"Pagine
corsare"
Saggistica
Pasolini, gli occhi
sulla Palestina
Appunti pasoliniani per
Il Vangelo secondo Matteo
di Enrico Campofreda,
14 marzo 2010
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Storie
dalle città di Dio, di Enrico Campofreda

Mi sono imbattuto in un video
pasoliniano che, come tanti suoi documentari, sarebbe bene rivedere per
comprendere come ci trasformiamo e con noi si trasforma il mondo. Si tratta
di Sopralluoghi in Palestina (Produzione Bini - Arco Film) girato
fra giugno e luglio 1963, pubblicato insieme alla raccolta di interviste
A
futura memoria di Barnabò Micheli. Il poeta e già regista, visitava
insieme a don Andrea Carraro e un gruppo di lavoro, la Terrasanta per comprendere
se potervi effettuare alcune riprese de Il Vangelo secondo Matteo
in fase di programmazione. La fascinazione dei luoghi è estrema ma il
parere di Pasolini è perentorio: non si poteva girare neppure una scena
in quei paesaggi né era possibile utilizzare visi ebraici e arabi. I primi
apparivano “troppo moderni e industriali”, frutto delle migrazioni
da Europa e America avvenute nel quindicennio della nascita di Israele.
I secondi erano eccessivamente“pagani, animaleschi, precristiani”.
Il regista finirà col cercare luoghi e volti nelle campagne romane e meridionali,
da Tivoli a Massafra, metterà sulla scena la madre Susanna e amici intellettuali
(Ginzburg, Leonetti, Gatto, Siciliano) oltreché attori pur agli esordi
come Enrique Irazoqui che dà il volto a Cristo. Più quella gente comune
che conserva lo spirito evangelico che lui cercava. Come sottolinea l’amico
sacerdote, in quello spazio - che Pasolini ammira ma valuta o diseredato
o contaminata dalla modernità - bisogna vivere e raccogliere la geografia
della storia e della spiritualità. È lì che Gesù ha camminato e predicato,
specchiandosi nelle acque di Tiberiade, piccolo mare eccessivamente caldo
dove la compagnia non trova pescatori di anime ma giovani d’un kibbutz
vocianti e sguazzanti. Duemila primavere hanno trasformato i luoghi e cancellato
i contorni. L’intellettuale e il mondo probabilmente ignorano le stragi
del 1948, neppure buona parte del popolo ebraico le conosce, nel 2006 non
senza problemi le svelerà uno storico nato ad Haifa dopo quegli eventi:
Ilan Pappe. Questo passo è tratto dal suo studio The Ethnic Cleansing
of Palestine: «… L’offensiva contro i centri urbani iniziò con
Tiberiade. Non appena le notizie del massacro di Deir Yassin, e dopo tre
giorni del vicino villaggio di Khirbat Nasr al-Din raggiunsero la grande
popolazione palestinese della città, molti fuggirono. La gente era anche
sconvolta dai pesanti bombardamenti quotidiani da parte delle forze ebraiche
situate sulle colline sovrastanti la storica, antica capitale del lago
di Tiberiade nella quale 6.000 ebrei e 5.000 arabi e i loro antenati avevano
convissuto pacificamente per secoli…».
Ciò nonostante i fotogrammi
d’apertura del documentario pasoliniano, con l’arcaico gesto d’un
contadino palestinese che alza al vento il grano trebbiato per separare
chicchi e pula, hanno il gusto delle origini. Alle spalle il Monte Tabor,
sfondo valorizzato dalle umane presenze secondo il metro che l’autore
predilige. Uno sfondo pregiato che è di per sé paesaggio. Però nulla
appare utile al progetto pensato: quel che il regista vede e “sta in
un pugno” è un quadro arido e umile che lui, con involontario ossimoro,
definisce una “grande piccolezza”. Solo i calanchi verso il Mar Morto
e il deserto del Negev gli trasmettono un moto di “grandiosità” che
altrove non vede. Ma anche di quei posti restano appunti, niente finirà
nel successivo film. “Un enorme ammasso di sterpaglie e macerie, ecco
com’è il mondo del sottoproletariato arabo” ripeterà più volte nei
cinquantaquattro minuti della pellicola. Pasolini scruterà tutto l’essenziale:
dai monti del Golan, ancora in mano siriana, alla Galilea con l’improponibile
Nazareth dove si stagliano palazzine da suburbio occidentale, alle villette
degli insediamenti ebraici presenti in Samaria che cresceranno esponenzialmente
negli anni a venire. Fra gli ulivi centenari o ripiantati simili a quelli
pugliesi e greci, l’intellettuale non trova materia per ambientare le
sue scene. Non riesce a ispirarlo nemmeno l’intenso fiume verde nelle
cui acque s’immergeva il Battista.
Dice «M’emoziona pensare
d’essere qui mentre i maestri dell’arte figurativa quattro e
cinquecentesca potevano solo immaginare il luogo». Il suo Giordano sarà
il torrente Chia nel viterbese, ricreerà Bethlehem in Puglia, il Golgota
lo ambienterà nel crotonese. L’affaccio su Jerusalem - fatto con don
Andrea sotto un sole giaguaro - avrà i sassi di Matera nell’obiettivo
della cinepresa. Però le sensazioni immagazzinate in quel viaggio resteranno
tutte, cementate dalle sue giovialità, umanità e sete di conoscenza.
