La saggistica

"Pagine corsare"
Saggistica

Dialogo con Gianni D'Elia
di Ivano Malcotti, Aprile On Line 2004

Gianni D'Elia, poeta, vive a Pesaro dove è nato nel 1953.
Libero docente e traduttore, tiene corsi e seminari di letteratura italiana e francese. Ha fondato e diretto la rivista Lengua (1982-1994),
collabora come critico a numerosi quotidiani e riviste

Impegno civile e poesia. D'Elia, parlare di poesia come impegno e azione sociale è ancora possibile?
Tutto è possibile, possiamo parlare di impegno poetico, per quanto riguarda il discorso indiretto, cioè letterario. Non è escluso che nelle strategie retoriche di un poema rientri anche l'impegno civile, in quanto voce plurima dei "personaggi" dialoganti, che hanno una storia. Una storia comune, o che aspira a essere tale, condivisa. L'impegno sociale e l'azione sociale sono altra cosa, riguardano il discorso diretto, cioè esistenziale e politico della persona. Possono essere fusi, come lo sono di fatto in ogni individuo, che sia insieme cittadino e artista, scrittore o che altro. La crisi di insignificanza della poesia è oggi così dirompente che questa divisione, che è stata di Fortini e di Pasolini (non in egual misura), oggi può saltare facilmente: mi accorgo di scrivere tutto in discorso diretto (filtrato dalle voci di eteronimi e corali) in poesia, mentre negli articoli per "l'Università" parlo di letteratura, e cioè del discorso indiretto, in rapporto alla storia della cultura di sinistra, che essendosi chiusa nella sola cultura politica, è in una crisi durissima.

Il mio impegno negli ultimi tre anni è stato questo: dichiarare pubblicamente "il nuovo fascismo" di Berlusconi (sulla base della profezia pasoliniana) e invitare la sinistra a integrare la propria cultura politica con la cultura poetica eretica, umanistica, e politicamente rilevante, che va dalla laicità di Leopardi alla blasfemia di Pasolini. Ma nessuno mi ha risposto, a livello politico alto, non c'è dialogo tra poesia e cultura politica. Ulivo e Ginestra: era una proposta, un simbolo nuovo, per legare politica e cultura poetica dell'umanesimo italiano.

Quindi, poesia come aderenza alla realtà?
Poesia come aderenza alla realtà significa oggi critica dell'irrealtà contemporanea, che comprende il surreale italiano e l'horror globale. Comunque, la realtà emotiva, ripetendolo, è il principale scandaglio del mondo: senza l'idea di realtà non si può vivere, così come senza il suo sentimento non si può scrivere.
Pensi che il linguaggio (non solo quello poetico) sia un riflesso condizionato della vita?
Questa domanda deriva, credo, da un mio commento a un brano importante di Empirismo eretico (1972): lì, Pasolini dice qualcosa di eretico davvero: siamo abituati a identificare la poesia con la lingua (il messaggio), mentre probabilmente la poesia è azione: e cioè qualcosa di agito, deposto in un sistema di simboli (la lingua umana comunicativo-espressiva), che ritorna nel destinatario come azione, non essendo quei simboli che dei campanelli di Pavlov: capaci di risvegliare, in assenza della cosa, la sensazione della cosa stessa. Insomma, se Saba scrive un distico meraviglioso come questo ("Tutto si muove lietamente, come / tutto fosse di esistere felice"), noi risentiamo nelle sue parole la nostra esperienza, la felicità di veder muoversi il mondo, l'immagine della vita più banale e assoluta. Dunque, sì, è possibile intendere la poesia come risveglio, attraverso il riflesso condizionato della parola, del campo emotivo più largo.

Insomma, siccome non sentiamo più, il linguaggio mantiene la memoria della specie percettiva, che siamo noi umani, e, se non è più l'emozione a produrre la parola, sarà il linguaggio a risvegliare la mancanza emotiva, a produrre il sentire. Il meccanismo schizofrenico (dell'arte) occidentale è questo: il linguaggio al posto della vita. Pasolini lo rovescia, è rivoluzionario almeno quanto Dante e Leopardi, che inventano il volgare come lingua infantile e la poesia come lingua naturale, oltre ogni idolatria linguistica, tipica di tradizioni e avanguardie novecentesche, e cioè legate al mito dei miti epocali: la scrittura, il linguaggio, che hanno preso il posto del parlare e dell'emozione.

Sei un grande studioso dell'opera di Pasolini, più volte ti ho sentito ripetere una definizione a mio avviso molto importante: "In Pasolini seguo la linea del marxismo eretico letterario, sacrificato dal grande stile accademico e dalla neoavanguardia". Perché sei così critico con le posizioni neoavanguardiste?
Sono un piccolo studioso (di Pasolini), e molto di parte. I suoi interlocutori più avversi (i poeti della neoavanguardia) li vedo così inferiori, sia teoricamente che letterariamente, ma soprattutto poeticamente. Il discorso sarebbe troppo lungo, lo riassumo così: c'è uno sperimentalismo a caldo, e ce n'è uno a freddo. Io sto col primo, dove si sente il dramma di necessità dell'arte, e non il suo giochetto.
In un articolo apparso sull'Unità di qualche anno fa "Pasolini compie 80 anni", ritraesti il grande scrittore nelle vesti del fustigatore dei costumi degli italiani, accusati di viltà e di servilismo di fronte al potere. La penserebbe (la pensi) sempre così? 
Mi pare fosse del 2002 quell'articolo che citi, Pasolini è nato nel 1922. Mi pare che sia stato uno dei pochi scrittori a fare un'autoanalisi così profonda del corpo geografico e antropico dell'Italia. Lui parla di viltà economica, di antico ormone depositato nei secoli. È un marxista poeta, inventa una teoria della presenza, fondata sulle più moderne acquisizioni culturali (antropologia, psicoanalisi, strutturalismo), senza rinunciare alla passione, all'irrazionale della vita e dei corpi. Così come le Furie sono diventate Eumenidi, entrando nella città sotto la scorta della ragione che le ha acquisite, è possibile che Pasolini pensasse alla poesia come a quel qualcosa di "pericoloso", ma da acquisire alla storia.

L'utopia comunista si sposa al lirico ermafrodito, e l'arte della lingua verbale alla lingua scritta del cinema: si aprono mondi… Contro il potere, contro il nuovo e vecchio fascismo, contro l'omologazione esistenziale degli italiani, Pasolini è un compagno di strada speciale, perché apre la via di un nuovo sentire della sinistra, radicale e in prima persona… anche contro il servilismo degli intellettuali, certo con il loro coraggio, vedi, oggi, Tabucchi e Bocca.

E Berlusconi è sempre come lo definisti "il più improvvido dei nostri politici post-bellici"?
Berlusconi è il suo cognome: un doppio inganno, un appassionato di politica, per necessità di sopravvivenza economica del dominio. L'omologazione culturale è andata al governo, siamo all'infamia più pura: non credo che si sia ancora compreso quanto il nuovo fascismo sia integrativo del vecchio, che rimane nello stile (diciamo così) di fondo: la sottocultura più aggressiva, inconsapevole della propria stessa devastazione sentimentale e storica. L'omologazione di sinistra è meno terribile, anche se la cacciata di Berlusconi non chiuderà i conti: chi ha inventato il Grande Fratello viene dalle nostre file, ed è contento. 

 

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Vedi anche: tutti gli aggiornamenti di "Pagine corsare" da ottobre 1998
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Dialogo con Gianni D'Elia, di Ivano Malcotti

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