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I ricordi .
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Piove, sulla pianura annebbiata. E' il giorno dei morti; e, di colpo, una voce nel telefono grida questo morto incredibile, che ha lavorato tutta la vita sulle parole (quelle della lingua, quelle più amate del dialetto), e che pare che se le sia portate via tutte, nella notte violenta. Memoria ed emozione formano un amaro impasto di fatti e di titoli, che sono perfino la stessa realtà, lo stesso dramma esistenziale: ragazzi di vita (e di morte), vite violente, e le immagini del film, come Pier Paolo avesse scritto e filmato la propria fine: i sentieri di polvere di Accattone, la luce dirotta, con abbagli neri, come la notte del delitto, le voragini di La ricotta. L'uomo, che nella mattina festiva aiutava la sua casupola di lamiere e di legni a crescere, ripete che la moglie, quando vide il corpo stravolto sulla pista, esclamò: "Aò che è ’sta monnezza?". E il paesaggio, intorno, è il suo. Me l'aveva mostrato un pomeriggio del 1960, quando lavorava alla sceneggiatura di La giornata balorda che diresse poi Bolognini. Con Pasolini m'ero incontrato a Milano in casa di suo cugino, il poeta e cineasta Nico Naldini, che abitava allora in una mansarda sporta sull'imbocco dell'Autostrada dei Fiori, Ma ci vedevamo anche alle cene che gli amici di "Officina" organizzavano in una vecchia trattoria milanese a Porta Volta. Aveva rapporti con case editrici di qui: ma i suoi interessi stavano per essere divorati dall'irrequieta, confusa, eccitante realtà di Roma. delle borgate e della sconfinata periferia, che l'avrebbero perduto. A Milano veniva sempre più di rado (anche Naldini l'aveva raggiunto nella capitale). Il cinema lo portava spesso fuori d'Italia. Dopo la poesia è stato proprio il cinema a farci ritrovare, sui luoghi di lavorazione, o ai festival, dove arrivava con la sua tribù di attori, consiglieri, amici, che più spesso erano una sola entità. La popolarità, il benessere (una bella casa, con quadri d'autore, vegliata dalla madre; suo fratello era stato ucciso nell'ultima guerra) non avevano fissato la sua voce, che era sempre come sul punto di rompersi. Era fragile e scattante, tutto nervi (lo vidi gioiosamente giocare al calcio in una partita da ridere, come fra scapoli e sposati) e idee. Come uomo pubblico possedeva in misura magica la qualità di prevedere, d'essere al posto giusto con la proposta più polemica e provocante, magari sbagliata. Ma con gli amici, a volte, scopriva le ferite, accennava all'imbocco dei labirinti in cui inseguiva la sua infelicità. Lo ricordo nelle giornate della contestazione a Venezia, lacerato dai richiami dei sensi e della passione ideologica, dalle ragioni dell'arte e della poesia. Frugava tra la folla in cerca del giovane che l'aveva offeso, come per compiere un'espiazione. Dopo ogni prima di un suo film, mi scriveva; o mi telefonava, Qualche volta volle che li vedessimo insieme, in anteprima. All'inizio degli Anni '70, lo cercai perché intervenisse, con un sua parere, nella rubrica di libere opinioni del “Corriere”. Aveva molto da fare; chiese tempo. Pregai Naldini di sollecitarlo. Così mandò, avviando una collaborazione che ha toccato poi i temi più scottanti della crescita della società italiana, le sue contraddizioni, le sue piaghe. quegli scritti corsari che ci mancheranno d'ora in avanti, anche se per non esser sempre d'accordo. Proprio il giorno dei morti, della sua morte violenta, spietatamente sceneggiata. Nella pioggia. che non smette, vanno immagini della sua fine, dei suoi film, fogli dei suoi libri, prosa e poesia, inventari e progetti ormai spenti. confidenze: “...finalmente svelerò la mia vera passione. Che è la vita furente (o nolente) (o morente) – e perciò, di nuovo, la poesia: – Non conta né il segno né la cosa esistente”; oppure, i propositi: “...Dopo la mia morte, non si sentirà la mia mancanza: – l'ambiguità importa finché è vivo l'Ambiguo”: o i versi, strazianti in questa luce luttuosa, di Una disperata vitalità in Poesia in forma di rosa, appuntati proprio a Fiumicino, con il vecchio castello “e una prima idea vera della morte”: “Come in un film di Godard… al volante… – sono come un gatto bruciato vivo, – pestato dal copertone di un autotreno, – impiccato da ragazzi a un fico, – ma ancora almeno con sei – delle sue sette vite...”