"Pagine
corsare"
I
ricordi
"L'Espresso"
del 9 novembre 1975
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La storia e la personalità
di Pier Paolo Pasolini raccontate da Valerio Riva, Cristina Mariotti, Alberto
Moravia, Umberto Eco, Giovanni Testori, e dal poeta stesso
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Povero Cristo,
di Valerio Riva
"Coscientemente ho cercato
la morte dopo una breve giovinezza, che pure a me pare eterna, essendo
l'unica, l'insostituibile che io avessi avuto in sorte. Coscientemente
ho rinunciato all'inenarrabile gioia di essere al mondo... ma ho pagato
questa rinuncia con uno strazio tale che solo un vivo può comprenderlo".
Queste parole, di trent'anni fa, Pier Paolo Pasolini le scrisse, idealmente,
a nome di suo fratello Guido, ucciso il 7 febbraio 1945 nel tragico eccidio
di Porzùs, nel Friuli. Le ritrova per me Giuseppe Zigaina, il pittore
di Cervignano intimo amico di Pasolini: l'altro giorno, frugando tra le
pubblicazioni di quella "Academiuta" (a metà tra scuola dominicale
e accademia folclorica) che Pasolini aveva fondato a Casarsa, gli sono
capitate sott'occhio: una specie di testamento spirituale vergato, oltre
la morte, dalla pietà fraterna. Poi è squillato il telefono
con l'annuncio della morte dell'amico, e Zigaina è partito per Roma.
Adesso si rigira in mano questa paginetta: "Credo", dice assorto Zigaina,
"che se potesse, dopo la morte, Pier Paolo riscriverebbe le stesse parole
per sé". E mi sottolinea una seconda frase: "Non c'è confronto
possibile fra tutto ciò che è di codesta vita e il silenzio
terribile della morte..."; e Pasolini è precipitato anche lui nel
silenzio terribile della morte, e queste frasi suonano come una straziante,
impossibile invocazione alla felicità da parte di uno che era troppo
diverso dagli altri. "Ma è mai stato felice, quest'uomo?" chiedo
allora a Zigaina e a Nico Naldini, il cugino e l'amico fedelissimo di Pasolini,
dall'infanzia ad oggi. Mi rispondono tutti e due, senza esitare: "È
stato anche molto felice. Ma poche volte".
54 anni di vita, la maggior
parte dei quali triturati dal rovello di sentirsi respinto e offeso fin
nell'attimo in cui la gloria più sembrava arridergli; un'adolescenza
spezzata da una tragedia familiare (la morte del fratello, lo strazio della
madre, il rancore del padre); una giovinezza difficile; una maturità
accidentata dalle polemiche e dai processi, lui che era un uomo così
mite e riguardoso. E solo due o tre momenti di grande, totale, solare felicità.
Il primo di quei momenti
è il tempo del Friuli, di Casarsa della Delizia, dove si era trasferito,
da Bologna, al seguito del padre ufficiale di carriera e della madre maestra.
La campagna e i giochi dei ragazzi lungo gli argini; la montagna e le pazze
corse con gli sci; la poesia che nasce. È un mondo perfetto dove
l'entusiasmo del ragazzo molto dotato si dilata quasi senza costrizioni,
trasformando l'innocenza infantile e la scoperta della sessualità
nel mito di una paidìa trionfante. Il 7 febbraio 1945 quel mondo
s'incrina, ma non si spezza. La morte del fratello Guido è brutale,
in un modo che quasi preconizza la morte di Pier Paolo. Membro di una formazione
di partigiani "bianchi" del Friuli, Guido è ucciso nello sterminio
del comando della "Osoppo" per opera di garibaldini, cioè comunisti,
persuasi (a torto) che gli osovani avessero avuto intelligenza col nemico.
La morte di Guido è uno strazio: ferito, fugge, cerca scampo in
casa d'una donna, è scovato, trasportato altrove in fin di vita
e sterminato. Da qui cominciano per il fratello sopravvissuto il calvario
e l'apoteosi.
Per una misteriosa rivalsa,
Pasolini si avvicina proprio ai comunisti, affascinato da un episodio di
lotta di classe dell'immediato dopoguerra: le lotte bracciantili all'epoca
del lodo De Gasperi. Al quasi ellenistico idillio originale si sovrappone
e si fonde la felicità di sentirsi profeta e vate d'un pezzo di
popolo, che si ritrova nella propria lingua e nel proprio orgoglio. Ma
l'arcadia, anche sociale, non è possibile. Vigilia delle elezioni
del 18 aprile '48: un ragazzetto confessa al parroco d'aver avuto rapporti
sessuali con Pasolini: il prete, violando il segreto del confessionale,
corre a raccontarlo a quelli della Dc; i giornali cattolici sbandierano
il fatto a prova della protervia comunista. Frettolosamente il Pci locale
prende le distanze dallo scomodo poetino. Pasolini ha 28 anni. Fugge a
Roma. Due anni di miseria, di umiliazione, di non lavoro o di lavori malpagati.
Eppure è il suo secondo periodo di grande felicità. Giorno
e notte percorre in lungo e in largo la Roma barocca, e il suo fasto, e
la Roma popolare, e la sua triviale e insieme inesauribile fantasia. Una
realtà sontuosa e stracciona, gloriosa e bieca; ma Pasolini è
un re Mida che trasforma il mondo che tocca.
Il suo eros, la sua forza
fisica, la sua gioia di vivere sembrano non avere limitazioni; l'umiliazione
del '48 pare dimenticata. Ma la gloria e i processi che gli arrivano a
metà degli anni Cinquanta, con Ragazzi di vita, lo spingono
in una "diversità" che più lo imprigiona e più gli
sembra oscena, disumana. "Diverso" com'è per costrizione sociale,
da questo momento lotterà disperatamente per non rinnegare se stesso.
Ma come i suoi "Riccetti" non riescono a uscire dall'adolescenza se non
con la morte, così per Pasolini le soluzioni ottimistiche di Una
vita violenta (diventare un buon "compagno") non risolvono nulla. Il
terzo e ultimo momento di felicità è quello della scoperta
della sopravvivenza del sottoproletariato nel Terzo mondo, in Arabia, in
Africa, e dell'eros panico che ancora vi fiorisce. Ma è una felicità
di ritorno. Il ricordo della friulana felicità originaria gli dà
l'illusione che l'estremo attimo fosse fatto durare. Ma, anche questo paradiso
cambia rapidamente. È il tempo che ormai manca a Pasolini.
