"Pagine
corsare"
Ricordi
Alfredo Bini: "Portammo
i cardinali
in taxi a vedere Il
Vangelo
a cura di Dina D'Isa
CinecittàNewsPaper
n. 4
La mia casa di produzione
si chiamava Arco Film, perché l'arco è il simbolo del mio
segno zodiacale, il Sagittario. Conobbi per la prima volta Pasolini nel
1959, quando firmò la sceneggiatura de II bell'Antonio diretto
da Mauro Bolognini, di cui ho prodotto diversi titoli. Il sodalizio professionale
con Pier Paolo iniziò poi nel 1961 con Accattone e terminò
nel 1967 con Edipo re.
La decisione di realizzare
Accattone, il suo debutto alla regia, avvenne in modo piuttosto
rocambolesco. Un giorno mi telefonò Mauro Bolognini e mi disse:
"Guarda che Pasolini si vuole buttare di sotto dalla scaletta di San Sebastianello,
vicino a Piazza di Spagna, perché
la Federiz di Federico Fellini
ha rinunciato a produrre la sua opera prima, ha infatti bocciato i provini
girati”. Raggiunsi subito Pier Paolo e gli dissi: "Non vedi dove andrai
a finire? Là sotto è pieno di escrementi, buttati domattina,
e intanto mi fai leggere la sceneggiatura". Pasolini si convinse, ma Fellini
aveva ragione: il girato era impresentabile. Così decisi di mettergli
accanto professionisti di primo piano: Danilo Donati per i costumi, Tonino
Delli Colli come direttore della fotografia, e Leopoldo Savona che fu il
vero aiuto alla regia, perché Bernardo Bertolucci era alle prime
armi. Infatti suo padre Attilio, mio amico, aveva chiesto di farlo lavorare
sul set e Bernardo veniva senza prendere un soldo, portandosi i panini
da casa.
Gli applausi alla proiezione
nella cattedrale di Notre Dame
Pasolini lesse il Vangelo
una prima volta nel 1942, e di nuovo ad Assisi nel 1962 quando ebbe l'idea
di fare un film, anche in polemica con chi lo aveva condannato per vilipendio
alla religione. Scelse la versione dell'apostolo Matteo perché la
ritenne quella che più d'ogni altra
risalta l'umanità
del Cristo, il suo essere uomo tra gli uomini. Alla stesura della sceneggiatura
collaborò la Pro Civitate Christiana e fu un'occasione per rinsaldare
i rapporti di reciproca stima con gli ambienti cattolici, meno conservatori
e più aperti al dialogo.
Banche, ministero e distributori,
mi dissero che ero matto a produrre un film commerciale tratto dal Vangelo,
per di più diretto da un regista da poco condannato a quattro mesi
di reclusione per vilipendio alla religione di Stato. Determinante fu però
la marcia indietro della Banca nazionale del Lavoro, quando mi propose
di finanziare il film di Pasolini e La mandragola. Infatti l’istituto
di credito impegnato finanziariamente con la Titanus, nel frattempo fallita
per Il gattopardo di Luchino Visconti, aveva necessità di
mantenere in vita la rete di agenzie della casa di produzione di Goffredo
Lombardo grazie all’uscita di suoi film.
Organizzai la proiezione
de Il Vangelo secondo Matteo per i Padri conciliari e avevo avuto
il permesso di utilizzare l'Auditorium di via della Conciliazione. Ma alle
dieci di mattina tutti quei
cardinali, bianchi, gialli,
neri, con i loro berrettini e i mantelli rossi, si accalcarono davanti
alla porta sbarrata su cui era ben visibile il cartello "Lavori in corso".
Una bella idea di qualcuno, dettata da improvvise paure notturne. Ma in
fretta e furia portammo i cardinali al cinema Ariston con trenta taxi che
facevano la spola tra San Pietro e piazza Cavour. Alla fine fu un trionfo:
venti minuti esatti di applausi, soprattutto quando apparve la dedica a
Papa Giovanni XXIII. A Parigi, la proiezione dentro la cattedrale di Notre
Dame andò ancora meglio.
Un personaggio laido de
La ricotta prese il nome di un magistrato
Dopo Edipo re avremmo
dovuto realizzare insieme Il padre selvaggio, scritto sempre da
Pasolini, una storia ambientata in una tribù dell'Africa nera. Ma
il ministero dello Spettacolo ci proibì di fare il film, perché
la legge allora impediva che in un film nazionale ci fossero più
lavoratori stranieri che
italiani.
La sceneggiatura de Il
padre selvaggio è stata pubblicata da Einaudi e in chiusura
del libro c'è una bellissima poesia, che Pasolini mi dedicò.
Si scusa per le sue intemperanze e mi dipinge
come "un padre selvaggio",
nonostante fossi più giovane di lui. All’origine della poesia c’è
un mio violento litigio durante la realizzazione de La ricotta,
episodio di RoGoPaG. Accadde che Pasolini, a mia insaputa, cambiò
in fase finale di montaggio il nome di un personaggio viscido e laido del
film con quello di un magistrato di Roma, con cui Pier Paolo aveva avuto
a che fare. Per tutta risposta la pellicola fu posta sotto sequestro per
vilipendio alla religione, con grave danno economico.
Per Mamma Roma
voleva Anna Magnani e io no
Speravo che Anna Magnani
non facesse Mamma Roma perché era come un wurstel su una
torta di panna o una ciliegina su un goulash. Ma Pasolini si era fissato
con lei. Così andai a trovarla e le dissi che se voleva fare quel
film, doveva lavorare gratis, con un 20 per cento sugli utili. All'inizio,
urlò e se la prese col suo agente per l'affronto della proposta.
Me ne andai convinto che la faccenda fosse archiviata e invece il giorno
dopo lei mi chiamò per dirmi che accettava.
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