. Non si riesce a continuare a leggere, a citare, nell'orrendo mischiarsi di immagini e parole. Il conto della vita è stato strappato, povero amico. . .. SIAMO RIMASTI IMPIETRITI» Sgomento a Casarsa nel Friuli il paese che lo vide bambino di Gianni Bianco. . Non è stato difficile trovare «la maestra», come tutti la chiamano. Abita nella via dedicata a Guido Alberto Pasolini, il fratello di Pier Paolo ucciso diciannovenne a Porzus (vicino al confine jugoslavo) nel 1945 durante un episodio che è una pagina nera nei rapporti fra Resistenza italiana e iugoslava. La formazione di Guido Alberto, che faceva capo alla «Osoppo», venne massacrata da partigiani jugoslavi, lui riuscì a scappare, si ruppe una gamba, fu nascosto da una donna, ritrovato e ucciso a sua volta. Giannina Colussi ricorda quell'episodio piangendo. «Lo stesso dramma di Pier Paolo: anche lui ucciso bestialmente. Pensi alla mia povera sorella, due figli tutti e due morti allo stesso modo». E sfoglia il librettino, il primo di una pila tutti intitolati «Il Stroligut», cioè l'astrologo. Sono le prime fatiche letterarie di Pier Paolo Pasolini, immediatamente successive a Poesie a Casarsa. L'altra anziana zia, Enrichetta, anche lei con gli occhi rossi come i tre nipoti presenti, ripone i quadernetti sui quali è alta la polvere. Da ventisette anni non se ne stampano più, da quando cioè ha chiuso i battenti l'«Academiuta di Lenga furlana», che Pier Paolo Pasolini aveva fondato dopo che la sua famiglia era sfollata nel 1943 da Bologna qui a Casarsa, paese natale della madre del futuro scrittore che vi aveva anche frequentato le scuole elementari. Il suo desiderio di vivere l'esperienza letteraria nel senso della partecipazione più ampia, ma anche partendo da genuine radici popolari, trovava nella «Academiuta» la prima espressione. Assieme ad altri giovani universitari come Giovanna Bemporad e Nico Naldini ne aveva fatto un centro di studi filologici e letterari, cercava di costruire un abbozzo di letteratura per il friulano nella convinzione che avesse dignità di lingua nella lingua, non di semplice dialetto. Sullo «Stroligut» pubblicava i suoi scritti, i suoi saggi, le sue poesie e quelle degli altri in italiano o in friulano, come la preghiera commovente quanto presaga del suo destino tragico che apre il primo numero. Ma l'«Academiuta» non si limitava a questo, era un piccolo centro scolastico dove i giovani venivano aiutati nello studio con lezioni e ripetizioni grazie all'attività volontaristica del gruppo entusiasta. Finita la guerra l'attività andò avanti ancora per cinque anni, durante i quali Pier Paolo Pasolini insegnò anche alla scuola media del vicino paese di Valvasone. Tutto finì nel 1949, quando Pier Paolo lasciò Casarsa e il Friuli per andare a Roma. Ma i suoi ritorni erano frequenti. «Qui lo conoscevano tutti – dice il vigile urbano Nello Badini – e tutti hanno un buon ricordo di lui. Io non lo vedevo però da quattro anni, quando venne assieme alla cantante Maria Callas per finir di girare il film Medea». «Ma era tornato anche più di recente», dice la zia Giannina: «questa estate aveva accompagnato sua madre, mia sorella Susanna, che viveva con lui a Roma. L'aveva accompagnata a Ravascletto, che non è lontano da qui, per una vacanza». «Il miglior ricordo però – aggiunge sua cugina Franca Mazzon – risale al 1° giugno, quando ci siamo trovati tutti, le tre zie, Pier Paolo e i nipoti per il matrimonio di mia figlia a Perugia. E' stata quella l'ultima volta che ci siamo visti tutti insieme». Nella vecchia casa di famiglia di via Guido Alberto Pasolini, ora stanno tutti in silenzio attorno al televisore. Aspettano le ultime notizie da Roma. Io vorrei andare a Cervignano per parlare con Giuseppe Zigaina, il pittore che e stato uno dei più cari amici di Pasolini, che molto spesso veniva quassù a trovarlo, per parlare insieme d'arte. «E' inutile – mi dice la zia Giannina – Zigaina è partito per Roma poco dopo mezzogiorno. Lui è stato il primo fra noi ad avere la notizia. Mio fratello Gino gli ha telefonato perché andasse giù subito. Non ha avuto cuore di telefonare a noi. E noi così abbiamo dovuto ascoltare la notizia alla radio. Siamo rimaste impietrite, non so neanch'io cosa pensare». Gli occhi le si riempiono di lacrime e intorno a lei piangono tutti. Ora le due sorelle aspettano. Aspettano che Susanna, madre di Pier Paolo, torni al paese perché sanno che adesso ha bisogno di loro. . .