A metà degli anni
Cinquanta Pasolini visitava la realtà 24 ore su 24; nel '60, come
scrisse, vi dedicava l'intero pomeriggio e la notte; nei giorni che hanno
preceduto la sua morte, non gli rimaneva, per andare in cerca della sua
realtà differente da quella di tutti gli altri, se non qualche ora
notturna. A Parigi, il giorno prima di morire, racconta Philippe Bouvard,
guardava sempre l'orologio: veniva da Stoccolma, aveva fretta di tornare
a Roma. A Roma, quel giorno fatale, ebbe troppi impegni. Quel paio d'ore,
tra le 22, quando lasciò Ninetto Davoli e la famiglia, e l'una circa
in cui morì, erano un tempo troppo breve per la felicità.
In quel mucchietto di stracci
insanguinati,
di Cristina Mariotti
"Ma chi è quer fijo
de mignotta che ha scaricato 'sta monnezza sotto casa mia?, me so' detta
appena l'ho visto: pareva un sacco di stracci. E invece era n'omo. Morto".
Sono le 6,30 di domenica 2 novembre quando Maria Teresa Lollobrigida in
Principessa, in gita con la famiglia nella sua villetta abusiva al centro
della baraccopoli più squallida di Ostia, denuncia ai carabinieri
la sua scoperta. Ci vorranno altre due ore prima che "il sacco di stracci"
venga identificato in "Pasolini Pier Paolo, di Carlo, anni 53, nato a Bologna,
residente a Roma, di professione scrittore e cineasta (precedenti penali
fascicolo modello 22 cfr. archivio della squadra mobile)". Il regista,
lo scrittore, il poeta, il "diverso" geniale e famoso è fissato
dal mattinale dei carabinieri nella sua ultima e più drammatica
dimensione: quella di un omosessuale morto ammazzato. Scena del delitto:
via dell'Idroscalo, a Ostia. È un tortuoso percorso di terra battuta
che separa le baracche "per tutte le stagioni" dei senza tetto, dalle "baracche
per l'estate" dei sottoproletari romani tirate su abusivamente "per far
fare un po' di mare ai bambini". A pochi metri dalla spiaggia, una sottile
fettina di sabbia nera e sporca, via dell'Idroscalo si apre a destra in
uno sterrato che i ragazzi del posto hanno trasformato in un rudimentale
campo di calcio: alle due estremità quattro tubi metallici simulano
le "porte". È qui che Pasolini è stato aggredito, colpito,
massacrato a colpi di trave dal suo giovanissimo partner nella notte tra
il sabato e la domenica. Ha tentato di salvarsi fuggendo e ha tracciato
sulla ghiaia con il sangue il disperato percorso. È stato finito
poco oltre, schiacciato dall'assassino sotto le ruote della sua stessa
macchina. "La vittima", si legge nel verbale degli inquirenti, "giace bocconi
con le mani unite sotto il torace; presenta ferite da corpo contundente
sulla nuca e sulla faccia, abbondanti emorragie e fuoruscita di sostanza
cerebrale; sopra la schiena tracce di pneumatici... indossa una canottiera
verde, blu jeans, calzini marrone, stivaletti marrone, biancheria ordinaria..,".
"Strano", commenterà un brigadiere, "uno come lui era più
logico pensarlo in mutandine dl seta". Ma chi ha ucciso Pier Paolo Pasolini?
E perché? Via via le risposte si dipanano sul filo di due storie
apparentemente parallele.
Sono le due di sabato notte,
sul lungomare Duilio, a Ostia, una Giulia grigia sfreccia a 170 all'ora.
Una "gazzella" dei carabinieri si butta all'inseguimento: eccesso di velocità.
La corsa della Giulia "Gt" si arresta contro un muro. Il guidatore è
un minorenne "inquieto": Giuseppe Pelosi, 17 anni, precedenti per furto.
Quando si vede braccato resiste, tenta la fuga. Ma inutilmente. Viene acciuffato
e incriminato per furto: l'auto, che risulta intestata a Pier Paolo Pasolini,
è stata rubata. Di qui, parte un sorprendente giallo ad incastro.
Primo pezzo: un appuntato telefona a casa del regista, a via Eufrate all'Eur,
per segnalare il ritrovamento della Giulia. Risponde la governante. È
sorpresa che Pasolini non sia ancora rientrato: "Di solito", dice, "se
tarda avverte". Secondo pezzo. Il ragazzo si ricorda all'improvviso di
aver perduto un anello: "forse è nella macchina", suggerisce ai
carabinieri, poi lo descrive dettagliatamente: una pietra rossa incastonata
tra due aquile dorate e sotto la scritta "United States Army", insomma,
un oggetto più adatto a un "marine" che ad un romano di borgata.
Terzo pezzo. L'anello in macchina non c'è. I carabinieri si fanno
sospettosi: "Ma perché 'sto ragazzetto ci tiene tanto?", si chiedono.
E ancora: "Come si fa a perdere un anello? Occorre prima sfilarlo dal dito.
Tranne che qualcuno non ce lo tiri via. Magari durante una colluttazione".
E il ladruncolo aveva, al momento dell'arresto, la camicia macchiata di
sangue e una ferita sulla fronte. Si cerca di prendere tempo. Quando il
brigadiere Cuzzupé batte a macchina l'ultima cartella del verbale,
si è fatta l'alba. Poco dopo, la notizia che all'Idroscalo hanno
trovato un morto. Nel sopralluogo, accanto al cadavere. della vittima,
qualcuno vede brillare un anello. È esattamente quello descritto
da Giuseppe Pelosi: il topo d'auto è anche l'assassino dell'Idroscalo?
Poco dopo, Ninetto Davoli, arriverà per il riconoscimento. All'una
di domenica Pelosi confessa. Ha ucciso Pasolini, dice, perché "non
voleva stare al patti. Il maschio dovevo farlo solo io e non uno alla volta".
È questa la verità
sulla fine di Pasolini? La sproporzione fra la statura del personaggio
e la banalità della sua morte, per quanto prevedibile (tempo fa
aveva confidato a Moravia: "sai ogni volta che esco per una 'battuta' sento
di rischiare la vita"), ha fatto nascere in qualcuno dei dubbi. I due si
conoscevano? È questa la prima domanda. Se la risposta fosse affermativa,
anche l'ipotesi di un delitto diverso, una vendetta di gruppo o magari
un delitto politico sarebbe meno irreale di quanto appaia a prima vista.
