"Pagine
corsare"
I
ricordi
Lettera a Pier Paolo
di Oriana Fallaci
[...] Diventammo subito amici,
noi amici impossibili. Cioè io donna normale e tu uomo anormale,
almeno secondo i canoni ipocriti della cosiddetta civiltà, io innamorata
della vita e tu innamorato della morte. Io così dura e tu così
dolce.
V’era una dolcezza femminea
in te, una gentilezza femminea. Anche la tua voce del resto aveva un che
di femmineo, e ciò era strano perché i tuoi lineamenti erano
i lineamenti di un uomo: secchi, feroci.
Sì esisteva una nascosta
ferocia sui tuoi zigomi forti, sul tuo naso da pugile, sulle tue labbra
sottili, una crudeltà clandestina. Ed essa si trasmetteva al tuo
corpo piccolo e magro, alla tua andatura maschia, scattante, da belva che
salta addosso e morde. Però quando parlavi o sorridevi o muovevi
le mani diventavi gentile come una donna, soave come una donna.
Ed io mi sentivo quasi imbarazzata
a provare quel misterioso trasporto per te. Pensavo: in fondo è
lo stesso che sentirsi attratta da una donna.
Come due donne, non un uomo
e una donna, andavamo a comprare pantaloni per Ninetto, giubbotti per Ninetto,
e tu parlavi di lui quasi fosse stato tuo figlio: partorito dal tuo ventre,
e non seminato dal tuo seme. Quasi tu fossi geloso della maternità
che rimproveravi a tua madre, a noi donne. Per Ninetto, in un negozio del
Village, ti invaghisti di una camicia che era la copia esatta delle camicie
in uso a Sing Sing. Sul taschino sinistro era scritto: "Prigione di Stato.
Galeotto numero 3678". La provasti ripetendo: «Deliziosa, gli piacerà».
Poi uscimmo e per strada
v’era un corteo a favore della guerra in Vietnam, ricordi? Tipi di mezza
età alzavan cartelli su cui era scritto: "Bombardate Hanoi" e ci
restasti male. Da una settimana ti affannavi a spiegarmi che il vero momento
rivoluzionario non era in Cina né in Russia ma in America.
«Vai a Mosca, vai
a Praga, vai a Budapest e avverti che lì la rivoluzione è
fallita: il socialismo ha messo al potere una classe di dirigenti e l’operaio
non è padrone del proprio destino. Vai in Francia, in Italia, e
ti accorgi che il comunista europeo è un uomo vuoto. Vieni in America
e scopri la sinistra più bella che un marxista come me possa scoprire.
I rivoluzionari di qui fanno venire in mente i primi cristiani, v’è
in essi la stessa assolutezza di Cristo. M’è venuta un’idea: trasferire
in America il mio film su San Paolo».
Della cultura americana
assolvevi quasi tutto, ma quanto soffristi la sera in cui due studen-tesse
americane ti chiesero chi fosse il tuo poeta preferito, tu rispondesti
naturalmente Rimbaud, e le due ignoravano chi fosse Rimbaud. Per questo
lasciasti New York così insoddisfatto? [...]
Dicono che tu fossi capace
d’essere allegro, chiassoso, e che per questo ti piacesse la compagnia
della gioventù: giocare a calcio, ad esempio, coi ragazzi delle
borgate. Ma io non ti ho mai visto così.
La malinconia te la portavi
addosso come un profumo e la tragedia era l’unica situa-zione umana che
tu capissi veramente. Se una persona non era infelice, non ti interessava.
Ricordo con quale affetto, un giorno, ti chinasti su me e mi stringesti
un polso e mormorasti: «Anche tu, quanto a disperazione, non scherzi!»
Forse per questo il destino ci fece incontrare di nuovo, anni dopo. Fu
a Rio de Janeiro, dov’eri venuto con Maria Callas: in vacanza. [...]