.. Cesare Zavattini, regista e sceneggiatore ha dichiarato: “Abbiamo perso un grande uomo e un grande esempio di coraggio, il suo bisogno di sapere le cose ‘con gli indirizzi e con i nomi’ aveva instaurato un modo di agire che ci doveva trascinare tutti. E’ stato un esempio di quelle qualitià di cui gli italiani hanno estremo bisogno in questo particolare momento, la sua morte è una tragedia per l’Italia”. Giancario Vigorelli, critico 1etterario, rievocando lo scrittore scomparso ha anche fornito la testimonianza di un recente, drammatico incontro. “Un incontro – ha detto – che è stato uno scontro ed una riconciliazione affettuosissima. Gli avevo detto che tutto quanto andava scrivendo contro la violenza, la perdita del sacro, l'involgarimento di ogni valore culturale e civile rischiava di essere in parte smentito dalla sua vita, dal suo lavoro, soprattutto da certi suoi film. Lasciasse quindi Roma, rompesse con il cinema, si sottraesse al denaro e a certa mondanità: lo avevo visto piangere, disarmato come ai primi anni della sua ‘meglio gioventù’. Mi rispose che doveva accettare anche la propria dannazione, e che ogni fuga potesse essere una diserzione o un fatto privato o di cronaca. E' un fatto che appartiene alla storia e al costume di questi anni, e non è un caso che la poesia, nel nome di uno dei nostri più cari poeti, sia stata colpita”. Il giudizio di due registi. “Abbiamo perduto forse l'intelligenza più lucida dell'Italia contemporanea”, ha detto Lina Wertmüller. “I suoi interventi civili avevano il raro pregio dell'analisi”. E Alberto Lattuada: “Era un poeta e uno scrittore che incideva nella nostra vita con la sua personalità. Sono impressionatissimo non tanto per il delitto, perché ormai viviamo in mezzo ai delitti, ma perché è un delitto contro una voce vera e uno spirito indipendente, contrario a qualsiasi conformismo”. Per l'onorevole Antonello Trombadori Pasolini era “un uomo limpido e puro, vittima occasionale e pietosa della sua indifesa diversità. Egli è stato colpito da quella stessa violenza che primo di ogni altro, coraggiosamente, aveva definito unificante, al di là delle barriere di classe, ideologiche e politiche, di tutto ciò che nell'attuale società italiana è sinonimo di nuova barbarie”. Michelangelo Antonioni: “E' la vittima dei suoi stessi personaggi, una tragedia perfetta prevista nei suoi diversi aspetti, senza sapere che un giorno avrebbe finito con il travolgerlo”. Maria Bellonci: “L'angoscia crudele che ci sconvolge oggi – ha detto – ha riscontro con l'angoscia che ci coinvolse nel 1950 per la tragica morte di Pavese. Sebbene la qualità della violenza sia diversa, è sempre violenza che spegne la poesia. Siamo coinvolti perché Pasolini aveva al massimo grado la libertà del poeta, pronta ad assumere ogni dimensione”. Una voce anche dalla Francia, il critico cinematografico Claude Mauriac: “Non parlerò di lui al passato perché un genio creatore resta sempre vivo: è uno dei più grandi artisti del nostro tempo. Vicino all'ideologia comunista, lontano dal cristianesimo, ha il senso del sacro, e quello che la sua opera ci mostra e ci fa comprendere è importante e bello”. Per Alberto Bevilacqua, scrittore, c'è soprattutto il poeta. “Ho conosciuto Pasolini quando ero alle mie prime esperienze culturali, e allora nacque un'amicizia che ci accompagnò nei nostri primi anni romani. Voglio ricordarlo perché, allora, ai giovani che gli erano vicini appariva chiara una vena di candore limbale, attraversata da una potente linfa e da provocazioni solari, da magico rito agrario, da epos popolare. La poesia, per lui, non era solo un fatto di pagina, ma direi fisiologico, biochimico; la sua sensibilità registrava gli umori, i sapori della vita con una sete percettiva che si trasformava subito in canto poetico. Anche Alfonso
Gatto nel suo amarissimo commento insiste sul tema
della poesia. "Sono rimasto atterrito e profondamente sconvolto – ha detto
– da questa morte così selvaggia che ha privato l’Italia di un vero
poeta e di un uomo di grande fantasia, un uomo coraggioso, leale, e ostinatamente
buono. Credo che la sua morte, quali che siano le cause e i pretesti occasionali
che l’hanno determinata, non possa essere un fatto privato o di cronaca.
E’ un fatto che appartiene alla storia e al costume di questi anni, e non
è un caso che la poesia, nel nome di uno dei nostri più cari
poeti, sia stata colpita".
La testimonianza di Rafael Alberti . Il poeta spagnolo Rafael Alberti ha dichiarato: «L'Italia ha perso un grande poeta, impegnato nella ricerca della verità. Tutti ricorderemo sempre Pasolini per la sua grande bontà e la sua attenzione per tutto ciò che è umano. Il senso poetico e lirico della sua visione del mondo che si riflette nella sua opera, Pasolini lo ha trasfuso nel cinema, creando così opere maestre che tutti conosciamo: Mamma Roma, Epido re, Medea. Poco tempo fa Pasolini aveva chiesto assieme al cineasta Arrabal e tutti gli spagnoli, latinoamericani e italiani democratici, riuniti piazza di Spagna, la salvezza i tutti i patrioti baschi condannati a morte. Egli era amico di tutti coloro che erano rimasti senza un paese». . |
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