"Pagine
corsare"
Saggistica
Storie dalle città
di Dio
di Enrico Campofreda
La
resistenza di Louis
Louis ha fisico, abiti e
basco da popolano anni Cinquanta più un nome francese. Sarebbe perfetto
accanto a Jean Gabin in uno dei noir su mala e grisbi. Si
muove con sicurezza e disinvoltura, è padrone della sua Bethlehem, ma
Bethlehem è solo teoricamente sua e degli altri quarantamila arabi che
la abitano. Bethlehem diventa sempre più una riserva del popolo palestinese.
L’accostamento col genere
cinematografico di Gabin non tragga in inganno: Louis è un uomo probo,
fa la guida turistica, parla arabo, inglese, francese e un poquinito
de español. Ha figli da sfamare e dignità da vendere. Anche se il
lavoro latita in una Bethlehem diventata spettrale Louis resiste. E non
è l’unico. In tanti qui appoggiano Abu Mazen perché la pace significherebbe
lavoro, quel lavoro turistico che è scomparso dai momenti più duri dell’Intifada
che ha vissuto nella stessa chiesa della Natività una delle mille follie
della occupazione israeliana. Ricorderete i 241 palestinesi rifugiati dai
padri francescani nello storico sito e gli elicotteri di Tsahal che mitragliavano
dall’alto. Una delle tante provocazioni di Sharon al mondo: i cannoni
puntati contro la Chiesa del Cristo, come e peggio della passeggiata sulla
spianata delle Moschee. Ma al warrior – così lo celebra la pubblicistica
amica – non importava nulla e ha proseguito. Oggi è contestato nello
stesso Likud. Certi personaggi riescono a non toccare mai il fondo. Quei
39 giorni furono un momento di non ritorno non solo per i pellegrini che,
tranne sparuti ardimentosi, continuano a tenersi lontani dai luoghi santi
ma per una consistente fetta di palestinesi di religione cristiana che
sono partiti e non intendono tornare. Erano dodicimila ne sono rimasti
tremila circa. Louis è uno di loro. E sta relativamente bene: è una guida
autorizzata dall’Autorità Palestinese che gestisce il centro della cittadina,
ma anche dall’esercito israeliano che controlla gli accessi ai due grandi
varchi. Però senza turismo Louis non lavora e come lui nessuna guida e
nessun venditore di carabattole per turisti, autorizzato o abusivo. Tutti
hanno figli da sfamare e mantenere. Mahmmod che di anni ne ha sessanta
anche se ne dimostra ottanta e più, dice di averne dieci pur di spacciare
un crocifisso, una collanina.
“Per mangiare, amico, non io ma i miei
figli”. Poiché a ventisei anni qui di figli ne hanno già tre, i
dieci di Mahmmod ci possono stare tutti. E vai con la laica collanina.
Il Muro che avanza
Di Muro a Bethlehem il generale
Yaron (fedele amico di Sharon sin dai tempi del massacro di Sabra e Shatila)
ne ha fatto costruire una buona fetta, che taglia il dislivello di uno
dei colli su cui si poggia la città e corre sull’erta opposta. Grigio.
Imponente. In alcuni punti svettano inquietanti torrette dalle quali non
si capisce se si viene osservati, spiati o fatti target dai mitra.