Nessun prete mi ha mai parlato,
come te, di Gesù Cristo e di San Francesco. Una volta mi hai parlato
anche di Sant’Agostino, del peccato e della salvezza come li vedeva Sant’Agostino.
È stato quando mi
hai recitato a me-moria il paragrafo in cui Sant’Agostino racconta di sua
madre che si ubriaca. Ed ho compreso in quell’occasione che cercavi il
peccato per cercar la salvezza, certo che la salvezza può venire
solo dal peccato, e tanto più profondo è il peccato tanto
più liberatrice è la salvezza.
Però ciò che
mi dicesti su Gesù Cristo e su San Francesco, mentre Maria sonnecchiava
dinanzi al mare di Copacabana, mi è rimasto come una cicatrice.
Perché era un inno all’amore cantato da un uomo che non crede alla
vita. Non a caso l’ho usato nel mio libro che non hai voluto leggere. L’ho
messo in bocca al bambino quando interviene al processo contro la sua mamma:
«Non è vero che non credi all’amore, mamma. Ci credi tanto
da straziarti perché ne vedi così poco, e perché quello
che vedi non è mai perfetto. Tu sei fatta d’amore. Ma è sufficiente
credere all’amore se non si crede alla vita?»
Anche tu eri fatto d’amore.
La tua virtù più spontanea era la generosità. Non
sapevi mai dire no. Regalavi a piene mani a chiunque chiedesse: sia che
si trattasse di soldi, sia che si trattasse di lavoro, sia che si trattasse
di amicizia. A Panagulis, per esempio, regalasti la prefazione ai suoi
due libri di poesie. E, verso per verso, col testo greco accanto, volesti
controllare perfino se fossero tradotte bene.
Ci ritrovammo per questo,
rammenti. Riprendemmo a vederci quando lui fu scarcerato e venne in esilio
in Italia. Andavamo spesso a cena, tutti e tre. E mangiare con te era sempre
una festa, perché a mangiare con te non ci si annoiava mai. Una
sera, in quel ristorante che ti piaceva per le mozzarelle, venne anche
Ninetto. Ti chiamava "babbo". E tu lo trattavi proprio come un babbo tratta
suo figlio, partorito dal suo ventre e non dal suo seme.
Lasciarti dopo cena, invece,
era uno strazio. Perché sapevamo dove andavi, ogni volta. E, ogni
volta, era come vederti correre a un appuntamento con la morte. Ogni volta
io avrei voluto agguantarti per il giubbotto, trattenerti, implorarti,
ripeterti ciò che ti avevo detto a New York: «Ti farai tagliare
la gola, Pier Paolo!». Avrei voluto gridarti che non ne avevi il
diritto perché la tua vita non apparteneva a te e basta, alla tua
sete di salvezza e basta. Apparteneva a tutti noi. E noi ne avevamo bisogno.
Non esisteva nessun altro in Italia capace di svelare la verità
come la svelavi tu, capace di farci pensare come ci facevi pensare tu,
di educarci alla coscienza civile come ci educavi tu. E ti odiavo quando
ti allontanavi su quella automobile con cui i tre teppisti t’avrebbero
schiacciato il cuore. Ti maledicevo. Ma poi l’odio si spingeva in un’ammirazione
pazza, ed esclamavo: «Che uomo coraggioso!» Non parlo del tuo
coraggio morale, ora, cioè di quello che ti faceva scrivere in cambio
di contumelie, incomprensioni, offese, vendette. Parlo del tuo coraggio
fisico. Bisognava avere un gran fegato per frequentare la melma che frequentavi
tu, di notte. Il fegato dei cristiani che insultati e sbeffeggiati entrano
nel Colosseo per farsi sbranare dai leoni.
Ventiquattr’ore prima che
ti sbranassero, venni a Roma con Panagulis. Ci venni decisa a vederti,
risponderti a voce su ciò che mi avevi scritto. Era un venerdì.