Comunque, lo scenario della sua morte se l'è scelto lui: una squallida
baraccopoli, all'aperto. "Conosceva la zona perché forse ci voleva
girare un film", ha osservato il capitano dei carabinieri Tommasselli.
"Sì, e come no?", ha rintuzzato un cronista con eschimo, "e sai
il titolo? 'Ciak, si gira il mio assassinio'".
Ma che cosa aveva in mente?,
di Alberto Moravia
Chi era, che cercava Pasolini?
In principio c'è stata, perché non ammetterlo?, l'omosessualità,
intesa però nella stessa maniera dell'eterosessualità: come
rapporto con il reale, come filo di Arianna nel labirinto della vita. Pensiamo
un momento solo alla fondamentale importanza che ha sempre avuto nella
cultura occidentale l'amore; come dall'amore siano venute le grandi costruzioni
dello spirito, i grandi sistemi conoscitivi; e vedremo che l'omosessualità
ha avuto nella vita di Pasolini lo stesso ruolo che ha avuto l'eterosessualità
in quella di tante vite non meno intense e creative della sua.
Accanto all'amore, in principio,
c'era anche la povertà. Pasolini era emigrato a Roma dal Nord, si
guadagnava la vita insegnando nelle scuole medie della periferia. È
in quel tempo che si situa la sua grande scoperta: quella del sottoproletariato,
come società rivoluzionaria, analoga alle società protocristiane,
ossia portatrice di un inconscio messaggio di ascetica umiltà da
contrapporre alla società borghese edonista e superba. Questa scoperta
corregge il comunismo, fino allora probabilmente ortodosso di Pasolini;
gli dà il suo carattere definitivo. Non sarà, dunque, il
suo, un comunismo di rivolta, e neppure illuministico; e ancor meno scientifico;
né insomma veramente marxista. Sarà un comunismo populista,
"romantico", cioè animato da una pietà patria arcaica, non
comunismo quasi mistico, radicato nella tradizione e proiettato nell'utopia.
È superfluo dire che un comunismo simile era fondamentalmente sentimentale
(do qui alla parola "sentimentale" un senso esistenziale, creaturale e
irrazionale). Perché sentimentale? Per scelta, in fondo, culturale
e critica; in quanto ogni posizione sentimentale consente contraddizioni
che l'uso della ragione esclude. Ora Pasolini aveva scoperto molto presto
che la ragione non serve ma va servita. E che soltanto le contraddizioni
permettono l'affermazione della personalità. Ragionare è
anonimo; contraddirsi, personale.
Le cose stavano a questo
punto quando Pasolini scrisse Le ceneri di Gramsci, La religione del
nostro tempo, Ragazzi di vita, Una vita violenta e esordì nel
cinema con Accattone. In quel periodo, che si può comprendere tra
gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta, Pasolini riuscì a fare per
la prima volta nella storia della letteratura italiana qualche cosa di
assolutamente nuovo: una poesia civile di sinistra. La poesia civile era
sempre stata a destra in Italia, almeno dall'inizio dell'Ottocento a oggi,
cioè da Foscolo, passando per Carducci su su fino a D'Annunzio.
I poeti italiani del secolo scorso avevano sempre inteso la poesia civile
in senso repressivo, trionfalistico ed eloquente. Pasolini riuscì
a compiere un'operazione nuova e oltremodo difficile: il connubio della
moderna poesia decadente con l'utopia socialista. Forse una simile operazione
era riuscita in passato soltanto a Rimbaud, poeta della rivoluzione e tuttavia,
in eguale misura, poeta del decadentismo. Ma Rimbaud era stato assistito
da tutta una tradizione giacobina e illuministica. La poesia civile di
Pasolini nasce invece miracolosamente in una letteratura da tempo ancorata
su posizioni conservatrici, in una società provinciale e retriva.
Questa poesia civile raffinata
manieristica ed estetizzante che fa ricordare Rimbaud e si ispirava a Machado
e ai simbolisti russi, era tuttavia legata all'utopia di una rivoluzione
sociale e spirituale che sarebbe venuta dal basso, dal sottoproletariato,
quasi come una ripetizione di quella rivoluzione che si era verificata
duemila anni or sono con le folle degli schiavi e dei reietti che avevano
abbracciato il cristianesimo. Pasolini supponeva che le disperate e umili
borgate avrebbero coesistito a lungo, vergini e intatte con i cosiddetti
quartieri alti, fino a quando non fosse giunto il momento maturo per la
distruzione di questi e la palingenesi generale: pensiero, in fondo, non
tanto lontano dalla profezia di Marx secondo il quale alla fine non ci
sarebbero stati che un pugno di espropriatori e una moltitudine di espropriati
che li avrebbero travolti. Sarebbe ingiusto dire che Pasolini aveva bisogno,
per la sua letteratura, che la cosa pubblica restasse in questa condizione;
più corretto è affermare che la sua visione del mondo poggiava
sull'esistenza di un sottoproletariato urbano rimasto fedele, appunto,
per umiltà profonda e inconsapevole, al retaggio di un'antica cultura
contadina.
Ma a questo punto è
sopravvenuto quello che, in maniera curiosamente derisoria, gli italiani
chiamano il "boom" , cioè si è verificata ad un tratto l'esplosione
del consumismo. E cos'è successo col "boom" in Italia, e per contraccolpo
nella ideologia di Pasolini? È successo che gli umili, i sottoproletari
di Accattone e di Una vita violenta, quegli umili che nella
Passione
secondo Matteo Pasolini aveva accostato ai cristiani delle origini,
invece di creare i presupposti di una rivoluzione apportatrice di totale
palingenesi, cessavano di essere umili nel duplice senso di psicologicamente
modesti e di socialmente inferiori per diventare un'altra cosa. Essi continuavano
naturalmente ad essere miserabili, ma sostituivano la scala di valori contadina
con quella consumistica. Cioè, diventavano, a livello ideologico,
dei borghesi. Questa scoperta della borghesizzazione dei sottoproletari
è stata per Pasolini un vero e proprio trauma politico, culturale
e ideologico. Se i sottoproletari delle borgate, i ragazzi che attraverso
il loro amore disinteressato gli avevano dato la chiave per comprendere
il mondo moderno, diventavano ideologicamente dei borghesi prim'ancora
di esserlo davvero materialmente, allora tutto crollava, a cominciare dal
suo comunismo populista e cristiano. I sottoproletari del Quarticciolo
erano, oppure aspiravano, il che faceva lo stesso, ad essere dei borghesi;
allora erano o aspiravano a diventare borghesi anche i sovietici che pure
avevano fatto la rivoluzione nel 1917, anche i cinesi che avevano lottato
per più di un secolo contro l'imperialismo, anche i popoli del Terzo
mondo che una volta si erano configurati come la grande riserva rivoluzionaria
del mondo. Non è esagerato dire che il comunismo irrazionale di
Pasolini non si è più risollevato dopo questa scoperta. Pasolini
è rimasto, questo sì, fedele all'utopia, ma intendendola
come qualche cosa che non aveva più alcun riscontro nella realtà
e che di conseguenza era una specie di sogno da vagheggiare e da contemplare
ma non più da realizzare e tanto meno da difendere e imporre come
progetto alternativo e inevitabile.
