"Pagine
corsare"
Ricordi
Paolo Ferrari, il doppiatore
di Accattone, ricorda il
suo incontro
con Pier Paolo Pasolini
La breve intervista, di Alberto
Crespi, è tratta dal giornale telematico
"Il nuovo", 2 novembre 2000.
[...]
Ma come nacque questo
singolare e poco noto incontro?
"Sono
sempre felice di poter ricordare la mia collaborazione con Pier Paolo Pasolini,
perché ogni volta che la ricordo me ne vergogno, ed è una
vergogna che mi merito, che merita di essere rivangata. Era il 1961 quando
mi chiamarono ad un provino per il doppiaggio di Accattone. Bisognava
doppiare Franco Citti, il protagonista. Sapevo poco di Pasolini. Sapevo
che per quel doppiaggio aveva convocato mezza Roma. Sapevo che era uno
scrittore di qualche notorietà: avevo letto alcune sue pagine e
non ci avevo capito nulla. Sapevo che aveva scritto alcune sceneggiature
e che quella era la sua prima regia. Andai al provino con un atteggiamento
insopportabile: convinto di essere un buon doppiatore, non mi importava
molto di avere o non avere la parte. Arrivai in sala doppiaggio: c’eravamo
solo io, Pier Paolo e il fonico. Mi diede una scena, io la lessi, poi dissi:
va bene, registriamo. Prima registrazione. Pier Paolo dice: le dispiace
rifarla? Seconda, terza, quarta registrazione. Lui mi guardava senza spiegarmi
cosa non funzionasse. Allora gli dissi, con una certa sufficienza: senta,
qui perdiamo tempo io e lei, o mi dà delle indicazioni precise oppure
arrivederci e amici come prima. Lui, allora, chiese al fonico di farmi
riascoltare quelle quattro prove: e mentre riascoltavamo, ogni tanto fermava
il nastro e diceva ecco, questa frase… questa frase è vera. Allora,
all’improvviso, capii. Capii che ero un cretino e che avevo di fronte un
artista diverso dai soliti cinematografari. Capii che voleva una parlata
romana vera, non artefatta, non da attore.
Come si svolse il resto
del doppiaggio?
Da allora in poi, andò
tutto bene. Anche grazie a Sergio Citti, il fratello di Franco, che era
sempre accanto a me e mi leggeva le battute prima che io le registrassi,
cercandomi di dare il colore romanesco autentico e necessario al personaggio.
Sergio era un po’ il suo interprete. Conoscendo lui, e più superficialmente
Franco e altri ragazzi che avevano recitato nel film, realizzai il rapporto
profondissimo che Pier Paolo aveva stabilito con loro. Pendevano dalle
sue labbra, ma in lui non c’era alterigia, sufficienza. Era diventato uno
di loro pur rimanendo il poeta, l’intellettuale che era.
Franco Citti era in qualche
modo risentito del fatto che lei lo doppiasse?
Non direi. In primo luogo
Pier Paolo doppiava tutti. Anche, più tardi, gli attori "veri",
non presi dalla vita. Inoltre Franco non era, o non era ancora, un attore
"vero". Era una magnifica maschera che faceva parte del mondo poetico che
Pasolini aveva in testa. Devo dire che da quel primo, imbarazzante incontro,
nacque una stima da parte mia profondissima, e credo reciproca, perché
mi richiamò sei anni dopo per doppiare ancora Franco in Edipo re.
Lì c’è la riprova del discorso sugli attori "veri": in quella
splendida scena in cui Edipo si acceca, Franco diceva i numeri. Non recitava
Sofocle, né la riscrittura che Pier Paolo aveva fatto di Sofocle.
Diceva "uno-due-tre-quattro", e intanto si cavava gli occhi: le parole
di Pasolini, o di Sofocle, ce le ho messe io. Era tutto funzionale all’idea
di cinema che Pier Paolo aveva. Per inciso, l’altro cineasta che faceva
"dire i numeri" agli attori, quando non ricordavano la parte o più
banalmente lui non l’aveva ancora scritta, era Federico Fellini. Una pratica
che in cineasti più tradizionali sarebbe offensiva per gli attori,
per loro era uno strumento poetico. E nel mondo dei poeti anche i numeri
possono far rima.
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