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Saggistica Testo e contesto:
L'esempio che vado a proporre
intende fare chiarezza nella definizione dell'adeguatezza al contesto,
in quanto l'autore gioca costantemente sul rapporto tra quest'ultimo e
il "testo" (dove con questa espressione è da intendersi il prodotto
- verbale, scritto, iconico, ecc… - veicolato da un qualsiasi strumento
di comunicazione o di espressione artistica), variandone sapientemente
i termini, creando costanti cortocircuiti ai fini delle proprie esigenze
espressive.
L'opera a cui sto facendo
riferimento è La ricotta,
un mediometraggio di Pier Paolo Pasolini datato 1963 ed inserito all'interno
del film ad episodi Rogopag - Laviamoci il cervello.
Prima però di addentrarci
nell'analisi degli elementi e dei motivi inerenti ai nostri fini, è
necessario prendere in rapido esame due opere pittoriche del manierismo
fiorentino, l'analisi delle quali si rivela imprescindibile, in sede preliminare,
per la conduzione dei successivi rilievi riguardanti La ricotta.
Condurremo l'analisi incentrando l'attenzione esclusivamente sulle analogie che collegano i due dipinti. Innanzitutto, la raffigurazione: si tratta di due Deposizioni, ovvero il momento drammaticamente conclusivo del sacrificio di Cristo, capace di racchiudere in sé tutte le fasi della missione redentrice sulla Terra. Sia Pontormo che Rosso optano per una singolare e, nello stesso tempo, innovativa idea compositiva: se nel primo caso sussiste l'impossibilità di decifrare esattamente la tipologia di rappresentazione (è una Deposizione o una Pietà?), il secondo azzarda la raffigurazione di un episodio assolutamente inedito, non rintracciabile nei Vangeli (il concitato istante in cui il corpo del Cristo sta scivolando dalle braccia di coloro che sono incaricati di toglierlo dalla croce). Analoghe considerazioni possono essere condotte in merito all'articolazione formale delle figure. In entrambi i casi prevale la complessità, l'innovazione, la singolarità. In Pontormo ciò si esplica attraverso un movimento ascensionale, attraverso un "nodo inesplicabile" (Venturi, Storia dell'arte italiana, Milano, 1932) di figure leggerissime, senza peso (l'ordinamento dei piani fa perno e si eleva poggiando unicamente sul giovane posto in basso), di innaturale sfondo (che rimane indefinito, fatta eccezione per l'unica nuvola grigia); quanto agli elementi compositivi del dipinto di Rosso, l'articolazione lineare è altrettanto complessa, facendo leva non sulla "leggerezza" ma su una "rete dalle maglie saldamente agganciate" (Kusenberg, Le Rosso, Paris, 1931). Ciardi al proposito ha parlato (in Il Rosso Fiorentino. Realtà e Visione, Volterra 1987) di "modulo angolare: una serie di angoli diedri impiegati in una vastissima scalatura dimensionale, che scandagliano lo spazio in ogni dimensione". In entrambi i dipinti si rileva una meticolosa attenzione per gli abbigliamenti dei personaggi (specialmente la Maddalena nel quadro di Rosso) e soprattutto le loro positure, che individuano linee orizzontali e verticali in cui suddividere la raffigurazione. Ma è sulla intensa drammaticità dell'evento e sulla partecipazione spirituale che esso implica che i due autori concentrano la propria attenzione. Sarebbe sufficiente rilevare in proposito le espressioni angosciate, gli atteggiamenti densi di pathos dei protagonisti (la Vergine, Maria Maddalena, il giovane in primo piano nel dipinto di Pontormo costituiscono un esempio lampante in questo senso). Sarebbe altrettanto esaustivo sottolineare le sapienti gamme coloristiche impiegate, caratterizzate in entrambi i casi dai cangiantismi generati da una luce violentissima. Ma, nel rilevare l'intensa forza emotiva, la forte, violenta partecipazione spirituale che emerge dai due dipinti, entrambi gli autori scelgono di procedere oltre, mettendo in gioco se stessi in prima persona. Nel dipinto di Pontormo, l'uomo con il copricapo verde, quasi impercettibile sullo sfondo, è lo stesso artista [si tratta del personaggio all'estrema destra del dipinto, meglio visibile in quest'altra pagina, ndc]. Con lo sguardo fisso verso l'esterno della tavola, come se stesse per uscire dallo spazio pittorico, egli mette in gioco se stesso, per segnalare evidentemente la propria, fortissima partecipazione emotiva. Nell'altro dipinto, il giovane dai capelli rossi in primo piano, che per la disperazione nasconde il viso tra le mani, è stato definito da Ciardi un "autoritratto negato" dell'artista: anche in questo caso il pittore ha optato per un personale coinvolgimento nell'evento raffigurato, al fine di sottolineare la propria intensa partecipazione emotiva. Il pittore all'interno della propria tavola: due operazioni metalinguistiche, dunque. Come metalinguistica è la scelta operata da Pasolini ne La ricotta. Ci aspetteremmo che l'intensa,
profonda partecipazione emotiva e la violenta drammaticità dell'evento
che animano i due dipinti siano rintracciabili anche accostandosi ai tableaux
vivants - smaccate citazioni delle due opere pittoriche - de La
ricotta in cui, come detto, seguiamo la lavorazione di un film sulla
passione di Cristo: in particolare, ci vengono mostrate le due scene corrispondenti
alle opere di Pontormo e di Rosso.
