte un eccesso di severità,
Pasolini ha ragione. Quando esce dalla critica quotidiana o dal pezzo settimanale,
la critica cinematografica continua a dibattersi fra le secche dell'impressionismo
e del contenutismo. La difficoltà di consultare i vecchi film, la
genericità dei testi canonici ai quali dobbiamo per forza riferirci,
i cedimenti della memoria, il frastuono cronico del mondo cinematografico
con l'ossessivo pullulare di false novità: tutto questo contribuisce
a renderci pigri, disattenti e generici. Ben venga Pasolini a tirarci le
orecchie soprattutto adesso che il cinema moderno impone un ritorno alla
critica stilistica, un ridimensionamento filologico.
Altrimenti come faremmo ad
orinetarci in un momento nel quale gli schermi sono affollati di opere
prime pretenziose, gracili e balbuzienti, dove gli ultimi della classe
o coloro che non sono ancora nati ci dimostrano quanto sia difficile fare,
in un modo qualsiasi, un film? Ed è proprio in questo momento che
il cinema italiano sta dando esempi emozionanti di estrema libertà
morale e linguistica: ieri è stata la volta di Otto e mezzo,
oggi è di scena La ricotta di Pasolini, domani vedremo I
fidanzati di Olmi.
In questi film, e in qualche
altro esempio dell'ultima produzione, c'è il superamento del neorealismo,
l'adozione di una nuova misura del tempo narrativo, il ritorno ad un linguaggio
che risale addirittura alle origini del cinema. Quando per esempio Pasolini
ricorre all'accelerazione dell'immagine per raccontare la corsa del suo
eroe alla conquista della ricotta, il procedimento da vecchia comica assume
nelle sue mani un valore di sottolineatura tragica: la fame, eterna molla
della farsa italiana da Ruzante a Eduardo, ha nell'episodio il suo monumento
grottesco e barocco.
Pasolini è un ingegno
composito, arrivato al cinema da esperienze letterarie e per vocaziona
figurativa. I suoi maestri dichiarati sono Dreyer, Chaplin e Bergman; e
bisogna aggiungere all'elenco il nome di Fellini mitologico e angosciato
di La strada, un film chiave di cui molti hanno subito l'influenza
dopo averlo detestato. Accattone
rappresentò la sorpresa di un mondo suburbano e primitivo narrato
con inedita icasticità e giusta mancanza di armonici; Mamma
Roma, di cui si notarono piuttosto i difetti che i grandissimi
pregi, fu la conferma di un talento che ha una sua dimensione cinematografica
per nulla dilettantesca;
La ricotta
è a tutt'oggi l'opera migliore di Pasolini e forse un capolavoro.
Non è facile analizzare
un film che cerca le prospettive opposte del mito e del saggio, vuol colpire
con l'immediatezza delle visioni, convincere con la forza del ragionamento.
Pasolini ci ha messo dentro tutto: Welles che parla con la voce di Giorgio
Bassani, i ragazzi di vita, gli Stracci del cinema in costume, il twist,
una crocifissione a colori che sfiora l'empietà per ritrovare la
sua tragicità più grezza e emblematica, la musica del melodramma,
il dolore per una condizione umana miserabile, Laura Betti, il giornalismo
volgare, l'autobiografismo. "Io sono una forza del passato. - solo nella
tradizione è il mio amore...- Giro per la Tuscolana come un pazzo,
- o per l'Appia come un cane senza padrone. - O guardo i crepuscoli, le
mattine - su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo, - come i primi atti della
dopostoria...". In questa poesia, che Welles legge nel film, Pasolini ci
offre l'interpretazione più sofferta della sua poetica di cattolico
impegnato con le contraddizioni del mondo contemporaneo. La ricotta
ne è un'illustrazione impressionante e commovente, al di là
di un certo tono didascalico che affiora verso la fine e potrebbe suscitare
perplessità.
RoGoPaG, bizzarro
titolo che il produttore Alfredo Bini ha ricavato dai cognomi dei registi
impegnati nei vari episodi, si raccomanda soprattutto per il racconto di
Pasolini. Degli altri è piuttosto divertente Il pollo ruspante
di Ugo Gregoretti, variazione sarcastica sulla stranezze del miracolo italiano
a mezza strada fra lo sketch rivistaiolo e una articolo del "New Yorker".