Da quel momento Pasolini
non avrebbe più parlato a nome dei sottoproletari contro i borghesi,
ma a nome di se stesso contro l'imborghesimento generale. Lui solo contro
tutti. Di qui l'inclinazione a privilegiare la vita pubblica, purtroppo
borghese, rispetto alla vita interiore, legata all'esperienza dell'umiltà.
Nonché una certa ricerca dello scandalo non già a livello
del costume ma a quello della ragione. Pasolini non voleva scandalizzare
la borghesia, troppo consumistica ormai per non consumare anche lo scandalo.
Lo scandalo era diretto contro gli intellettuali, che, loro sì,
non potevano fare a meno di credere ancora nella ragione. Di qui pure un
continuo intervento nella discussione pubblica, basato su una sottile e
brillante ammissione, difesa e affermazione delle proprie contraddizioni.
Ancora una volta Pasolini si teneva alla propria esistenzialità,
alla propria creaturalità. Solo che un tempo l'aveva fatto per sostenere
l'utopia del sottoproletariato salvatore del mondo; e oggi lo faceva per
criticare la società consumista e l'edonismo di massa. Aveva scoperto
che il consumismo era penetrato ormai ben dentro l'amata civiltà
contadina. Ciononostante, questa scoperta non l'aveva allontanato dai luoghi
e dai personaggi che un tempo, grazie ad una straordinaria esplosione poetica,
l'avevano così potentemente aiutato a crearsi la propria visione
del mondo. Affermava in pubblico che la gioventù era immersa in
un ambiente criminaloide di massa; ma in privato, a quanto pare, si illudeva
pur sempre che ci potessero essere delle eccezioni a questa regola. La
sua fine è stata al tempo stesso simile alla sua opera e dissimile
da lui. Simile perché egli ne aveva già descritto, nei suoi
romanzi e nei suoi film, le modalità squallide e atroci, dissimile
perché egli non era uno dei suoi personaggi bensì una figura
centrale della nostra cultura, un poeta che aveva segnato un'epoca, un
regista geniale, un saggista inesauribile.
Perché non sempre
eravamo d'accordo,
di Umberto Eco
Quando ho sentito la notizia
alla radio ho avuto un primo moto di rimorso: mesi fa, a proposito del
suo articolo sull'aborto, lo avevo attaccato con cosciente cattiveria,
e lui se ne era molto risentito, contrattaccando (una sola battuta nel
corso di un'intervista) con altrettanta cattiveria. E al saperlo morto
ammazzato, così bruttamente, ho avuto un sentimento di colpa, come
se quei segni sul suo corpo fossero le tracce di un lungo linciaggio, a
cui anch'io avevo preso parte.
Poi mi sono reso conto che
non era quello il punto. Lottatore per vocazione, per rabbia e per baldanza,
Pasolini l'attacco lo cercava, lo stimolava quando la reattività
pubblica si assopiva, si sentiva vivo solo quando poteva dire: "Perché
mi sparate addosso?".
Lui sosteneva: la società
mi lincia perché sono diverso, e certo il primo moto di ribellione
gli era venuto dal sentirsi respinto ai margini per quella sua diversità
sessuale che esponeva a tutti i venti con esasperata sincerità.
Ma questa stessa sincerità lo aveva, per così dire, autorizzato
a gestire pubblicamente la sua diversità. Certo, la società
non perdona mai del tutto ai diversi, se non li punisce li ricatta con
l'ironia, ma lui avrebbe almeno potuto sentirsi in fase di armistizio.
E invece dall'esperienza originaria della diversità sessuale, gli
era venuto l'altro impulso (forse più sublimato, o più socializzato,
non so) a crearsi una situazione di diversità ad oltranza. Con un
fiuto rabbioso per le posizioni impopolari. Una vocazione alla emarginazione,
dunque, a dispetto del successo, anzi usando il successo come frombola
per lanciare altre provocazioni che obbligassero gli altri a sparargli
addosso. Un gioco pericoloso, sul filo della corda, dove le idee che metteva
in questione contavano sino a un certo punto, talora erano tipiche scelte
teatrali: il gioco del Bastian contrario. Si diceva una volta, per scherzo,
che un giorno avrebbe affermato che i poveri sono cattivi per avere la
soddisfazione di vedersi svillaneggiato da tutti: bene, lo ha fatto.
Era qualcosa di più
di una vocazione masochistica, qualcosa di più ambizioso e di più
tragico: una mimesi mistica del Crocifisso, naturalmente a testa in giù,
nella scia di quegli gnostici che asserivano che il Figlio per arrivare
alla purificazione, avesse dovuto commettere tutti i peccati possibili.
Se questo è vero, egli era l'ultima personificazione di un superomismo
romantico, il poeta che vive di persona il proprio ideale estetico; salvo
che l'esteta della decadenza incarnava sogni di gloria fastosa ed egli
invece sogni di spaesamento e persecuzione; quindi se modello c'era, era
Rimbaud e non D'Annunzio: anche nel successo egli aveva scelto di testimoniare
l'emarginazione. La conoscenza primitiva della emarginazione sua e altrui
lo aveva segnato per la vita, così che non poteva più rifiutarsi
a questo gioco, anche se la società era disposta a integrarlo. Anche
in questo è stato contraddittoriamente coerente, astuto come il
serpente e candido come la colomba. Ciò che lo limita è semmai
il fatto che avesse deciso di emarginarsi come testimone dei propri umori
e non come portavoce di una coscienza collettiva. Di qui l'esito oggettivamente
regressivo di certi suoi appelli eversivi: il confondere la società
futura con una società "naturale", adolescente e incontaminata solo
nei suoi ricordi privati. Che è poi il rischio del poeta quando
presenta la memoria come utopia. Di qui le sue lucciole pauperistiche,
i paradossi di un paternalismo preindustriale tutto sommato più
"naturale" del consumismo tecnologico. Ma è che la violenza positiva
del suo messaggio non stava nei contenuti, bensì negli effetti di
cattiva coscienza che riusciva a produrre. Erano un pretesto per essere
rintuzzato e testimoniare così che l'emarginazione esisteva ancora.
