I ricordi - Sommario

"Pagine corsare"
I ricordi

Pasolini tra la Cultura
e le culture
di Mariella Bettarini

 
«Finché io non sarò morto, nessuno potrà garantire di conoscermi veramente, cioè di poter dare un senso alla mia azione, che dunque, in quanto momento linguistico, è mal decifrabile... Solo grazie alla morte, la nostra vita ci serve ad esprimerci... O essere immortali e inespressi o esprimersi e morire»
Pier Paolo Pasolini, Empirismo eretico
Non da oggi, non da ora che non c’è più, Pasolini ci è apparso uno degli uomini più significanti – in positivo come in negativo – di questo paese senza Riforme né Rivoluzione, senza unità tra la Cultura e le culture: un paese ufficiale contro un paese reale: un paese con un vertice che non merita la base che ha o, meglio, con una base che non si sa più come riesca a essere così viva cosciente paziente col vertice che da più di cinquant’anni la governa. Di questa base matura laica paziente (ma fino a quando?) Pasolini si era trovato in molti modi a essere punta avanzata, polemico e intemperante portavoce e insieme "controparte". 
Questa mi sembra la portata vera di certo suo "millenarismo", la fecondità di certi suoi paradossi, così come – è naturale – tutta la fragilità di altre sue discutibilissime e discusse posizioni. 
Tuttavia, chi in Italia meglio di Pasolini (e dopo Vittorini) ha incarnato, per venticinque anni, i rapporti, gli sviluppi, le contraddizioni, gli incontri e gli scontri attivi e passivi, fattivi e polemici, di tanti àmbiti di ricerca e di cultura? Chi in Italia è stato meglio di lui "interdisciplinare" senza essere asservito alle volubili e rapidissime mode culturali d’oltralpe? Si dirà: ci sono stati l’antrapologia culturale, il gruppo ‘63, la poesia visiva, lo strutturalismo ecc. Ma l’esperienza globale di Pasolini mi sembra vada ben oltre, quanto a consapevolezza teorica, ma soprattutto quanto ad esperienza pratica del rapporto "letteratura-industria" e "letteratura-politica" rispetto a certe scoperte tecnologiche della neoavanguardia. Chi in Italia più di Pasolini (da alcuni visto come un grigio superstite degli anni Cinquanta, come un poeta post-pascoliano, come un reazionario realista, come un viscerale cattolico-mammista se non come un pederasta di successo, come un corruttore retrivo sedicente marxista, e così via. Basti aver letto la stampa italiana appena dopo la sua morte) ha incarnato oggi dopo Gramsci, dopo Vittorini, dopo il neorealismo, durante e dopo la crisi del ‘56, durante e dopo il falso boom degli anni Sessanta, durante e dopo lo scossone del ‘68, durante e dopo le conquiste politiche e le conseguenti "stragi di stato" degli anni ‘69-’74 il ruolo dell’interlocutore che siede, sia pure, nel cuore del Potere borghese d’informazione, ma per contrastarlo senza mezzi termini, per imporgli una forza viva di denuncia e di polemica? Chi più di Pasolini in Italia è stato sperimentatore e studioso della lingua parlata, scritta, filmata, egli marxista eretico, difficile compagno di strada di un Pci sempre in via di sviluppo e d’involuzione, di una cultura sempre in via di crescita e sempre pericolosamente arretrata; intellettuale in una nazione nella cui capitale convivono tuttora papi e baraccati, ministri e serve, miliardari e borgatari, pariolini e disoccupati cronici, ladri di stato con autista in livrea e ladri da galera con manette e bugliolo? 
Un intellettuale, un poeta, un comunista, un internazionalista (e tuttavia apolide) come l’Italia ufficiale (quella reale potrebbe, ma è quotidianamente soffocata) ne produce pochi. I motivi di questa drammatica carenza li conosciamo tutti bene: povertà materiale e culturale, emigrazione di cervelli e di braccia, paura (e sue madrine: la Dc, la Chiesa, la Mafia), perbenismo, conformismo, provincialismo non inteso come "spirito periferico", che vuole e produce una cultura alternativa al centro e che deriva dalla lotta di classe. L’intellettuale di provincia (inteso il termine "provincia", qui, in senso negativo, non "di base") guarda al centro, ama la cultura ufficiale e la scimmiotta, oppure la denigra e la distrugge a parole perché non riesce ad arrivarci, e allora si mette la maschera da contestatore, ma resta borghese, conformista e provinciale, falsamente avanguardistico. E ancora: carrierismo, gregarismo, spirito di corpo, spocchia, odio dell’ignorante, del debole e del "diverso" (donna bambino "deviante" omosessuale eretico); razzismo culturale (cioè accademismo, crocianesimo, ermetismo d’origine e di ritorno), separazione costante, costitutiva, tra razionale e irrazionale, tra manovali e intellettuali, tra uomini e donne, tra proletari e proprietari, tra professori e muratori, tra preti e atei, tra giovani e vecchi, tra ricchi e poveri, tra sani e malati, tra normali e "anormali"; e poi tra Lingua e lingue, tra letteratura e dialetti, tra nord e sud, tra parlanti e scriventi, tra chi ha e chi non ha, tra chi ha e chi è; tra città e campagna, tra acqua corrente e acqua mancante, tra superattici e topi, tra riviera e colera, tra yachts e bagnarole, e si potrebbe andare avanti all’infinito. 
