"Pagine
corsare"
Saggistica
Bertolucci racconta
il "suo" '68
Conversazione con Bernardo
Bertolucci
di Daniele Basso e Emiliano Morreale
[da Il cinema, il maggio
e l’utopia, a cura di Daniela Basso, Einaudi]
Max
- Il Corriere, maggio 2008
Lei
ha passato il ’68 tra l’Italia e Parigi. Che differenza c’era tra il movimento
francese e quello italiano?
“Il ’68 parigino è
iniziato a Roma. Mi trovavo per sbaglio a Valle Giulia, per sbaglio perché
ero più vecchio. Vivevo in una specie di zona grigia tra due momenti
storici molto importanti: ascoltavo gli ex partigiani ancora giovani che
mi raccontavano quello che avevano vissuto e allo stesso tempo stavo con
gli studenti. Ero a via del Babuino, sotto casa passava una manifestazione;
sono sceso, studenti di Architettura e altri andavano alla facoltà
a portare solidarietà agli occupanti. Guardandomi intorno mi sono
sentito fuori posto perché avevo 27 anni e gli studenti 19 o 20.
Mi sono unito a loro, abbiamo camminato fino a Valle Giulia e quando siamo
arrivati davanti alla facoltà c’era la Celere che non permetteva
di portare a quelli che erano dentro né cibo né coperte né
acqua. Gli studenti hanno cercato di entrare e la Celere li ha caricati
e così mi sono ritrovato in mezzo alla prima manifestazione violenta
di quegli anni. Quando andavo a Parigi raccontavo cos’era accaduto a Valle
Giulia. Durante il maggio dello stesso anno ho girato Partner: Pierre
Clementi, il protagonista del film, il venerdì sera tornava a Parigi,
la domenica sera rientrava in Italia e mi raccontava quello che aveva visto.
Era quasi come avere il Maggio del ’68 a Roma in presa diretta”.
Per questo ha scelto di
raccontare il ’68 di Parigi?
Ho letto il romanzo di Gilbert
Adair da cui è nato The Dreamers: parlava del come nessuno
ne aveva ancora parlato né allora né negli anni successivi.
L’autore è un inglese che a 20 anni è andato a vivere a Parigi
trovandosi un po’ per caso e un po’ per scelta a vivere il ’68 in una città
non sua con delle problematiche e delle modalità che forse non lo
riguardavano direttamente. Mi piaceva molto come era riuscito a innestare
nel ’68 una struttura non tanto diversa da quella di Les enfants terribles
di Cocteau, mi affascinava la fusione tra Cocteau e il ‘68”.
Quali sono state le reazioni
all’uscita del film e quali sono secondo lei le reazioni che suscita parlare
del ’68?
“Con The Dreamers
ho visto che il ’68 ancora infastidisce e irrita anche molti di quelli
che vi hanno partecipato. C è una specie di revisionismo, il tentativo
di archiviare quel periodo rivoluzionario come qualcosa di profondamente
negativo come se il ‘68 ricordasse ai suoi protagonisti una sconfitta,
quasi fosse un ricordo doloroso. Io penso che quello della rivoluzione
sia stato un sogno, non ho mai creduto che si sarebbe realizzato. Quando
sento dire che quel movimento è stato una sconfitta e che si è
trascinato nel tempo, che il ’68 ha portato alle Br mi sembra tutto molto
confuso, inaccettabile, ingiusto. All’uscita di The Dreamers mi
sono accorto che ci sono due parole che non si possono più usare
in Italia una è “ideologia”, l’altra “nostalgia”. Il film è
stato accusato di essere ideologicamente nostalgico del ’68, cosa accaduta
poi anche a Garrel. Il termine “nostalgia” viene usato perciò in
senso dispregiativo, dovremmo gettare e dimenticare libri come l’Odissea
e la Recherche, costruiti sulla nostalgia...”
Lei
ha avuto modo di frequentare in quegli anni Elsa Morante e Pier Paolo Pasolini.
Quali erano le loro posizioni rispetto al ’68?
“Mio padre si lamentava
perché non facevo l’università ma la mia università
è stata il tempo passato con Elsa e Pier Paolo. “Vado all’università
quando ceno con loro” rispondevo a mio padre. C’era anche Moravia. La Morante
e Pasolini discutevano spesso, essendo entrambi ammirati l’una dal lavoro
dell’altro, c’era tra i due un continuo scambio. Pasolini era molto conflittuale,
su Valle Giulia aveva scritto quella poesia Il Pci ai giovani in
cui dice: vi odio, cari studenti, siete paurosi e disperati ma anche prepotenti
e ricattatori. Questa poesia lo aveva reso inviso agli studenti. Si trattava
di un discorso molto sentimentale: io sto con i giovani del Sud, figli
di contadini, costretti a fare i poliziotti; non sto con voi, con i capelli
lunghi. Odiava i capelli lunghi, odiava tutto quello che avrebbe chiamato
nel suo testamento, che sono gli editoriali scritti nel 1975 per il Corriere
della Sera e Il Mondo, poi confluiti in Lettere luterane, la falsa
permissività del consumismo. In Abiura per la trilogia della
vita descrive i ragazzi di allora, la loro presunzione di essere i
padroni della propria libertà dicendo loro: “Non è vero,
non siete liberi, ripetete dei cliché che vi vengono imposti”, dichiarazione
del tutto attuale. Qualche mese dopo i fatti di Valle Giulia, durante il
contestato Festival del cinema di Venezia, Pasolini andò all’università
e gli studenti gli sputarono addosso. Pier Paolo era alla ricerca di punizione
e di redenzione, prese gli sputi e disse “Discutiamo”. Si sedette e alla
fine tutti lo seguivano con ammirazione. Era riuscito a far ascoltare anche
le sue idee. In alcuni momenti Pasolini aveva un atteggiamento quasi mistico,
non religioso ma sicuramente dentro una sua sacralità”.
E qual era l’atteggiamento
della Morante verso i ragazzi del ’68?
“La Morante e Pasolini si
erano molto avvicinati in occasione dell’uscita di Il mondo salvato dai
ragazzini, libro che fu pubblicato nel ’68 e che Pier Paolo considerava
un vero e proprio manifesto politico che indicava la capacità rivoluzionaria
e l’innocenza dei giovani. Entrambi avevano una visione creaturale della
realtà, credevano in una rivoluzione che sarebbe poi stata agita
per Pasolini nel Terzo mondo e dal sottoproletariato. Quando girai con
lui Accattone ero l’aiutoregista, Pasolini mi diceva che i volti dei papponi
erano come i volti dei santi delle pale d’altare, per questo c’erano loro
continui primi piani. Negli anni Settanta Pasolini disse che la Trilogia
della vita, Il Decameron, Il fiore delle Mille e una notte e I racconti
di Canterbury era una finzione. una menzogna perché basata sulla
forza di un innocenza in cui non credeva più e che non esisteva
più. La sua visione della realtà divenne poi pessimista,
senza scampo, atroce. Difficile dargli torto oggi”.
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INVITO
ALLA LETTURA:
BRANI
DI PIER PAOLO PASOLINI
TUTTI
GLI AGGIORNAMENTI
A
"PAGINE CORSARE"
DA
OTTOBRE 1998
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