I ricordi

"Pagine corsare"
Ricordi

Il rischio...
Francesco Mei
"Fermenti" n. 1/2, gennaio-febbraio 1976

Pasolini è stato l'artista italiano del nostro secolo che ha interpretato intensamente sia sul piano della vita vissuta che della creazione artistica la tensione fondamentale del nostro tempo, soprattutto per ciò che riguarda la realtà italiana. Cioè il confronto fra cattolicesimo e marxismo.

La sua scelta del marxismo è stata una scelta polemica e provocatoria più che ideologica, in quanto ha sentito che la giustizia sociale era la cosa più importante in questo momento.

Pasolini ha avuto una visione religiosa della vita proprio per il suo rifiuto dell'ipocrisia, del perbenismo e di ogni forma farisaica di rispettabilità. Anche la sua esperienza di vita rispecchia un'esigenza cristiana per il suo volersi identificare con i poveri e con chi subisce ingiustizia.
Egli ha incarnato la massima di S. Paolo: «La nostra lotta non è con la carne e con il sangue, ma con i prìncipi e i potenti». Ha riscoperto certe verità della chiesa primitiva, secondo cui non è grave la debolezza della carne in se stessa, ma l'atteggiamento dello spirito. Non è importante che l'uomo viva nella perfezione di una morale esteriore, ma che si ponga in un atteggiamento di ricerca autentica della verità e della giustizia. L'uomo può trovare Dio anche nel momento in cui viola una morale precostituita. Pasolini ha riproposto una realtà essenziale che aveva affascinato Dostoewskij: che la vera virtù è la carità. Ha diritto ad essa anche chi ha compiuto i delitti più atroci. 

In Pasolini c'era anche una visione marxista-gramsciana della realtà. Era una visione politica non in contrasto con un certo suo fondo mistico. La sua poesia civile è ispirata alla immedesimazione con il popolo contro ogni retorica ufficiale. L'elemento della sua opera narrativa è l'identificazione con il mondo delle borgate; cioè con chi viene rifiutato dalla società. Nel cinema, a parte l'interpretazione di Cristo come fustigatore dell'ipocrisia, c'è tutta una serie di film (Decameron, I racconti di Canterbury, Il fiore delle Mille e una notte) in cui si abbandona a una specie di gusto favoloso della vita e dell'amore visti con tenerezza e gioco. Non si tratta di compiacimento erotico, ma di un recupero dell'esperienza amorosa in chiave di innocenza.
Anche in tal senso Pasolini ha fatto un'opera di liberazione da certe incrostazioni moralistiche.

Contrariamente alle apparenze anche la morte di Pasolini, comunque la si voglia interpretare, è coerente con tutta la sua vita. È una testimonianza della difficoltà e quasi impossibilità dell'artista di esistere nella società contemporanea. Pertanto la sua fine è simile a quella di Majakowskij, García Lorca, Dylhan Tomas...

Chiunque cerchi di rendere più civile il proprio popolo, facendo compiere un salto di qualità oltre gli interessi costituiti, deve essere disposto ad accettare il rischio della morte. Forse nessuno ha espresso così bene tale concetto come Apollinaire quando ha scritto: «Abbiate pietà di noi che combattiamo sempre alle frontiere dell'illimitato e dell'avvenire».

 

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INVITO ALLA LETTURA:
BRANI DI PIER PAOLO PASOLINI


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A "PAGINE CORSARE" 
DA OTTOBRE 1998







 


Il rischio..., di Francesco Mei

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