Il neosperimentalismo di Pasolini (globalmente espressivo: linguistico, scenografico, filmico) si situa nel filone autentico di un "dopo Gadda" che prevede e comprende un "dopo Gramsci" ; in un dialettalismo non naïf né culto ma filologicamente curato e insieme esistenzialmente verificato e scoperto. Esso comprende un "cinema di poesia", un "teatro di parola" e una "parola cinematica" nutriti dalla realtà, da passione figurativa e impeto ideologico, da Piero della Francesca e da Marx, da Godard e da Lukás, da Chaplin e Goldmann, da Rimbaud e da Barthes; operazione altamente significativa (e certo rischiosa) tanto per la letteratura quanto per il cinema quanto per il recupero del Mito in funzione antiburocratica e antirealistica (il "suo" Cristo, il "suo" Dante, il "suo" Boccaccio, il "suo" Gramsci, il "suo" Rimbaud, il "suo" Machado, il "suo" Gadda, il "suo" Spitzer, il "suo" Contini... sono lì a testimoniarlo). 
S’innesta qui il marxismo proprio di Pasolini, che è ideologia critica, passione, ricerca (pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà), pungolo e travaglio culturale continuo, lucidità e coraggio (il suo "terzomondismo" marxista, il suo sottoproletariato così poco ortodosso, più anarchico che comunista, e tuttavia sia come sia reale, quindi degno di ricerca e d’amore, se le baracche esistono oggi nel cuore di Roma, e niente finora è riuscito a eliminarle). Ma non solo questo: il marxismo di Pasolini è stato indicazione culturale ai giovani, anticonformismo autentico, continuo scandalo, disponibilità personale, attenzione al nuovo, sempre; indicazione costante di politica culturale al Pci stesso; un sentirsi e un voler essere interlocutore tra la sinistra proletaria del centro-sud e la sinistra borghese italiana del nord, tra giovani di periferia e intellettuali con la puzza al naso; un viaggiatore tra Mito (e qui s’innesta la psicanalisi anche più recente: Deleuze-Guattari, Cooper, Laing, nonché il vecchio fecondissimo Ferenczi, oltre al Padre Freud) e Storia, tra Natura e Cultura, tra Estetica e Politica, tra Ragione e Irrazionalismo, tra padri e figli, tra paese ufficiale e paese reale. 
Qui esplode il Pasolini diverso senza vergogna, l’omosessuale dichiarato (e ammazzato forse anche per questo), eretico nel corpo oltre che nella coscienza, il disperato (socratico) ricercatore di ragazzi, il "fissato" alla madre, l’edipico kafkiano "pederasta" che si sente eterno figlio e che tuttavia è moralmente, da sempre, nel ruolo di Padre; l’antifemminista infelice (per blocco sessuale evidente, ma anche per dato generazionale), il radicale coatto (lui comunista), poiché la sinistra marxista è ancora, nella sua gran parte, lontana da temi e problemi che gli stavano a cuore, che lo tormentavano e lo dividevano tra persona privata e persona pubblica; l’ex friulano solitario e schivo, col sesso in colpa, e il bolognese-romano emancipato: dottor Jekyll e mister Hyde (l’ha scritto lui stesso); il Doppio (senza certo scomodare la schizofrenia) come siamo doppi tutti noi ma egli con il coraggio di affermarlo, di dichiarare apertamente il proprio nodo e la propria realtà sessuale, con la forza di lottare senza paura né della censura di Stato né della magistratura né dell’ex Sant’Uffizio... 
Forse noi, giovani intellettuali, cerchiamo troppo all’estero e non vediamo quel poco che si muove anche in Italia; forse i nostri Betaille, Rimbaud, Lautréamont Villon, Barthes, Lacan non sono altro che specchi della nostra paura ad essere noi stessi qui e ora, a riconoscerci in ciò che ci sta vicino, dentro e accanto. 
La liberazione dalla sessuofobia e dai tabù, che Pasolini ha cercato di provocare con la sua passione e con la sua opera; lo svecchiamento della lingua; il gergo delle borgate, la descrizione minuta e feroce senza veli della condizione di emarginazione e di odio, di violenza, di involontario disperato fascismo e di paura dei suoi personaggi migliori (sia nei romanzi che nei film); la dichiarazione esplicita di omosessualità e del dolore che questa condizione oggi in Italia comporta; il non temere il disprezzo, l’ostracismo borghese, lo scandalo, per testimoniare di questa sua condizione di debole forza, di moralità "immorale", di "gidismo" senza pruriti, di "rimbaudismo" senza romanticherie, di felicità e di dannazione: questo è stato più o meno validamente espresso da Pasolini. Si tratta di controvalori che molto raramente coesistono in una stessa persona (meno che mai nei letterati italiani) o, se coesistono, vengono soffocati al confine in cui il privato si fa pubblico, il pensiero si fa parola, l’idea si fa figura, il bisogno si fa atto, l"’immoralità" si fa difficile moralità per gli altri – lezione di segno rovesciato, rovesciamento di un costume di gallismo e di sessismo nazionali di ascendenza medievale e di segno ormai tutto borghese americano, di tolleranza intollerante, di presunzione volgare e maggioritaria, di sessuofobia falsamente liberatoria e realmente indotta dal potere consumistico di massa, che induce a "consumare" perfino il sesso, salvo poi a ritirare le proprie concessioni quando si tratti di sesso non integrato e non obbediente, rivoluzionario e non procreatore. 

Maggio 1976
 

Da: AA.VV., Dedicato a Pier Paolo Pasolini, Gammalibri, Milano 1976, già nel n. 7 della rivista letteraria «Salvo imprevisti» (per gentile concessione di Gammalibri/Kaos Edizioni, Milano). 
 







 


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