I soldati di David stanno
sempre a ‘bracciarm’ anche quando, a coppie in libera uscita, bevono
orange
juice. Il Muro come altrove ha l’intento di separare, per far crescere
la paura e con lei
l’ossessione del diverso
e l’odio dell’apartheid. Simone Bitton col suo documentario
ne ha chiarito gli intenti: dividere i due popoli per far proseguire vessazioni
e guerre. Ridicole le motivazioni di sicurezza: non saranno gli otto metri
d’altezza a fermare le frustrazioni di chi si vede prigioniero in casa
propria finché riesce a sopravviverci. Quando bambini palestinesi e israeliani,
immersi completamente nei loro ambienti con tutte le contraddizioni e i
pregiudizi del caso, si sono incontrati grazie all’iniziativa d’un
gruppo ebraico pacifista, s’è visto come ciascuno ha provato a capire
la diversità dell’altro mettendo all’angolo personali certezze. Il
documentario è passato per i programmi Rai (sgranate gli occhi, sì) in
una prima serata di qualche mese fa. Il Muro di Bethlehem ha la funzione
di proteggere un enorme insediamento di coloni che ricopre interamente
un colle di fronte alla città. Lì dicono ci fosse un bosco di conifere
che s’ammirava anche da una cappella un po’ in disparte frequentata
dai pellegrini. Nel 1995 è iniziata la rasatura del monte poi è arrivata
l’ora di ruspe e scavatrici, quindi impalcature e cemento armato. Oggi
c’è un nucleo abitativo di quindicimila coloni destinato naturalmente
ad aumentare. Vista da sotto sembra una moderna Monteriggioni ma molto,
molto più ampia e senza uno briciolo d’artisticità.
Ebreizzare la Cisgiordania
D’insediamenti simili
ce ne sono a perdita d’occhio quando da nord, l’antica Galilea, si
attraversa la Samaria lungo la verde valle del Giordano e ci s’avvicina
a Jerusalem, l’Al-Qods musulmana. Tutti uguali: tetti e cemento, recinti
e soldati, a guardia di quest’invasione d’un territorio che è sovrano
solo sulla carta. È la tela di Penelope tessuta da Sharon: s’enumerano
diritti per i palestinesi ma di fatto li s’ingabbia in angoli sempre
più angusti. Li si soffoca senza lavoro né risorse, si privano i contadini
di terra e acqua, s’umiliano i cittadini con le forche caudine dei check
point. I palestinesi, musulmani o cristiani, dovranno restare al di
qua del Muro e presentare a ogni uscita il documento-passaporto che però
non gli consente di andare ovunque. C’è chi può viaggiare solo nei
paesi arabi, a pochi professionisti e studenti è aperta la via occidentale.
Nessuno può partire dallo Stato d’Israele dall’aeroporto di Tel Aviv,
lo impediscono preventive ragioni di “sicurezza”. Così Ahmad, omino
giovane col commercio nel sangue, per vendere i souvenir di legno
d’ulivo nella Puglia di Padre Pio, parte dalla Giordania o dalla Siria
o arriva in autobus sino in Turchia. È fortunato e agevolato come mercante,
tanti palestinesi non viaggiano affatto perché non hanno quattrini
né saprebbe dove andare. Gli abitanti di Bethlehem o quelli di Betania
– il cui decumano fibrillante di commercio s’infrange inesorabilmente
contro il Muro – si chiedono ormai se quella terra resterà la loro visto
il disegno, tutt’altro che celato, di ebreizzare la Cisgiordania. È
il fine della politica pro-coloni volta a “normalizzare” quella presenza
nei Territori Occupati. Il modo per far crescere paure e diffidenze, tutti
contro tutti, chiusi nelle riserve create e negli steccati delle arcaiche
convinzioni. È con questo sistema che la pace per due popoli, che si provava
a far vivere vicini e sovrani, non vedrà luce.
Cittadini del limbo
Samir è un milite dell’Autorità
Nazionale Palestinese di cui veste la divisa blu senza portare armi. Lo
prevedono gli Accordi di Oslo. Un po’ vigile, un po’ guardia laica
ora è destinato a controllare i pochissimi pellegrini che tornano a Bethlehem
in una parentesi di tregua. Ha modi gentili, studia economia nella locale
Università e guadagna, ma non è una certezza perché a volte i fondi
mancano, 200 euro al mese. Uno stipendio più che decoroso, visto che un
operaio non raggiunge i 300 faticando da morire, e un professore sfiora
i 400. Un anziano collega di Samir avrebbe diecimila euro (i risparmi d’una
vita) da dare come anticipo per l’acquisto d’un appartamento che il
Patriarcato Latino ha costruito in zona. Costo complessivo della dimora
70.000 euro, diecimila subito, il resto a rate. Ma solo chi ha certezze
economiche può impegnarsi e sotto il Muro di sicuro non c’è nulla.