Segno di contraddizione, il suo genio consisteva nell'impostare il gioco
in modo che a contestarlo ci si cadeva dentro. Anche ora, dopo la sua morte.
All'obiezione: "Sei morto come uno dei tuoi personaggi, non sei contento?",
egli risponderebbe: "Sono morto, siete contenti?". E a dirgli: "Hai cercato
di mostrarci che il mondo della borgata selvaggia del dopoguerra era più
puro e mite di quello della borgata consumistica, e sei morto in un episodio
da borgata all'antica", egli obietterebbe: "Parlavo della violenza di oggi
e sono morto oggi, mi ha ucciso la vostra violenza che mi ha spinto a una
ricerca impossibile".
Allora, per uscire dal suo
gioco, non resta che vedere se si può utilizzare la sua morte come
lezione che non riguardi lui solo. Ci provo. Egli ci ha ripetuto che c'erano
dei diversi respinti ai margini, e che non avremmo mai capito appieno la
loro sofferenza. La sua morte ci ricorda che, per quanto rispettato dalla
società, un diverso deve pur sempre tentare la sua ricerca in luoghi
oscuri, dove c'è violenza, rabbia e paura (la stessa del ragazzetto
che fugge come un pazzo sulla macchina della sua vittima). E se i diversi
che hanno il coraggio di definirsi tali devono ancora rifugiarsi ai margini,
come i diversi che hanno paura, questo significa che la società
non ha ancora imparato ad accettare né gli uni né gli altri,
anche se fa finta di sì.
Certo Pasolini avrebbe potuto
permettersi di vivere la sua diversità altrove che non alla macchia.
Può darsi abbia voluto continuare a farlo per orgoglio. Ora ci impone
un esame di coscienza fatto con umiltà.
A rischio della vita,
di Giovanni Testori
Sull'atroce morte di Pasolini
s'è scritto tutto; ma sulle ragioni per cui egli non ha potuto non
andarle incontro, penso quasi nulla. Cosa lo spingeva, la sera o la notte,
a volere e a cercare quegli incontri? La risposta è complessa, ma
può agglomerarsi, credo, in un solo nodo e in un solo nome: la coscienza
e l'angoscia dell'essere diviso, dell'essere soltanto una parte dl un'unità
che, dal momento del concepimento, non è più esistita; insomma,
la coscienza e l'angoscia dell'essere nati e della solitudine che fatalmente
ne deriva. La solitudine, questa cagna orrenda e famelica che ci portiamo
addosso da quando diventiamo cellula individua e vivente e che pare privilegiare
coloro che, con un aggettivo turpe e razzista, si ha l'abitudine di chiamare
"diversi".
Allora, quando Il lavoro
è finito (e, magari, sembra averci ammazzati per non lasciarci più
spazio
altro che per il sonno e magari neppure per quello); quando ci si alza
dai tavoli delle cene perché gli amici non bastano più; quando
non basta più nemmeno la figura della madre (con cui, magari, s'è
ingaggiata, scientemente o incoscientemente, una silenziosa lotta o intrico
d'odio e d'amore) e si resta lì, soli, prigionieri senza scampo,
dentro la notte che è negra come il grembo da cui veniamo e come
il nulla verso cui andiamo, comincia a crescere dentro di noi un bisogno
infinito e disperante di trovare un appoggio, un riscontro; di trovare
un "qualcuno"; quel "qualcuno" che ci illuda, fosse pure per un solo momento,
dl poter distruggere e annientare quella solitudine; di poter ricomporre
quell'unità lacerata e perduta. Gli occhi, quegli occhi; la bocca,
quella bocca; i capelli, quei capelli; il corpo, quel corpo; e l'inesprimibile
ardore che ogni essere giovane sprigiona da sé, come se in esso
la coscienza di quella divisione non fosse ancora avvenuta, come se lui,
proprio lui, fosse l'altra parte che da sempre ci è mancata e ci
manca. Mettere dl fronte a queste disperate possibilità e a queste
disperate speranze il pericolo, fosse pure quello della morte, non ha senso.
Io penso che non s'abbia neppure il tempo per fare dì questi miseri
calcoli; tanto violento è il bisogno di riempire quel vuoto e di
saldare o almeno fasciare quella ferita.
Del resto, chi potrebbe
segnalarci che dentro quegli occhi, dentro quella bocca, quei capelli e
quel corpo, si nasconde un assassino? Nella mutezza del cosmo queste segnalazioni
non arrivano; e anche se arrivassero, torno a ripetere che il bisogno di
vincere quell'angoscia risulterebbe ancora più forte e ci vieterebbe
d'intendere.
Si parte; e non si sa dove
s'arriva. Per sere e sere, una volta avvenuto l'incontro, l'illusione riprecipita
in se stessa. Ma nella liberazione fisica s'è ottenuta una sorta
di momentanea requie; o pausa; o riposo. La sera seguente tutto riprende;
giusto come riprende il buio della notte. E così gli anni passano.
La distanza dal punto in cui l'unità perduta è diventata
coscienza si fa sempre maggiore, mentre sempre minore diventa quella che
ci separa dal reingresso finale nella "nientità" della morte; e
dalle sue implacabili interrogazioni. Le ombre, allora, s'allungano; più
difficile si rende la possibilità che quell'incontro infinite volte
cercato, finalmente si verifichi; più difficile, ma non meno febbricitante
e divorante. La vicinanza della morte chiama ancora più vita; e
questo più o troppo di vita che cerchiamo fuori di noi, in quegli
incontri, in quegli occhi, in quelle labbra, non fa altro che avvicinare
ulteriormente la fine. Così chi ha voluto veramente e totalmente
la vita può trovarsi più presto degli altri dentro le mani
stesse della morte che ne farà strazio e ludibrio. A meno che il
dolore non insegni la "via crucis" della pazienza. Ma è una cosa
che il nostro tempo concede? E a prezzo di quali sacrifici, dl quali attese
o di quali terribili e sanguinanti trasformazioni o assunzione di quegli
occhi e di quelle labbra?