Gli incontri coi ragazzi drusi, le cui facce confermano ”la miscellanea
araba e crociata”, i giochi coi bimbi beduini in pieno deserto
ne esaltano la “dolcezza animalesca”. Al poeta resta la vicinanza mediterranea
racchiusa nei versi nati in quell’estate e raccolti col titolo Israele
in Poesia in forma di rosa.
«Lungo gli 85 km tra Tiberiade
e il mare. Rimboschimenti di ulivi, scuri nel senso di ostilità che dà
chi è in colpa o ha paura. I piccoli degli arabi, essi sì, ridono ridono
scioccamente con una struggente stupidità, come i nostri poverelli…
Il riso inutile, di chi è nato a un solo destino. Le bambinelle – ridendo
solo perché gli si ride – muovono la testa come staccata dal busto,
passando per istinto dal riso alla danza. Ed ecco oltre gli ulivi israeliani,
maculati di laboriosa polvere, le case di legno e latta, le felici bidonvilles…
Mentre appoggiato al cofano
dell’automobile segno
cabale d’apprendista, insincero ricercatore dei luoghi di Dio, viene,
dietro un paio di cammelli, il suono di clakson delle macchine dei miti
dominatori, un giovane arabo, coi blu-jeans e la magliuccia bianca, le
mani sui fianchi stretti dalla cintura – con la gran fibbia sotto l’ombelico,
e il cavallo dei calzoni basso, come il torbido peso – un ragazzo di
Quarticciolo … Coi denti d’argento. Ha la faccia uguale a quella di
noi ebrei. Ma nella nostra, ahi, non solo non c’è mai rabbia, né odio,
ma nemmeno la possibilità della rabbia, dell’odio. Lui sì ce l’ha.
Così com’è uomo. La sua certezza esistenziale, rinfaccia dolce, la
crudeltà della razza, a noi ebrei, anzi israeliani, che con l’inabilità
dei miti, stringiamo le armi in mano, vogliamo finalmente che la violenza
della ragione, conosca l’umiltà della rabbia e dell’odio».
«Un lungomare. Lumi bianchi,
schiacciati. Vecchi lastrici, grigi d’umidità tropicale. Scalette, verso
la sabbia nera; con carte, rifiuti. Un silenzio come nelle città del Nord.
Ecco i ragazzi con blu-jeans color carogna, e magliucce bianche, aderenti,
sudice, che camminano lungo le spallette – come algerini condannati a
morte…. Stanno lì sdraiati; poi due si alzano; guadagnano l’opposto
marciapiede, lungo luci di bar, con verande di legni marci (ricordo di
Calcutta… di Nairobi…)… Quello disteso sulla coperta non si muove;
fuma, con una mano sul grembo. Nessuno guarda chi li guarda (come gli zingari,
perduti nel loro sogno)».
Il posto dove Pasolini osserva
i volti della Palestina è Gerusalemme, la Al-Qods musulmana. Sono le facce
scavate dal sole di contadini sugli asinelli che, davanti alla Porta del
Sole dove probabilmente Gesù entrò trotterellando allo stesso modo, portano
semplici fagotti pieni dei frutti dei campi. I mercanti che vociano e fumano
narghilè, la vecchina che acquista ciambelle fritte sono i flashes autentici
che cattura senza poter usare. C’è poi un’inquadratura che lascia
di sasso chi ha visitato la città recentemente e comunque dopo il 1967.
Una rete di ferraglia, di quelle semplici che limitano i prati di periferia
come all’Idroscalo dove il poeta subì lo strazio, segnava il confine
fra Israele e Giordania. Una rete e poco altro come i sacchi di sabbia
d’una postazione militare priva di soldati, che magari c’erano ma non
ingombravano l’orizzonte.
L’impressione è che prima
della famigerata “Guerra dei sei giorni” non solo Gerusalemme fosse
molto più palestinese ma che lo spazio urbano non avesse subìto l’escalation
della militarizzazione imposta nel tempo da Israele. Gli stessi ebrei italiani
intervistati in un quadretto familiare d’un kibbutz sono giovani eruditi
che esprimono credo e adesione a ideali collettivi, laici e democratici.
Tutt’altra cosa dal fondamentalismo estremista dei coloni che prevarrà
dalla metà degli anni Settanta. Certo in quella calda estate del ’63
le bande dell’Haganah già trasformatesi in Israel Defense Forces la
“riconquista” violenta della Terrasanta l’avevano iniziata, Deir
Yassin, la citata distruzione di Tiberiade e di altri villaggi si erano
verificate e con esse la Nakba. Quante facce palestinesi non erano ormai
più in Palestina.
Enrico
Campofreda
IMMAGINI: Quattro fotogrammi
tratti dal film di Pier Paolo Pasolini Sopralluoghi in Palestina
(1963).
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dalle città di Dio, di Enrico Campofreda
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