E poi come fai a comperare casa col rischio che venga occupata da Tsahal
ed espropriata? Oppure bombardata alla prossima incursione aerea? Troppe
questioni restano immobili come l’aria respirata. Storie di vita dicono
con Tomas, che nella gerarchia razziale sta meglio dei fratelli palestinesi
perché è arabo-israeliano e vive a Nazareth, che l’ingiustizia israeliana
è anche un fatto privato. Suo padre aveva quattro fratelli. Durante la
crisi seguita alla guerra del Kippur uno fuggì in Libano e rimase lì.
Tempo fa, dopo la sua morte, la parte del terreno nei pressi di Nazareth
che sarebbe spettata ai parenti è stata sequestrata dall’amministrazione
di Tel Aviv perché la legge non prevede alcun diritto di proprietà e
successione ai profughi. E allora c’è chi stringe i denti e non si muove.
Cerca di resistere a ogni costo. È il caso del dottor Maher che gestisce
una farmacia sempre a Bethlehem. Uomo ancora giovane con gli occhi profondi
dei beduini. Ha studiato in Italia e parla perfettamente la nostra lingua.
Dice che è dura anche per lui. Tenere un esercizio commerciale in un luogo
dove i denari sono più che scarsi è un controsenso eppure la farmacia
è diventata una missione. Ora non far mancare i medicinali alla sua gente
è lo scopo della sua vita. Andarsene avrebbe il sapore della sconfitta
e aiuterebbe i coloni a prendersi la Cisgiordania. Se quel piano non s’è
ancora compiuto è per la resistenza di tutti i palestinesi dei Territori
Occupati, poveri e ricchi.
L’economia del tugurio
Certo ci sono lande ancora
degradate. Entrando a Jericho, se non fosse per alcune auto, moto, bici
e vecchi manifesti elettorali con Arafat, si sarebbe indotti a cercare
con lo sguardo il famoso cieco. Il tempo è immobile, l’entità urbana
inesistente: casupole, sterpi e volti che sarebbero piaciuti a Pasolini.
Volti di beduini delle vicine dune presso il Mar Morto e indigenza assoluta.
Omar si presta a guidare con un’auto scassata ma velocissima fra strade
polverose, lui è il taxi-driver abusivo più conosciuto e tollerato
della zona. Deve sbarcare il lunario per i due figli, la prole è contenuta
solo perché ha venticinque anni. Aiuta la madre che sopravvive con una
botteguccia dove commercia quel che può: collanine, spezie e frutta coltivata
in loco (mini-banane, datteri, fichi, nocciole). Ma da tempo i turisti
non vengono a fotografare il sicomoro seppure poco distante c’è l’area
archeologica di Qumran, gestita quella dagli israeliani. Fra i tanti tuguri
e un’angosciante tendopoli carceraria guardata a vista dai soldati di
Sharon, a Jericho c’è anche un accogliente centro turistico con tanto
di cammello all’ingresso per la foto ricordo. Pochissimi ci arrivano.
Sono invece parecchi i camerieri e gli addetti al bazar che col commercio
dovrebbero vivere mentre l’attività non accenna a riprendere. Così
la splendida Safaa, una delle poche bellezze ammirate senza chador,
sorride malinconica mentre rassetta i tavoli d’un self-service
deserto. Si gioca con dieci marmocchi e subito ne spuntano altri dieci.
E più stai lì più ne compaiono. Belli come il sole, sorrisi dell’innocenza
che abbracciano la poca gente che arriva come fossero i Magi con piccoli
doni. Per loro siamo il mondo perché da lì non possono muoversi e quel
che giunge da uno sbiadito schermo non ha né calore né tenerezza.
Enrico
Campofreda
Palestina,
dicembre 2004
IMMAGINI
DALLA PALESTINA: la prima foto rappresenta due scolari che corrono per evitare
pericoli. La seconda è ripresa ad uno dei tanti
posti di blocco (check-point) attraverso i quali i palestinesi devono quotidianamente
passare. Nella terza, durante una manifestazione alcune madri palestinesi
si oppongono, protestando, alle armi dei militari israeliani.
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