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Saggistica Il mio libro su Pasolini
e Calvino
"la
Repubblica" del 27 aprile 2006. Carla Benedetti risponde alla sgradevole
Caro direttore dove risiede oggi la forza delle parole scritte? Come far agire al meglio, nella comunità, la parola del singolo, la scrittura letteraria? Io ho cercato una risposta nelle opere dei due scrittori italiani più importanti della fine del Novecento. Otto anni fa uscì da Bollati Boringhieri un mio libro intitolato Pasolini contro Calvino. Metteva a confronto le maniere opposte con cui essi hanno reagito al postmoderno, cioè all’ideologia con cui un’intera epoca ha indebolito la letteratura e la parola individuale, relegandola in una zona morta, residuale. Analizzava le loro ultime opere, quelle in cui hanno dovuto reinventarsi un altro modo di scrivere, dopo il crollo delle loro precedenti poetiche. Calvino usava un procedimento di scrittura che ho chiamato «l’effetto di apocrifo», riscontrabile soprattutto in Se una notte d’inverno un viaggiatore: fingeva di distanziare da sé la propria opera come se non ne fosse lui l’autore. Pasolini invece privilegiava la «forma progetto», visibile soprattutto in Petrolio: presentava i suoi scritti come “appunti” per un’opera da farsi. Da questa opposizione di poetiche emergeva un nodo artistico cruciale anche oggi: la possibilità di una via d’uscita dal postmoderno, cioè da quella idea di letteratura incredibilmente mortificante che in Italia si è imposta negli ultimi due decenni del secolo. Che cos’è in gioco, in tutto questo? La forza di quella cosa che chiamiamo letteratura, ma che con altri termini potremmo chiamare anche così: la possibilità, per il singolo individuo, di dare un contributo di bellezza, e in alcuni casi anche di verità e di giustizia, alla comunità. Quel libro è tanto noto che Pietro Citati, in un articolo uscito su Repubblica del 22 aprile, ha potuto parlarne senza nominare l’autore. Ma è anche così ignoto nei suoi reali contenuti che egli ha potuto inventarseli a suo piacimento. Ecco come lo riassume: «Una critica letteraria, de cuyo nombre no quiero acordarme, ha scritto, anni fa un libro su Calvino e Pasolini. Raccontava che il primo esercitava una feroce tirannia sulla cultura italiana: dapprima a Torino, assieme a Giulio Einaudi, che era di fatto suo schiavo; poi a Castiglione della Pescaia, assieme a un uomo truce, avido e assatanato di potere come Carlo Fruttero. Pasolini invece era un angelo». Non mi importa che Citati si compiaccia di non nominarmi. Ciò che mi spinge a scrivere questa replica non è l’epiteto di “critica ignota” ma l’ingiustizia fatta a un libro. Vale la pena di impiegare energie per dare forma organica a un’idea, svilupparla e argomentarla per duecento pagine, se poi a chi ne parla su di un importante quotidiano è permesso di distorcerne i contenuti, addirittura di inventarseli nel modo che gli fa più comodo? Carla Benedetti
Carla Benedetti insegna Letteratura italiana moderna e contemporanea all'Università di Pisa. Tra le sue pubblicazioni: "L'ombra lunga dell'autore. Indagine su una figura cancellata" (Feltrinelli, 1999) e "La visione", un libro-conversazione con Antonio Moresco (KKP, 1999). Con M.A.Grignani ha curato gli atti del convegno "A partire da 'Petrolio'. Pasolini interroga la letteratura" (Longo, 1995). Vedi anche, In "Pagine corsare":
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