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Ricordi Un ricordo del corsaro
Lo scorso novembre il mondo intellettuale italiano ed europeo ha celebrato una delle figure più controverse ed imponenti del Novecento letterario. Letture pubbliche, manifestazioni, memoriali, pubblicazioni hanno scandito il trentennio dalla morte di Pier Paolo Pasolini, scomparso nel lontano 1975, la notte fra l’1 e il 2 novembre, in circostanze che ancora oggi appaiono misteriose. Il corpo, martoriato e coperto di sangue, venne ritrovato all’Idroscalo di Ostia, nei pressi di un campetto di calcio. Da allora il mistero di quella morte, costruita con volontà e morbosità, più volte invocata dal poeta stesso, ha alimentato discussioni e colpi di scena, alcuni dei quali molto recenti. Proprio in questo 2005, quello che ormai era stato riconosciuto come l’aggressore della vittima, Pino Pelosi, ha rivelato, nel corso di una puntata televisiva, la sua innocenza e i motivi del suo silenzio, riaprendo all’improvviso il caso. La morte del regista Sergio Citti, amico intimo dello scrittore, ha fatto il resto, riportando in auge alcune sue tesi sul delitto, mai abbandonate peraltro da chi da anni si interroga sulle dinamiche del delitto. In queste poche righe, oltre a tessere un umile elogio e a rievocare come la stampa e l’editoria italiana hanno partecipato al ricordo di Pasolini, vorremmo ricordare quel che Alberto Moravia pronunciò in occasione della commemorazione funebre: «Abbiamo perso prima di tutto un poeta, e di poeti ne nascono tre o quattro soltanto dentro un secolo». Pasolini fu, dunque, prima di tutto poeta, e, come ogni buon poeta, seppe leggere prima di tutti il futuro che andava pian piano a svelarsi. Lo fece, con toni profetici – incompresi, secondo Enzo Siciliano –, soprattutto nell’ultima fase della sua esistenza, dalle colonne dei quotidiani: tutti, d’altra parte, ricorderanno la sua stagione corsara, gli scritti contro il Palazzo del potere, considerati oltraggiosi dall’Italietta dell’epoca, o quelli sull’aborto e i capelloni. Tuttavia quella era, per riprendere una epistola in versi del 1994 di Giuseppe Conte, intitolata Sullo stato della poesia, l’epoca in cui «Sanguineti e Pasolini / dibattevano sui destini / del mondo, del linguaggio, / della letteratura, come Ministri degli Esteri / di due Stati avversari». L’epoca, pertanto, in cui essere poeti voleva dire incidere nella realtà politica, avere una funzione sociale di orientamento nei confronti dei lettori. Anche per questo oggi si
rimpiange Pasolini, e con lui la figura dell’intellettuale capace di dire
la sua – oggi che il poeta non ha più diritto di parola. A rileggere
il Pasolini luterano degli interventi sul falso progresso e sull’educazione
di Gennariello, si avverte, in questi inizi di millennio, un senso di assenza:
e ci si chiede contro chi oggi lancerebbe i propri strali, innanzi a un
mondo che lui stesso aveva annunciato.
Il trattamento della stampa Cominciando dalla fine, come si deve per ogni elogio, non possiamo che tenere in considerazione un rischio che più voci hanno palesato nel ricordare il poeta corsaro e che Siciliano, in un trafiletto apparso su la Repubblica del 2 novembre 2005, ha esplicitato, tirando le somme di quel che si è scritto su Pasolini in quei giorni: il timore è che «l’enfatizzazione mediatica vada prevaricando sull’aspetto sostanziale della presenza di Pier Paolo Pasolini nella nostra cultura», riferendosi al sarcasmo degli “accusatori” (postfascisti di ieri e di oggi, secondo Siciliano) de Il Secolo d’Italia. Il rischio, pertanto, è quello di trasformare Pasolini in un oggetto di disputa, in un mito da esaltare o da demolire, dimenticando la reale sostanza del suo apporto alla cultura italiana, prima di tutto come poeta. Si dimentica, in un certo senso, che a contare dovrebbe essere la rivoluzione poetica pasoliniana, quella de Le ceneri di Gramsci, la raccolta di versi che più ha inciso (con Satura di Montale, che è comunque del 1971) sulla rielaborazione del linguaggio della poesia e che ha posto un amore civile alla base del dettato poetico, l’esperienza di vita del poeta stesso e della sua disperata passione per una vita a lui negata, la sua volontà di comprendere un mondo incomprensibile per chi, di quel mondo, non poteva far parte: è la poesia dell’«oscuro scandalo / della coscienza» di un uomo che è possessore della Storia, ma che da essa stessa posseduto, in cui si riflette tutta un’immagine dell’epoca e dei tempi duri di cambiamento che Pasolini avvertiva. Mitizzare il poeta, il personaggio, la sua tanto discussa omosessualità, sarebbe negare le qualità della sua poesia e dei suoi scritti giornalistici. Alla figura del poeta e dell’intellettuale, L’espresso del 27 ottobre 2005 ha dedicato spazio con un’intervista a Hans Magnus Enzensberger, poeta tedesco e divulgatore in Germania dell’opera di Pasolini. Secondo l’intellettuale tedesco, il corsaro rappresenta l’ultimo dei mostri sacri a cui far appello (come Paul Celan per la Germania), proprio per il suo essere vissuto in un’epoca in cui il poeta poteva avere ancora una funzione di «mediatore dell’ultimo senso delle cose e della vita»; ma nello stesso tempo la sua figura è unica perché cercò, attraverso la sua riflessione antropologica, di dare forza allo statuto dell’intellettuale dichiarandone e profetizzandone la fine. Suggestivo