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Saggistica La discesa nell'inferno
della
È passato Tiburtino, ecco Tor dei Schiavi, il Borghetto Prenestino, l’Acqua Bullicante, la Maranella, il Mandrione, Porta Furba, il Quarticciolo, il Quadraro […] Altri centinaia di centri come quello lì al Tiburtino: con un mare di gente sotto il semaforo, che man mano andava sparpagliandosi nelle strade intorno, rumorose come androni, coi marciapiedi tutti rotti, e lungo ruderi colossali di mura con sotto file di tuguri. E bande di giovanotti che facevano a fugge coi loro motorini, Lambrette, Ducati, Mondial mezzi ubriachi, con le tute unte aperte sul petto nero, oppure acchittati che parevano usciti da una vetrina di Piazza Vittorio. Tutto un grande accerchiamento intorno a Roma, tra Roma e le campagne intorno intorno, con centinaia di migliaia di vite umane che brulicavano tra i loro lotti, le loro casette di sfrattati e i loro grattacieli». È questo l’inferno
della periferia romana dove Pier Paolo Pasolini discende negli anni cinquanta
senza più risalirne. È l’inferno popolato dai «senza
speranza» e dove gli istinti
È nella periferia romana descritta da Pasolini che ritroviamo, infatti, quei laboratori sociali che producono innovazione culturale e quindi il passaggio da città a metropoli: da una cultura del tempo [storia e politica] a una cultura dello spazio [basata sul presente e sull’azione], da un territorio chiuso e delimitato dalle mura e dall’ordinamento razionale della legge a un territorio senza confini attraversato dalla illegalità e da una richiesta di libertà che non cerca partecipazione e non vuole impedimenti, dalla sacralità dei luoghi nominati e identificati dalla Storia alla indifferenza verso la memoria e il passato dei non luoghi creati dal consumo. In altre parole, dal cittadino all’individuo consumatore. Mobilità, individualismo, impoliticità, violenza, libertà di movimento, rifiuto della disciplina del lavoro, subordinazione del rapporto tra gli uomini rispetto a quello tra gli uomini e le cose: è con queste pratiche e con queste emotività che i giovani sottoproletari si «mettono in viaggio» e invadono l’antica città di pietra innestando una rivoluzione spaziale e culturale senza precedenti che fa intravedere loro come i futuri protagonisti della scena metropolitana e la periferia come il paradigma delle opposizioni sociali di oggi. Ma un protagonismo che Pasolini non può prevedere, troppo legato come è alla sua utopia di salvare la purezza di una realtà fino ad allora disprezzata ed emarginata e dalla quale si sente passionalmente e ideologicamente attratto. Scrive Alberto Asor Rosa:
«La discesa agli Inferi richiede una saldezza di nervi, una violenza
In altre parole, da quegli anni in poi, la cultura allora dominante incentrata sulla famiglia, sull’etica del lavoro, sull’ergastolo di una identità preconfezionata fin dalla nascita, sulla universalità dei valori, sull’ideologia dell’interesse generale dovrà fare drammaticamente i conti con una rivolta sociale che rivendicherà, in molte sue richieste, proprio quelle pratiche, quei linguaggi, quelle affettività dei «ragazzi di vita». Ma non solo. La metropoli
e le sue culture, che nasceranno da questo scontro, non si
Non a caso, dagli anni sessanta,
la violenza inizia a diventare costume, comportamento,
La violenza, dunque, non era né un fenomeno naturale né un processo vitale. E saranno proprio la pratica della violenza e la sua rappresentazione a mettere in rapporto la cultura dei «ragazzi di vita» con la realtà di una nuova società che stava emergendo. Siamo negli anni settanta. Da qui prende le mosse «Romanzo
criminale» di De Cataldo. Ma questa è un’altra storia.
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