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I due tableaux vivants di Pasolini nel film La ricotta Sotto: Pier Paolo Pasolini sul set della Ricotta Analizzate in se stesse, tali sequenze sono connotate in maniera evidente da un profilo "alto", di intensa partecipazione verso l'evento descritto:
figlio de la smarrita, figlio de la sparita, figlio, attossecato! Figlio bianco e vermiglio,
Viceversa,
assistiamo ad un radicale ribaltamento di segno, grazie alla definizione
del contesto in cui tali elementi vengono a collocarsi: "la cameratesca
sguaiataggine e bruta incoscienza di attori e comparse - cito alcune affermazioni
della difesa di Pasolini estrapolate dagli atti del processo - fanno contrasto
con la santità del tema".
Durante la lavorazione, mentre sono intenti ad assumere le corrette posizioni per "ricreare" i due dipinti, gli attori si abbandonano a scurrilità e battutacce, da cui emerge la loro assoluta estraneità (neppure ostilità, dunque) rispetto a quanto rappresentato, sottolineata dai commenti del regista all'altoparlante, fuori campo. Bastino alcuni esempi:
Questa fu la "lettura" che anche la critica nel complesso fornì all'epoca (1963), proprio per l'incapacità di analizzare adeguatamente il contesto, mettendolo in corretta relazione con il testo. Se infatti allarghiamo ulteriormente il nostro punto di vista, ampliando il contesto (un po' come se nel gioco delle scatole cinesi procedessimo in senso inverso, considerando di volta in volta la scatola più grande, che racchiude la precedente), ci accorgiamo che le motivazioni addotte per la censura del film vengono drasticamente azzerate. È anzi assai significativo - e, ai fini del nostro discorso, determinante - osservare come i successivi passaggi nella considerazione del contesto implicano altrettante inversioni di segno e di significato. Riprendiamo le fila del discorso intrapreso fino a qui qui:
"C'è chi nasce co' 'na vocazione e chi co' 'nartra: io so' nato co' 'a vocazione de morimme de fame" e una finale, pronunciata dal regista: "Povero Stracci… Crepare: non aveva altro modo per ricordarci che anche lui era vivo". Lo spirito di bassa lega e la trivialità degli attori impegnati nei tableaux vivants si inscrivono dunque all'interno della vicenda di Stracci proprio per essere disapprovati: la morte del protagonista riduce tutti al silenzio e costituisce un momento di cristiano accostamento dell'umano al divino: è a questo punto che le scene sacre realizzate in precedenza manifestano tutta la propria carica spirituale e la propria ragione d'essere. In conclusione, è
grazie all'analisi sempre più approfondita e sempre più allargata
del contesto che si ottiene la corretta chiave interpretativa delle citazioni
di Pontormo e Rosso Fiorentino all'interno de La ricotta.
Il testo appena analizzato suggerisce, a margine, una breve riflessione relativa all'immagine filmica come grado alto di significazione semantica. Il cinema infatti, non limitandosi a riprodurre meccanicamente e in maniera più o meno verosimile il reale, deve anche e soprattutto interpretarlo, vivificarlo attraverso delle vere e proprie costruzioni di senso che permettono al testo filmico di presentarsi come un discorso narrativo articolato e ricco di significanti; in quest'ottica, uno degli strumenti privilegiati per la produzione di senso risulta senza dubbio il montaggio, attraverso il quale si giunge appunto all'interpretazione semantica del reale, per cui ad ogni unità filmico-linguistica corrisponde, sul piano interpretativo, un preciso segno portatore di uno o più significati. E in relazione al montaggio "connotativo" il contesto in cui sono inserite le immagini si rivela determinante. Esempio lampante (purtroppo soltanto teorico, visto che non è pervenuto il filmato in questione) è il cosiddetto "effetto Kulesov", dal nome del suo ideatore. Vsevolod Pudovkin, famoso regista russo degli anni 30, così racconta lo svolgimento di questo famoso esperimento: Prendemmo da alcuni vecchi film alcuni primi piani del celebre attore Mozzuchin e li scegliemmo statici e tali che non esprimessero alcun sentimento. Unimmo poi questi primi piani, che erano del tutto simili, con altri pezzi di pellicola in tre diverse combinazioni.L'"effetto Kulesov" dimostra chiaramente come l'associazione di due immagini può produrre un senso diverso da quello che ognuna di esse possiede presa in sé e per sé. È quanto, a livello più generale (contenutistico, non meramente tecnico), abbiamo cercato di dimostrare per La ricotta. Unire l'immagine o il segmento filmico B ad A può far sì che A venga interpretata dallo spettatore in un modo inedito, talvolta sorprendente, visto che un'immagine, caratterizzandosi per la sua funzione precipua di produttrice di senso, può contenere diversi significati, prestandosi così ad un'interpretazione, ad una lettura di tipo connotativo che non si esaurisce nella dimensione della univocità.
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