Il mio inferno,
di Pier Paolo Pasolini
Pier Paolo Pasolini si lasciò
sfuggire per la prima volta l'accenno a un manoscritto che voleva riproporre
i primi canti dell'Inferno dantesco, una sua Divina Mimesis, nella
sala della Balla al Castello Sforzesco di Milano durante il festival dell'"Unità"
del 1974 in un dibattito sui giovani. Nel gennaio dell'anno dopo, Pasolini
sciolse il suo contratto con la Garzanti e passò all'Einaudi con
cui pubblicò La nuova gioventù e Il padre selvaggio
(apparso recentemente nei "SuperCoralli"). La divina Mimesis, che
egli considerava a tutti gli effetti un libro compiuto, una specie di modello
di rilettura dei classici su cui tornare magari in un secondo momento,
uscirà a fine novembre nella collana "Einaudi Letteratura". Qui
pubblichiamo, come anticipazione, il VII Canto: Pasolini-Dante, accompagnato
da Pasolini-Virgilio, incontra una particolare specie dl peccatori: conformisti,
piccolo-borghesi, uomini di cultura...
Prefazione. Dice Pasolini
nella prefazione: "Do alle stampe oggi queste pagine come un "documento",
ma anche per fare dispetto ai miei "nemici": infatti, offrendo loro una
ragione di più per disprezzarmi, offro loro una ragione di più
per andare all'inferno. Iconografia ingiallita: queste pagine vogliono
avere la logica, meglio che di una illustrazione, di una, peraltro assai
leggibile, 'poesia visiva'". P.P. Pasolini.
VII Cantica. Un cartello
indicatore, nuovo di zecca, col paletto tinto di acrilico blu e il riquadro
di rosso, portava la scritta alquanto deprimente: "Opera incremento pene
infernali (Oipi) zona troppo continenti, o riduttivi, settore 1. Conformismo".
"In questa zona", mi disse
la mia guida, vergognosamente, come sempre, per il terrore di decadere
ai volgari dati di fatto, cosa che inceppava in lui la lingua e gliela
sbriciolava nella gola, "in questa zona non vedrà pene, in senso
figurativo, come dire... I conformisti piccolo-borghesi hanno compiuto
anche, e insieme, peccati più atroci che quello di essere conformisti...
Cioè: il conformismo fu la base necessaria dei loro peccati, l'indispensabile
premessa. Per conformismo ci furono, ad esempio, dei religiosi praticanti,
dei benpensanti del tutto dediti al lavoro e alla famiglia che finirono
col farsi fare le fodere delle poltrone con la pelle degli ebrei gassati...".
Quasi esausto per questa battuta, a suo modo conformista, cioè priva
dell'impeto della novità scandalosa - prodotto diretto di una cultura,
quella della resistenza, che egli sapeva bene trovarsi ormai in uno stato
di piena istituzionalità - egli tacque per un po', e, aggrottato
e colmo di pena, estrasse dal taschino dei calzoni un tubetto di optalidon
e ne inghiottì una pillola. "Coloro che qui sono condannati, sotto
questi cartelli", spiegò ancora, "non furono dei piccolo-borghesi
se non per nascita, per definizione sociale eccetera. In realtà
essi avevano, come si dice, gli strumenti necessari per conoscere il loro
'peccato', sapevano cioè come non essere conformisti. E invece lo
furono". Camminammo per quella bella strada, alta sulla palude: le ringhiere
di metallo bianco, i ponticelli svelti sulla belletta, e massicciate di
cemento su cui, sotto, premeva folta e invincibile un'erba selvatica piena
di ortiche. "In questo luogo", aggiunse laconicamente la guida, "la sola
pena è esserci".
Una sbarra simile a quella
dei passaggi a livello delle strade ferrate, o dei confini tra Stato e
Stato, era abbassata, sulla strada, con le sue strisce bianche e rosse,
appena dipinte, ancora odorose di vernice. Dietro la sbarra, la strada
si allargava, diventava un immenso piazzale di asfalto, di quelli che si
stendono davanti agli stadi o alle grandi piscine, per il posteggio di
migliaia e migliaia di automobili: ma nelle ore in cui non c'è partita
ed è il crepuscolo e, col crepuscolo il vuoto... Nient'altro se
non l'asfalto e l'immensità, empiti dalla malinconia del sole che
si ritira, e colpisce quasi accecante le cose vicine, mentre quelle lontane
sfumano in un chiarore spettrale che le rende vaghe e senza limiti.
Accanto alla sbarra abbassata,
c'era una costruzione di cemento, abbastanza sobria ed elegante: dietro,
verso la distesa della palude, c'era perfino la parvenza di un giardino,
all'inglese, sia pur triste come tutte le cose statali. Davanti a questa
costruzione - ufficio di dogana e caserma - c'erano le demonie. Sì:
in tutta quella nuova zona, come abbiamo visto a cura dell'Oipi, si stavano
infatti sperimentando nuovi reparti di polizia infernale femminile. Evidentemente
la mitezza dei peccatori di quel settore giustificava tale esperimento:
si trattava per lo più di uomini di cultura, abituati a starsene
zitti nei momenti di pericolo, e a parlare, soltanto a parlare, nei momenti
di relativa tranquillità. Le demonie, come tutti i novizi, si prendevano
il loro incarico molto a cuore. I loro occhi erano carichi di una luce
nera e nemica, ancora peggiore dl quella dei demoni maschi. Il terrore
di essere impari al compito le rendeva evidentemente feroci. Ci odiarono
subito per l'eccezione a cui le costringemmo: cioè ad alzare le
sbarre per far passare due estranei. Aprirono, e noi entrammo nel piazzale,
parcheggio sconfinato senza una macchina, perduto nella penombra.
Quivi era radunata una grande
folla di gente, tutta insieme. Fra la grande folla che, sparsa e divisa,
nelle lunghe sere in cui tardano ad accendersi le luci, si ritrova, appunto,
nei piazzali, nei parchi, sotto i castani estivi dei lungofiumi, nelle
terrazze degli attici tra piante grasse, nelle distese dei tavoli dei bar
all'aperto davanti ai chioschi dei quartieri ricchi. Oppure negli interni
- già raccolti nell'aria della cena o dell'immediato dopocena -
con le finestre ancora spalancate sul buio del crepuscolo appena sceso
e minacciosamente dolce.
Come venuta appunto da tutti
quei luoghi - dalle capitali, Roma, o Londra, o Parigi, o dalle grandi
città di provincia - tutta quella gente era accalcata insieme, nell'ombra
indistinta, sussurrando.