Come al solito, Ugo Tognazzi è bravissimo nella raffigurazione dell'italiano
medio negli "anni sessanta", un personaggio che gli resterà attaccato
e lo consegna, se non alla storia del cinema, almeno a quella del costume.
Il brano migliore dell'episodio,
che si conclude con un'improvvisa nota drammatica, è quello della
gita a una certa "Svizzera dei lombardi" per l'acquisto di un appezzamento
di terreno. Qui la satira si fa precisa ed efficace, per esempio, nel cogliere
l'imbarazzo della coppia milanese costretta ad ammettere di non avere disponibili
i milioni per pagare in contanti la cifra che viene richiesta. Il lombardo
che vuole essere "all'altessa" è veramente il borghese gentiluomo
di oggi e nessuno l'aveva mai punzecchiato con tanta proprietà.
La fine del mondo,
di Jean Luc Godard, è una novelletta intellettualistica sugli effetti
psicologici di una immaginaria esplosione atomica su Parigi. In un'aura
vagamente jettatoria si muovono, deliberatamente inespressivi, Jean Marc
Bory e Alexandra Stewart. Godard fonde lo spauracchio termonucleare con
la realtà dell'alienazione, ma il racconto è gracile, né
spiritoso né terrificante.
Meglio tacere infine sull'espisodio
di Roberto Rossellini, intitolato Illibatezza e dedicato all'arte
di Rosanna Schiaffino. Diremo soltanto che Rossellini sembra impegnato
masochisticamente a far sfigurare quelli di noi che lo considerano un maestro,
e a dar ragione ai suoi superficiali detrattori.
Tullio
Kezich
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"L'Espresso" - 3 marzo 1963
Un film a episodi
L'UOMO MEDIO SOTTO IL BISTURI
Di Alberto Moravia
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RoGoPaG è un
film ad episodi; il titolo bizzarro sta a indicare i nomi dei quattro registi:
Rossellini, Godard, Pasolini e Gregoretti. [...]
E veniamo all'episodio di
Pier Paolo Pasolini. La ricotta. Dobbiamo premettere che un solo
giudizio si attaglia a quest'episodio: geniale. Non vogliamo dire con questo
che sia perfetto o che sia bellissimo; ma vi si riscontrano i caratteri
della genialità, ossia una certa qualità di vitalità
al tempo stesso sorprendente e profonda.
In quest'episodio si narra
il caso di un poveraccio a nome Stracci ingaggiato come comparsa in un
film sulla Passione. Stracci è il buon ladrone. Affamato, deluso
nella sua fame da vari incidenti, Stracci alla fine si rimpinza di ricotta,
prende un'indigestione e muore sulla croce, proprio nel momento in cui
il regista s'appresta a far ripetere una scena in presenza del produttore.
La ricotta nell'opera
cinematografica di Pasolini nasce dalla stessa ispirazione delle poesie;
così come Accattone riprendeva
sullo schermo i temi dei romanzi. L'idea amaramente dolorosamente espressa
in questo piccolo capolavoro è quella del contrasto tra la grande
civiltà italiana del passato simboleggiata dalla Sacra Famiglia
dipinta da tutti i nostri pittori, dai primitivi fino ai secentisti, e
la corruttela e l'imbastardimento di questa stessa civiltà simoboleggiata
dalla disgregazione e decomposizione canagliesca di quella stessa Sacra
Famiglia. Mentre Accattone spoglio ed essenziale conteneva la polemica
umana e sociale di Pasolini, ne La ricotta si esprime, con modi
barocchi e grotteschi, la polemica culturale e religiosa.
L'episodio di Pasolini ha
la complessità, nervosità, ricchezza di toni e varietà
di livello delle sue poesie; si potrebbe anzi definire un piccolo poema
in immagini cinematografiche. Da notarsi l'uso nuovo e attraente del colore
alternato al bianco e nero. Orson Welles, nella parte del regista straniero
che si lascia intervistare, ha creato con maestria un personaggio indimenticabile.