E Panagulis ti telefonò da casa mia, alla terza cifra si inseriva
una voce che scandiva: «Attenzione. A causa del sabotaggio avvenuto
nei giorni scorsi alla centrale dell’Eur il servizio dei numeri che incominciano
col 59 è temporaneamente sospeso». L’indomani accadde lo stesso.
Ci dispiacque perché credevamo di venire a cena con te, sabato sera,
ma ci consolammo pensando che saremmo riusciti a vederti domenica mattina.
Per domenica avevamo dato
appuntamento a Giancarlo Pajetta e Miriam Mafai in piazza Navona: prendiamo
un aperitivo e poi andiamo a mangiare. Così verso le dieci ti telefonammo
di nuovo. Ma, di nuovo, si inserì quella voce che scandiva: attenzione,
a causa del sabotaggio il numero non funziona.
E a piazza Navona andammo
senza di te. Era una bella giornata, una giornata piena di sole. Seduti
al bar ‘Tre Scalini’ ci mettemmo a parlare di Franco che non muore mai,
ed io pensavo: mi sarebbe piaciuto sentir Pier Paolo parlare di Franco
che non muore mai. Poi si avvicinò un ragazzo che vendeva l’Unità
e disse a Pajetta: «Hanno ammazzato Pasolini».
Lo disse sorridendo, quasi
annunciasse la sconfitta di una squadra di calcio. Pajetta non capì.
O non volle capire? Alzò una fronte aggrottata, brontolò:
«Chi? Hanno ammazzato chi?» E il ragazzo: «Pasolini».
E io, assurdamente: «Pasolini chi?» E il ragazzo: «Come
chi? Come Pasolini chi? Pasolini Pier Paolo». E Panagulis disse:
«Non è vero». E Miriam Mafai disse: «È
uno scherzo». Però allo stesso tempo si alzò e corse
a telefonare per chiedere se fosse uno scherzo. Tornò quasi subito
col viso pallido. «È vero. L’hanno ammazzato davvero».
In mezzo alla piazza un
giullare coi pantaloni verdi suonava un piffero lungo. Suonando ballava
alzando in modo grottesco le gambe fasciate dai pantaloni verdi, e la gente
rideva. «L’hanno ammazzato a Ostia, stanotte», aggiunse Miriam.
Qualcuno rise più
forte perché il giullare ora agitava il piffero e cantava una canzone
assurda. Cantava: «L’amore è morto, virgola, l’amore è
morto, punto! Così io ti piango, virgola, così io ti piango,
punto! »
Non andammo a mangiare.
Pajetta e la Mafai si allontanarono con la testa china, io e Panagulis
ci mettemmo a camminare senza sapere dove. In una strada deserta c’era
un bar deserto, con la televisione accesa. Si entrò seguiti da un
giovanotto che chiedeva stravolto: «Ma è vero? È vero?»
E la padrona del bar chiese: «Vero cosa?» E il giovanotto rispose:
«Di Pasolini. Pasolini ammazzato». E la padrona del bar gridò:
«Pasolini Pier Paolo? Gesù! Gesummaria! Ammazzato! Gesù!
Sarà una cosa politica!» Poi sullo schermo della televisione
apparve Giuseppe Vannucchi e dette la notizia ufficiale. Apparvero anche
i due popolani che avevano scoperto il tuo corpo. Dissero che da lontano
non sembravi nemmeno un corpo, tanto eri massacrato. Sembravi un mucchio
di immondizia e solo dopo che t’ebbero guardato da vicino si accorsero
che non eri immondizia, eri un uomo. Mi maltratterai ancora se dico che
non eri un uomo, eri una luce, e una luce s’è spenta?
Roma, novembre 1975
Da: AA.VV., Dedicato a
Pier Paolo Pasolini, Gammalibri, Milano 1976, già nel n. 7 della
rivista letteraria «Salvo imprevisti» (per gentile concessione
di Gammalibri/Kaos Edizioni, Milano).
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