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Saggistica Che libro, anzi che
film
Ascanio Celestini è il protagonista del terzo appuntamento del ciclo “Il classico di una vita” organizzato da Progetto Italia. In piazza in Lucina a Roma alle 21, parlerà con Michele Mirabella del suo libro letto e mai dimenticato, “Ragazzi di vita” di Pier Paolo Pasolini
Chiudere una storia con la morte di qualcuno è una maniera facile di segnare il finale. Non sempre si finisce morendo, ma la morte è sicuramente una fine. Eppure Genesio non è il personaggio principale e la sua morte arriva piano piano. Non è la morte che avanza, ma la vita che se ne va e quando si esaurisce del tutto ti accorgi che non è solo il termine di un romanzo, ma anche quello di un film. Fine di una carrellata su un orizzonte fatto di poca acqua e nessun personaggio. Un sollievo. Pasolini in chiusura della storia dice «gettarsi a fiume lì sotto il ponte voleva dire proprio essere stanchi della vita». Questo modo di dire «essere stanchi della vita» trasforma la morte in un passaggio rapido che non cambia l'immagine del personaggio. Quando l'ho letto per la prima volta mi ha fatto pensare a come stava per morire Pinocchio. Al momento in cui nuota fuori dalla bocca del pescecane col padre sulle spalle. Pinocchio che si è salvato dalla digestione del pesce mostruoso, dai suoi acidi gastrici e dopo tante avventure rischia di andarsene al creatore in due righe. Non ce la fa più a nuotare e dice «Babbo mio aiutatemi perché io muoio». Ma Pinocchio è anche una fiaba. Collodi l'avrebbe fatto morire molti capitoli prima quando scappa dagli assassini e arriva davanti alla casa della fata. Una fata che in quel punto della storia non è ancora fatata, è ancora una bambina. La bambina dai capelli turchini. Una bambola livida che non può salvarlo perché dice «qua non ti possiamo aprire perché siamo tutti morti». È livida e turchina perché è morta anche lei. Allora Pinocchio viene impiccato e lì finirebbe la storia. Poi però lo scrittore deve riprenderla in mano, soddisfare editore e lettori e trascinare tutti verso un lieto fine. Allora quei morti risorgono con una metamorfosi come certi insetti. La bambina diventa una bella fata e il burattino si trasforma in un bambino di carne. Così anche in questo mare notturno Pinocchio viene salvato. Arriva il tonno, se li prende in groppa, li salva e mezza pagina dopo sono già sulla spiaggia. Però è una morte scampata senza clamore. Più che un libro pare un appunto per la scena di un film. Pinocchio e Genesio sembrano destinati a morire alla stessa maniera cinematografica di come hanno vissuto. Se li porta via la corrente, uno cerca di tornare dai fratellini e l'altro si gira verso il padre, ma a tutti e due gli manca il fiato. Così si diceva una volta per dire che uno era morto di morte naturale, si diceva che «è morto per mancanza di fiato». Non è come la canzone del Barcarolo romano che vede nel Tevere una testa che galleggia e scopre che è Ninetta. Se in Barcarolo romano c'è il destino che li ha fatti lasciare perché era un amore impossibile e il fiume diventa quasi una divinità che le dà la pace, in Pasolini non succede. Genesio per fortuna muore perché era uno strazio vederlo vivere in agonia. E pure Pinocchio si stanca e si esaurisce proprio come la batteria scarica che finisce da un momento all'altro e gli lascia appena il tempo di una mezza battuta. Mi piace quando tutto succede velocemente, senza descrizioni, quasi senza motivo. Per caso ho incominciato a leggere il libro quando stavo al ginnasio, ma per questa vitalità che si spegne in silenzio, per questo rumore di fondo che diventa l'unico suono possibile sono arrivato fino alla fine. Le storie stanno in fila come gli oggetti inquadrati da una cinepresa montata su un carrello. Una cinepresa che ogni tanto rallenta su personaggi che camminano sempre: vanno, tornano, girano, ripartono. In certi momenti Pasolini mette solo i nomi dei quartieri, li mette in fila. Il lettore diventa uno spettatore e le storie sono immagini di una città che viene sempre attraversata. I luoghi ci sono perché fanno parte di un tragitto che è già iniziato e deve ancora finire. Oggi Roma non è più una città di questo tipo. Oggi le grandi città sono diventate un magazzino di luoghi. Tutto accade come in metropolitana. La metropolitana non ti porta da un luogo all'altro, la metropolitana ti smaterializza ad Anagnina e ti ri-materializza a Piazza di Spagna, tutto il resto che sta in mezzo è assolutamente inutile. In mezzo non c'è più lo spazio. In mezzo c'è solo il tempo e quel tempo è un tempo inutile, pesante, da buttare via o da riempire con un vuoto meno noioso. Un vuoto simile ai giornalini usa e getta che regalano all'entrata accanto ai tornelli. Invece, camminare per la città di Pasolini significava stare in giro. La città aveva una sua geografia, fatta di luoghi che si attraversano. Oggi Piazza di Spagna potrebbe stare a un chilometro o a cento chilometri, tanto comunque è raggiungibile, è lì. Ma il suo rapporto con la città è lo stesso che hanno tra di loro le cartoline appese dal giornalaio. E tutto questo mi sembrava e mi sembra ancora adesso che in Ragazzi di vita accada senza retorica. Senza retorica sulla povertà, sull'amore, sulla tragedia, sulla religione… a un certo punto parlando della Madonna il Riccetto dice «ce lo sai sì, ch'era vergine e c'aveva un fijo» e si mette a parlare dei figli in provetta e conclude dicendo però che «se pure la donna fa li fiji co' le provette, vergine non ce rimane…». Vabbè che non c'ha avuto bisogno del rapporto sessuale, ma da qualche parte deve pur essere nato questo figlio santo e i personaggi camminatori di Pasolini lo sanno bene. Loro sfidano la falsa geografia delle cartoline e la facile iconografia dei santini.
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