è infatti pensare a come questo mito di morte possa essere disseminato in tutta l’opera pasoliniana, in relazione anche alla scomparsa degli intellettuali, a mo’ di una continua celebrazione funebre della sua stessa funzione. Dalle colonne de la Repubblica (21 ottobre 2005), Adriano Sofri, all’interno di Diario, che dedica al poeta le sue tre pagine, con testimonianze di Alberto Arbasino e Alberto Asor Rosa, rievoca la figura contraddittoria del corsaro, presente in un’epoca ancora memore del regime fascista, il suo guardare in faccia il mondo in preda ad una rivendicazione del suo essere. Sofri indica la sua essenzialità allorché Pasolini «getta sul terreno, coi pensieri, il suo corpo»: tutti cedono alla sua presenza fisica, al suo legame corporale che lo sostanzia come vittima e carnefice. Ma il punto di vista di Sofri appare interessante quando su l’Unità del 31 ottobre 2005, in un articolo a firma di Adele Cambria, parla del suo conflitto con Pasolini al tempo di Lotta continua, un conflitto che conviveva con la stima e l’amicizia: «Era enormemente generoso con Lotta Continua, ha assunto la direzione del quindicinale, ha in parte realizzato con noi il documentario 12 dicembre, ci aiutava quando avevamo l‘acqua alla gola per i soldi, ed allora io glieli chiedevo. In quanto al discorso politico, lui ci rimproverava di dilapidare la nostra intelligenza, noi gli rinfacciavamo che quello era il momento di fuoco, che bisognava lanciarsi nella mischia». Un rapporto dunque vissuto all’ombra del legame morboso che Pasolini aveva con il Pci di allora, preoccupato delle ingerenze degli estremisti della lotta armata, in cui il poeta ravvisava già, nella sua accusa agli studenti nei fatti di Valle Giulia, un imborghesimento della ragione rivoluzionaria. Ancora su Diario del 21 ottobre sono presenti due contributi/ricordi del poeta. Arbasino, intervistato da Antonio Gnoli, parla dell’uomo Pasolini, al crocevia di quegli anni che segnarono il cambiamento per quella Italia «minima e rissosa» e ne offre un’immagine d’uomo nervoso e teso, di intellettuale succube del Pci, allora animato da un puritanesimo inspiegabile, ma di grande poeta che tuttavia spesso di perdeva in dispute di poca importanza. Dallo stesso quotidiano, Asor Rosa riflette sul Pasolini protagonista primario del suo film di vita, con un parallelismo che è stato spesso evocato: ad un certo punto, come ha sottolineato anche Sofri, il soggetto Pasolini si fa carne e attore principale della scena (da questo punto di vista, Salò ne rappresenta l’epilogo inevitabile). Ma, avverte lo storico della letteratura, «c’è l’opera Pasolini e c’è la leggenda Pasolini, e questa presso la maggioranza prevale sull’altra»: nonostante ciò, l’intreccio fra letteratura e vita, in questo caso, è talmente forte da rimanere sconcertati. Questa prospettiva può gettare luce sullo stesso lavoro della critica; conclude infatti Asor Rosa: «“Letteratura come vita” e “vita come letteratura” possono in uno come me suscitare qualche perplessità, soprattutto dopo l’uso incauto e a profusione che se n’è fatto nel corso del Novecento. Ma certo è lecito chiedersi oggi se a forza di separare le due cose non si sia pervenuti alla totale soppressione del binomio […], e se questo di conseguenza non abbia totalmente scarnificato la letteratura dalla sua linfa più preziosa ? la carica vitale ? e non abbia totalmente privato la vita (anche quella dei letterati) d‘ogni stile. S le cose stessero veramente così, salvo qualche eccezione, che converrà più avanti nominare, allora la turgida confusione letterario-esistenziale di Pasolini potrebbe ancora insegnare qualcosa». Su l’Unità del 27
ottobre 2005 viene riportato un estratto dal numero monografico di Micromega
(rivista che ha dedicato il suo n.6/2005 al corsaro e alla sua morte, su
cui non ci soffermeremo, in cui Lidia Ravera discute con Bernardo Bertolucci
del legame poesia/cinema che attraversa l’intera stagione pasoliniana.
La domanda ricorrente è quella che riguarda l’impossibile: come
si sarebbe schierato oggi Pasolini (che Bertolucci non esita a definire
suo padre cinematografico)? Ma la sua stessa morte, riflettono i due, collude
col quadro di faziosità di quel periodo, animato fa visioni contrapposte
cui il poeta non sapeva adattare la sua eterna voce di dissenso e denuncia.
Il ricordo di un intellettuale dall’eredità pesante Molti altri quotidiani hanno
dedicato a Pasolini pagine e pagine: noi abbiamo scelto quelle più
rappresentative. Non sfugge che la diffusione reale della sua opera sia
apparsa secondaria alla rievocazione entusiastica o di commiato nei confronti
del personaggio. Eppure, in questi mesi, di libri che continuano a interrogarsi
sull’opera pasoliniana, con vecchie e nuove proposte, se ne sono scritti
e riediti. Il "caso" è sicuramente quello del volume di Antonio
Tricomi, Sull’opera mancata di Pasolini, edito da Carocci, che offre
un’indagine su Petrolio e sulle sue fasi di elaborazione, dando
pure un importante contributo alla via critica da percorrere per comprendere
l’autore; anche la riedizione della famosa Vita di Pasolini di Siciliano,
per i tipi della Mondadori, e del saggio di Enzo Golino, Pasolini. Il
sogno di una cosa, per Bompiani, rappresentano una riproposta di due
importanti testi per la comprensione dell'uomo e dell'opera.
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