Resterebbe ora da chiedersi
il motivo della freddezza con la quale è stato accolto dalla critica
cinematografica quest'episodio. La chiave del mistero va ricercata, secondo
noi, oltre che nell'impreparazione culturale di molti critici, anche nella
ingenua mancanza di tatto di Pasolini. Diamine: il regista nell'intervista
dichiara: "L'Italia ha il popolo più analfabeta e la borghesia più
ignorante d'Europa", ed ecco che scontenta così i partiti di destra
come quelli di sinistra. Poi, peggio ancora, Orson Welles rincara: "L'uomo
medio è un pericoloso delinquente, un mostro. Esso è razzista,
colonialista, schiavista, qualunquista", ed ecco scontentati tutti quanti.
L'Italia del passato, infatti era il paese dell'uomo, in tutta la sua umanità;
l'Italia di oggi, invece, è soltanto il paese dell'uomo medio.
Alberto
Moravia
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"l'Unità" - 24 febbraio
1963
RoGoPaG
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Ancora un'antologia cinematografica
in quattro episodi, la connessione fra i quali viene indicata nel titolo,
che raccoglie le sigle dei quattro registi: Rossellini, Godard, Pasolini
e Gregoretti. Altra e più sostanziosa connessione non riusciamo
a scorgere, anche se, nell'affannosa molteplicità delle didascalie
generali e particolari, sembra proporsi la traccia comune di un esame dello
stato dell'uomo d'oggi, in bilico fra due ere o, addirittura, alla vigilia
della sua scomparsa dalla faccia della terra. [...]
La ricotta reca la
firma di Pier Paolo Pasolini: è la storia di un poveraccio, affamato
cronico, il quale viene assunto come comparsa in un film sul Calvario,
nei panni (scarsi) del ladrone buono. Mille circostanze gli impediscono
di soddisfare l'appetito: e quando, infine, può saziarsi a proprio
piacimento, il troppo cibo ingurgitato e lo strazio della finta Crocifissione
provocano la sua morte. Alla linearità della vicenda principale,
l'autore ha aggiunto il peso di altri elementi non molto congrui, per il
vero, data l'obbligatoria brevità dell'episodio: e, in qualche caso,
destinato ad un ristretto pubblico di amici o di nemici. Così Orson
Welles, nelle vesti del regista, polemizza per conto di Pasolini e lo cita
abbondantemente. Così le scene dell'immaginario "colosso" biblico
sono a colori, e Pasolini ironizza su chi ha avanzato riserve circa la
sua "fulgurazione figurativa" componendovi una serie di "quadri viventi",
il cui effetto, sia detto con la massima franchezza, è di accrescere
le riserve surricordate. Ma forse, qui Pasolini voleva fare anche un po'
di spiritosa autocritica.
Ag. Sa.
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"Il Popolo" - 26 febbraio
1963
Quattro registi per RoGoPaG
IL CINEMA GUARDA ALL'INDUSTRIA
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La sigla RoGoPaG indica le
iniziali dei quattro registi, e tutti per un verso o per l'altro, particolarmente
indicativi delle tendenze del cinema d'oggi, che hanno diretto i quattro
episodi di questo film: Rossellini, Godard, Pasolini, Gregoretti. E quel
nome che sembra quello di una società, ha un suo significato anche
in sé, perché sta su di un'opera che vuol parlare di civiltà
industriale, vista in uno dei riflessi che ci interessano più da
vicino, quel condizionamento al consumo e le sue spesso abnormi deformazioni
che premono sulla individualità dell'uomo d'oggi e tendono, in vista
di non meglio identificati interessi comuni, a farne un numero i cui gusti
e le cui preferenze siano facilmente identificabili.
Argomento dunque affascinante
e preoccupante. I quattro autori ne hanno proposto storie assai diverse
tra loro; tutte interessanti, anche se nessuna pienamente riuscita. [...]
L'episodio, comunque, segna
un momento preciso e di estremo interesse nella possibile evoluzione di
un autore cinematografico che ha sicuramente delle cose da dire. E che
prima o poi troverà il modo di esprimerle nella loro dimensione
più precisa: questa volta è intuita ma non raggiunta.
Dalla personalità
e dalla varietà dei quattro registi, dall'interesse del tema proposto
il film deriva sicuramente una sua vivacità e una sua modernità.
Che valgono, in buona misura, a bilanciare i non trascurabili e irritanti
difetti.
P.V.
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