"Pagine
corsare"
Saggistica
Intervista a Pier Paolo
Pasolini
di Dacia Maraini *
Dal libro della Maraini
E
tu chi eri? 26 interviste sull’infanzia,
Rizzoli, Milano 1998, pp.
316-328
Un
sentito ringraziamento a Monika Lustig
(Bologna 1922 - Roma 1975).
Nelle campagne friulane, dove la famiglia si era rifugiata durante la guerra
scrisse un libretto di liriche in dialetto, Poesie a Casarsa (942).
È questo il primo segnale dell’interesse che nutrirà sempre
per la poesia dialettale italiana testimoniato dalle due antologie Poesia
dialettale del Novecento, del 1952, e Canzoniere italiano (due
voll.), 1955.
Fino al 1950 rimase a Casarsa,
dove svolse la professione di insegnante, militando nel Pci e continuando
ad elaborare versi e prose narrative. In seguito alla pubblica denuncia
della sua omosessualità, allontanato dalla scuola e radiato dal
partito, fu costretto a trasferirsi a Roma. Nella capitale, scrisse Ragazzi
di vita, del 1953, i poemetti Le ceneri di Gramsci, 1957, e
Una
vita violenta, 1959.
Nel 1960 pubblicò
i suoi scritti critici di storia letteraria, Passione e ideologia.
In quegli stessi anni diresse inoltre il periodico letterario “Officina”,
ed iniziò ad avvicinarsi al cinema, che divenne ben presto il suo
principale interesse. Il suo primo film fu Accattone, del 1961.
La notorietà acquisita con il cinema, fece tuttavia aumentare le
polemiche intorno alla sua figura; continuò a pubblicare versi,
come La religione del mio tempo, Poesia in forma di rosa,
Trasumanar
e organizzar. Girò numerosi film, fra cui La ricotta,
Uccellacci e uccellini, Teorema, Edipo re,
Medea;
il trittico del Decameron, I racconti di Canterbury,
Il
fiore delle Mille e una notte. Ultimo fu Salò o le 120 giornate
diSodama, uscito dopo la morte del regista e presto ritirato dalle
sale cinematografiche per lo scandalo suscitato.
Dal 1966 si dedicò
anche alla scrittura di testi teatrali. A partire dal 1973, dalle pagine
del “Corriere della Sera” intrecciò una serie di polemiche, sui
temi più svariati - dibattito che coinvolse anche altri giornali
- e che furono raccolte in volume: Scritti corsari, 1975 e Lettere
luterane, 1976. Sempre più isolato e chiuso nelle proprie idee,
morì tragicamente, assassinato ad Ostia in circostanze ancora non
del tutto chiarite.
_______________________

D. Sei nato a Bologna, vero?
In che anno?
R. Nel 1922.
D. Qual è il primo
ricordo che hai della tua infanzia?
R. Mi ricordo di quando
avevo un anno. Ricordo la camera dove dormivo. Era la sala da pranzo e
la mia culla stava in un angolo addossata al muro. Di fronte c’era una
grande alcova di legno dove dormiva la mia nonna. Ricordo anche un divano
che poi ci ha seguiti per tutta la vita. Il bracciolo di questo divano
si rovesciava e scopriva la struttura di legno. Io su questo legno disegnavo
con la matita un’automobile e la chiamavo Ru-pepé.
D. Hai una memoria molto
buona. Ricordi altro?
R. Ricordo i giardini Margherita;
una strada di Bologna dove passeggiavo con una mia zia e davanti a lei
usavo impuntarmi perché volevo tornare a casa in carrozza. Hanno
cercato di convincermi, mi hanno sgridato. Ma ho vinto io. I miei capricci
erano violenti e assoluti.
D. Sono ricordi piacevoli
o spiacevoli?
R. Né una cosa né
l’altra, come i sogni. Uno soprattutto ha qualcosa di terribile: c’era
una stanza con delle grandi tende bianche e sotto, nel vicolo, passavano
i cavalli con le carrozze. Il tonfo di quegli zoccoli mi metteva paura,
ma nello stesso tempo mi affascinava come qualcosa di magico e di misterioso.
D. Tuo padre che mestiere
faceva ?
R. Mio padre era ufficiale
di fanteria. Nei primi anni della mia vita per me lui è stato più
importante di mia madre. Era una presenza rassicurante, forte. Un vero
padre affettuoso e protettivo. Poi improvvisamente, quando avevo circa
tre anni, è scoppiato il conflitto. Da allora c’è sempre
stata una tensione antagonistica, drammatica, tragica fra me e lui.
D. Com’era tuo padre fisicamente?
R. Un bellissimo uomo. Quando
sono nato io aveva ventotto anni. Era di statura non troppo alta, bruno,
molto forte, gli occhi scuri e limpidi, i lineamenti marcati.
