"Pagine
corsare"
Ricordi
Dante Ferretti: "Pasolini
non amava girare
in teatro, così
adattavo i luoghi"
a cura di Michela Greco
CinecittàNewsPaper
n. 4
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Pier Paolo Pasolini,
Dante Ferretti e Tonino Delli Colli
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Luigi Scaccianoce, lo scenografo
con cui ho lavorato per nove anni all’inizio della mia carriera, mi ha
insegnato tutto, ma faceva sempre due o tre film insieme, lasciandomi spesso
solo sul set. Questo accadde già dal primo film che feci con Pasolini,
Il Vangelo secondo Matteo, ma la situazione peggiorò con
il tempo.
In Edipo re i rapporti
tra Pasolini e Scaccianoce si incrinarono, anche perché Luigi aveva
un atteggiamento un po’ professorale, mentre Pier Paolo era una persona
fuori dagli schemi. Io, al contrario di Scaccianoce, non mi mettevo mai
a discutere, cercavo solo di rendere artisticamente le richieste. Con Edipo
re, una volta arrivati in Marocco, Scaccianoce mi disse
che per lui era giunto il
momento di metter fine a questa avventura e ripartì immediatamente
per Roma. Per me fu la svolta, divenni il titolare della scenografia di
tutto il film. Due settimane
prima della fine delle riprese,
Pasolini mi chiese di rivedere a Roma le scenografie di interni realizzate
da Scaccianoce, perché era convinto che non corrispondessero all’atmosfera
generale del film e non
legassero con gli esterni. Aveva ragione. Era un lavoro ben fatto, ma andava
modificato. Informai Scaccianoce di questa richiesta e lui acconsentì
immediatamente ai cambiamenti. Edipo re vinse poi il Nastro d’Argento
per la scenografia e andò alla Mostra del Cinema di Venezia.
Ci siamo dati sempre del
lei
Quando fui chiamato per
Medea stavo lavorando a Satyricondi Fellini con Scaccianoce, che
lasciò il set due mesi prima per i sopralluoghi del nuovo film di
Pasolini. Ci furono però dei problemi tra loro, perché la
produzione chiamò un altro scenografo, visto che anch’io ero impegnato
sul set di Satyricon. Pochi giorni prima delle riprese, Pasolini
contestò la persona scelta dalla produzione. Ricordo che ero appena
tornato dall’isola di Ponza e ricevetti una telefonata dalla casa di produzione
di Medea che mi chiedeva di partire immediatamente, con il volo
già prenotato, per la Cappadocia, dove avrebbero iniziato a girare.
Non volevo più fare l’aiuto scenografo e quella fu la mia grande
occasione.
L’atmosfera sul set dei film
di Pasolini sembrava quella di film documentaristici a basso costo, anche
se spesso si trattava di film in costume. Tra Pasolini e alcuni suoi collaboratori,
come Sergio Citti, c’era un rapporto amichevole e scherzoso; con altri,
come me o Delli Colli, più professionale e distaccato. Ci siamo
dati sempre del lei e c’erano grande rispetto e stima. Era una persona
deliziosa, straordinaria, educatissima.
Per Il Decameron preferì
Napoli alla Toscana
Prima ancora di avere tutto
il film in testa, Pasolini spesso andava da solo a fare dei sopralluoghi,
alla ricerca di ambienti che gli suggerissero la storia. Ha avuto sempre
idee particolari, come quella di girare Il Decameron a Napoli piuttosto
che in Toscana. Una volta
durante una scena a Santa
Chiara, a Napoli, con dei bambini che facevano scivolarella giù
dalla balaustra, mi chiese di fare riferimento a Giotto. “Quel che mi chiede
è fuori epoca” gli dissi e lui di rimando: “Caro Ferretti, Boccaccio
è proiettato nel futuro”.
La pittura era sempre
il modello a cui guardare
Per Il Vangelo secondo
Matteo il Mantegna; per I racconti di Canterbury le miniature
del Centro-Europa, la pittura inglese e francese e Paolo Uccello; per Le
mille e una notte i miniaturisti arabi e persiani. Compravo tanti libri
e segnalavo quel che pareva più appropriato all’idea del regista.
Anche per il colore mi dava
indicazioni precise: per Il Decameron toni caldi; per I racconti
di Canterbury un’atmosfera fredda e dunque in tutte le immagini un
tocco di blu.
Inizialmente voleva fare
solo Il Decameron, l’idea della Trilogia della vita gli venne a
Sana’a,
nello Yemen, mentre girava
l’ultimo episodio proprio de Il Decameron. In fase di montaggio
del film, decise di non inserire questo episodio, preferì conservare
le immagini per i film successivi.
Non amava girare in teatro.
Ricostruivo ma fuori, nella realtà del luogo, e facevo molti interventi
per riportare l’ambiente
all’epoca scelta.
Andai a Ostia e disegnai
una pianta del luogo del delitto
Sul set di Salò l’atmosfera
era meno pesante di quanto si possa immaginare pensando al tipo di film.
La troupe era romana, e come sempre i romani tendono a sdrammatizzare ogni
situazione.
Il riferimento pittorico
è stato il pittore cubista francese Fernand Léger. Realizzammo
una stanza affrescata con un Léger rivisto e corretto. La casa infatti
dove si svolge il film era, nell’idea di Pasolini, un palazzetto sequestrato
a un intellettuale dell’epoca, e al suo interno troviamo la pittura americana
e la cosiddetta “arte degenerata”, messa al bando dal fascismo.
Vidi il film due giorni dopo
la morte di Pasolini, in una proiezione organizzata dal produttore Alberto
Grimaldi e riservata a poche persone, tra cui Enzo Siciliano e Alberto
Moravia. Un film
durissimo e, visto dopo
quella notizia improvvisa e scioccante, fu un’esperienza terribile. Tra
l’altro stavamo iniziando la preparazione del film successivo di Pasolini,
Porno-Teo-Kolossal, di cui devo avere ancora la sceneggiatura da
qualche parte.
Credo di aver rimosso molte
cose di Salò, proprio perché l’ho vissuto in modo
tragico. Ricordo che ebbi la notizia della sua morte da Elio Petri, con
il quale subito dopo andai all’obitorio.
Addirittura un paio di giorni
dopo mi chiamò Sergio Citti che, d’accordo con l’avvocato Nino Marazzita,
mi chiese di andare sul luogo del delitto a Ostia, di disegnare una pianta
del posto e di prendere dei rilievi, cioè le misure del punto in
cui era stato trovato il corpo, con le relative distanze dei vari oggetti.
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