"Oh, Pasolini!", sentii
chiamarmi, come per l'appunto ci si chiama tra la folla di un cocktail
con gentilezza speciale. Quel bel "Oh, Pasolini" era molto dolce. Ma proprio
autenticamente dolce. Non era nel settore degli ipocriti che mi trovavo.
Si trattava di un gruppo di donne. No, di signore. Le guardai col mio sguardo
miope, che, per la timidezza, si fece annoiato, o restio, o, in qualche
modo, non riconoscendo, irriconoscente. "Tutta questa gente", disse il
maestro, "ha peccato contro la grandezza del mondo quasi per istinto. La
riduzione di tutto è avvenuta in loro per una specie di difesa...
Ah", sospirò, "non erano in grado di raccontarsi la grande affabulazione...
di fare gli orlandi e i donchisciotti", e sorrise, fiaccato ancora una
volta dalla sua generosa incapacità a usare una lingua corrente,
"e così, furono vas di riduzione..." Gli si tese la bocca nel sorriso
da discorso da caffè, povero maestro mio, impavido, nell'assunzione
a un livello di grande cultura e di grande passione, della banalità.
E continuò, per pura gentilezza, per disinteressato amore della
conoscenza: "È un peccato nato con la piccola borghesia, dopo la
grande industrializzazione, dopo la conquista delle colonie. Prima, la
gente piccola era piccola: non voleva esserlo. Insomma... tutta questa
gente, per paura della grandezza, è istintivamente mancata di religione.
Riduzione, spirito di riduzione, è mancanza di religione: questo
è il grande peccato dell' epoca dell'odio. E infatti in nessun'altra
parte dell'inferno vedrà tanta gente. Le masse, amico mio!, che
hanno eletto a religione il non voler averne, senza saperlo".
Arrivò la demonia
con la birra. Nemica, la pose sul tavolo, con lo scontrino, e se ne andò.
"Avrai notato il grande numero delle donne... Eh, per forza. In loro la
riduzione, come si dice, è antica come la specie: esse difendono
la razza, oltre a sé, poverine. Ed è perciò che in
esse il conformismo ha sempre una certa grandezza. È, in fondo,
la loro religione. Ma i maschi!", e gli occhi gli si riempirono di una
malinconia simile allo spasimo di un dolore fisico: era ben nota la facilità
con cui gli si stringeva il cuore, e ora evidentemente il destino di quei
maschi, che erano riusciti a portarsi nella tomba, intatta, la loro piccolezza
di borghesi... di vas di riduzione... lo sconvolgeva.
"Beh, ciò che in
tutto questo mi stringe il cuore è il pensiero di quanto odio è
costata loro la salvaguardia della loro meschinità. Quelli che ha
visto si sono limitati alla difesa di essa. Ma mai in tutta la storia si
videro peccati così orrendi come quelli commessi dalla borghesia
in questo secolo per difendere il proprio diritto a odiare la grandezza.
Penso a Buchenwald e a Dachau, a Auschwitz e a Mauthausen". E ancora una
volta la sua autentica indignazione era come stinta e umiliata dall'invecchiamento
subito col trascorrere degli anni. Ma c'era. È con essa, in essa,
ogni possibile vera poesia.
Così stemmo a lungo
in silenzio, persi dalla commozione che dà la ripetizione - in speciali
circostanze o in speciali stati d'animo - di qualche vecchia verità
ancora buona. Era difficile interrompere la comunione che si era stabilita
fra noi nell'indignazione, mite e conoscitiva: qualsiasi parola aggiunta
sarebbe stata di inutile contorno...
Ma bisogna sempre interrompere
tutti gli incanti anche quelli della mitezza e della conoscenza, i più
sacri dell'uomo. Bisogna fare come faceva il Cristo dei vangeli che, appena
stabilito un incanto - la pausa contemplativa dopo una parola che poteva
essere senza fine interrogata e pensata in silenzio - ne stabiliva subito
un altro, che non dava pace, quasi con crudeltà.
"Dopo questo Motel, comincia
una parte a sé della zona dei riduttivi, un settore separato, come
vedrà. Vi incontreremo, è vero, ancora dei riduttivi - o
troppo continenti - ma in loro l'errore ha trovato una spiegazione e una
coscienza: si è elevato in qualche modo alla dignità di religione.
È tuttavia una religione degradata, perché, come le sarà
facile capire, ha dovuto dare grandezza a una parte della realtà
soltanto a patto di sacrificarne un'altra... Ma andiamo...".
Con fervore - con i suoi
gesti di sportivo angosciato - si alzò, lasciò alle spalle
il Motel, si avviò per la grande strada, coi suoi paracarri, la
sua siepe centrale, i suoi marciapiedi, le sue linee divisorie ora unite
ora tratteggiate, le sue piazzole d'emergenza, i suoi ponti eleganti sui
sordidi, decrepiti canali di fango.
Ma man mano che ci avvicinavamo
al confine, con la sua sbarra e la sua costruzione poliziesca, l'aria si
faceva sempre più buia. Come una notte che scendesse all'improvviso,
con la rapidità di un temporale. Tutto fu ingoiato dal buio. E si
fece appena in tempo a vedere il cartello indicatore: il solito Oipi, seguito
stavolta dalla scritta: "settore autonomo raziocinanti: irrazionali e razionali".
Le sbarre le sollevarono
nel buio più fitto, al lume di sinistre pile, le demonie chiuse
nel loro feroce silenzio di novizie: e ci lasciammo alle spalle il dardeggiare
di quei lumi.
Camminavamo ormai, nel buio
più fitto.
L'altra sfumatura del peccato
della normalità (o della continenza), dopo quella del conformismo,
è quella della volgarità. L'accezione di questa parola va
forse precisata prima di entrare nel nuovo settore, appunto dei volgari,
dietro le sbarre abbassate, con le diavole scontente, dagli occhi obliqui.
La volgarità è il momento di pieno rigoglio del conformismo...
L'ambiente che si parò davanti ai nostri occhi non era molto diverso
da quello che avevamo lasciato. Nel regno delle ombre è naturalmente
più difficile cogliere le differenze che ci sono tra Roma e Milano.
Ma il verde della campagna e il grigiore del cielo erano quelli del Nord.
Dietro la folla. che composta e decente, un po' provinciale, alzava, cosparso
di qualche riso, il suo brusio, si sentiva la grande fossa contadina del
Po in magra. In un ambiente simile, a Roma, per esempio in un ricevimento
in Quirinale, con la luce sfacciata del pomeriggio che entra dai finestroni,
c'è sempre qualcosa di un po' sporco e levantino per cui il cuore
può stringersi. Qui no. Un conformista a Roma, in Quirinale, può
anche mostrare, volente o nolente, i suoi punti deboli e le sue miserie...
può mostrare, come un lebbroso, le sue piaghe, la sua povera immoralità
purulenta, e può perciò suscitare un sorriso o un sospiro
di pietà. Invece i volgari del Nord sono morali. Ciò che
è repellente in essi è proprio tutto ciò che di lecito
e consentito include il loro moralismo di solida tradizione.
L'altra vittima ha diciassette
anni,
di Cristina Mariotti
Diciassette anni e quattro
mesi. Nato al Prenestino, vissuto al Collatino, educato al Tiburtino; era
l'incarnazione di quel modello di degradazione giovanile, "criminaloide"
e cinica tante volte teorizzata e illustrata da Pasolini nei suoi più
recenti interventi. Pino Pelosi era "buono come il pane", dicono di lui
i suoi amici. Figlio di un commesso e di una curatissima e giovanile "colf"
a ore, non aveva mai avuto altri messaggi pedagogici che qualche pedata
e ripetute scariche di ceffoni. Poi tanta libertà. I suoi manuali
formativi: Tex, i fumetti neri, le avventure di guerra. I film li preferiva
con tanti cannoni, assalti di trincee e un sottofondo sonoro di mitragliatrici
crepitanti e aerei in picchiata. Se fosse nato in America, diceva, avrebbe
fatto il sottufficiale dei "marines". Esperienze di lavoro poche e tutte
fallimentari. (Come garzone di fornaio non era andato bene, tentava di
fregare il cliente e il padrone; come aiuto carrozziere era un inetto:
si pestava le dita invece di martellare le lamiere; come operaio era un
disastro: aveva provocato una mezza catastrofe giocando con una gru che
non doveva neanche sfiorare). Si era messo sulla strada a quindici anni
e a diciassette aveva già imparato molte cose: a rubare una macchina
e a saperla rivendere e a battere il marciapiede con i "schiacciabozzi"
che si piazzano la sera al Circo Massimo, alla stazione Termini e al Lungotevere
delle Navi in attesa di clienti generosi e discreti. Pino Pelosi non era
ancora un professionista smaliziato. In fondo era troppo intriso di cultura
rozzamente maschilista per essere un buon "prostituto": pensava troppo
ai duri e ai cow-boy, ai tenenti Rogers e alla "squadriglia dei temerari"
per dimenticare i tabù. Si dava ma non si concedeva, non era un
eclettico, un "montone-culattone". Al suo "onore" ci teneva. Ha detto al
magistrato e agli investigatori, nel corso della sua confessione fiume:
"Voleva invertire le parti. Ho detto di no. Lui mi ha colpito urlandomi
porco. Io porco. E lui che era? Allora non ci ho visto più e mi
sono messo a colpire con tutta la forza che avevo". Sapeva che il suo cliente
era Pasolini? Il ragazzo ha risposto di sì. "E certo, altrimenti
perché ci sarei andato?".
E ogni giorno ci ammazzano
a decine,
di Angelo Pezzana
Angelo Pezzana ha scritto
a nome di tutti i militanti e le militanti del "Fuori" (Fronte unitario
omosessuali rivoluzionari) presenti al congresso radicale, questo intervento.
La morte orrenda di Pier
Paolo Pasolini ci riporta ancora una volta al discorso della violenza che
ogni giorno viene commessa nei confronti degli omosessuali. Ogni giorno
vengono assassinati, aggrediti, "suicidati" decine e decine di omosessuali,
dal nome sconosciuto e che finiscono perciò solo nella cronaca nera.
Noi omosessuali infatti siamo sempre stati solo "cronaca nera". Il nostro
ambiente è "torbido", "squallido", e se qualcuno di noi ci rimette
la pelle, beh, è un finocchio di meno. Nessuno si è mai posto
il problema del perché gli omosessuali vadano a battere nei gabinetti
delle stazioni, nelle ultime file di certi cinema, nei parchi o nei boschi.
Nessuno ha mai detto che ci hanno "costretti", che dobbiamo vivere in modo
così drammatico la nostra sessualità perché la società
eterosessuale e maschile in cui viviamo non ci ha mai concesso altri spazi.
Noi siamo quelli di cui è meglio non parlare, a meno di non essere
ammazzati violentemente, noi siamo solo quello che l'immagine pubblica
corrente, un'immagine mistificata e manipolata da "tutti" i mezzi d'informazione,
vuole che siamo. Questa volta è toccato ad un omosessuale famoso,
e dalle pagine interne di cronaca nera l'omosessualità è
passata alle prime pagine di tutti i giornali. Non come dibattito ed informazione
seria, politica, ma solo perché è stato ammazzato un omosessuale
conosciuto da tutti. Noi vogliamo commemorare diversamente Pier Paolo,
ci vergogneremmo profondamente se lo facessimo in altro modo. Chi parlerà,
chi scriverà di Pier Paolo Pasolini omosessuale? Chi dirà
che è morto come muoiono migliaia di omosessuali? Noi siamo profondamente
stufi di tutte queste mostruosità. Noi riteniamo responsabili della
morte di Pasolini, al di là del criminale che lo ha ucciso, tutti
i cittadini che continuano a bearsi della loro ignoranza del problema,
o a considerarsi tranquilli solo perché si sentono a posto in quanto
"democratici". Consideriamo responsabili del massacro di Pasolini gli artefici
di tutta quella cultura psicanalitica e psichiatrica che ci raffigura come
dei malati e contribuisce così a rafforzare il ghetto in cui ci
hanno rinchiuso, consideriamo criminale Ignazio Majore, antifemminista
ed antiomosessuale che dalle colonne di "Paese Sera" ha scritto giudizi
vergognosi su Pasolini e sull'omosessualità. Consideriamo criminali
tutti quei mezzi d'informazione che non hanno ancora capito il dramma spaventoso
e fatto di oppressione in cui vivono gli omosessuali. In questo modo pensiamo
debba essere ricordato Pier Paolo Pasolini, con un senso di amore e rispetto
verso la sua memoria e verso il ricordo di tutte le migliaia di omosessuali
sconosciuti, torturati, massacrati, uccisi come lui.
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