D. E di carattere?
R. Era violento, possessivo,
tirannico. Prima dei tre anni me lo ricordo anche allegro. Poi, dopo i
tre anni, non ricordo più un sorriso (quelle poche volte che rideva,
però, era addirittura gongolante).
D. Gli assomigli?
R. Sì, molto.
D. E tua madre com’era da
giovane? Come te la ricordi?
R. Bellissima. Era piccola,
fragile, aveva il collo bianco bianco e i capelli castani. Nei primi anni
della mia vita ho di lei un ricordo quasi invisibile. Poi salta fuori Improvvisamente
verso i tre anni e da allora tutta la mia vita è stata imperniata
su di lei.
D. Avevi anche un fratello,
vero?
R. Sì. È nato
a Belluno quando avevo tre anni. Ricordo mia madre incinta e io che chiedevo:
«Mamma, come nascono i bambini?». E lei, mitemente, dolcemente,
mi ha risposto: «Nascono dalla pancia della mamma». Una cosa
a cui allora però non ho voluto credere, naturalmente.
D. La tua vita si è improvvisamente
trasformata e ha preso la strada che poi hai seguito finora. È giusto?
R. Sì, a tre anni
è cambiato tutto. Quando mia madre stava per partorire ho cominciato
a soffrire di bruciore agli occhi. Mio padre mi immobilizzava sul tavolo
della cucina, mi apriva l’occhio con le dita e mi versava dentro il collirio.
È da quel momento “simbolico” che ho cominciato a non amare più
mio padre.
D.
Ma tu allora giocavi con gli altri bambini o facevi una vita solitaria?
R. Avevo solo tre anni!
Ricordo che stavo in mezzo a dei ragazzetti che giocavano nella piazza
davanti casa. Ero attratto dalle loro gambe; anzi, precisamente dall’incavo
dei loro ginocchi. È la prima parte del corpo che mi ha colpito
come corpo. Uno dei ragazzetti mi attraeva e non sapevo perché.
Questo sentimento di affetto l’avevo chiamato Teta-veleta. Qualche anno
fa Contini mi ha fatto osservare come, in greco, Tetis voglia dire sesso
(sia maschile che femminile) e come Teta-veleta sia un reminder del tipo
che si usa nei linguaggi arcaici. Questo stesso sentimento di Teta-veleta
lo provavo per il seno di mia madre.
D. Ru-pepé Teta-veleta.
La tua infanzia sembra fissata attorno a delle parole chiave.
R. Non solo la mia infanzia
ma la mia vita intera è cosparsa di parole chiave.
D. A Bologna quanto siete
rimasti?
R. Solo un anno e mezzo.
Poi siamo andati a Parma, a Belluno, a Conegliano. Ogni anno cambiavamo
città. Di Parma mi ricordo solo un porcospino. Ricordo un grande
viale di periferia e in mezzo alla strada un porcospino. Ero molto incuriosito
da quell’animale. Ma quello che mi colpiva di più era il suo nome.
Mi chiedevo: ma perché porco?
D. A che età hai
cominciato a parlare?
R. Prestissimo. E ho imparato
a scrivere a quattro anni.
D. Di Belluno cosa ricordi?
R. A parte quel che ti ho
detto del collirio e del Teta-veleta, ricordo che a Belluno una volta è
venuto il re. La popolazione l’ha accolto molto freddamente. Mia madre
che era antifascista e teneva ingenuamente per il re, ha gridato da sola
nel silenzio: «Viva il re!». Questo “Viva il re” me lo ricordo
bene. Io però non mi ero accorto che la popolazione era ostile.
Avevo solo notato la bella voce infantile di mia madre.
D. A che età hai
cominciato ad andare a scuola?
R. Proprio quell’anno, a
Belluno, ho cominciato a frequentare l’asilo. Le suore, per farci giocare
tranquilli, ci dicevano che, scavando la terra, avremmo trovato un tesoro.
Io per giorni e giorni ho continuato a scavare. Poi mi sono seccato e non
ho più voluto andare all’asilo. Anche quella volta l’ho avuta vinta.
Il mio rifiuto era deciso e categorico. Infatti non ci sono più
andato.
D. Com’eri da bambino?
R. Come adesso. Solo più
buffo. Ero ingenuo, credulone. Molto capriccioso. Mi entusiasmavo facilmente.
Volevo capire le cose, ero curioso e testardo.
D. Eri chiuso?
R. No. Ero timido. Impacciato.
D. Cos’è che ti piaceva
di più al mondo a quell’età?
R. Mi piacevano le storie,
i racconti, il sapere. Le nozioni sul mondo.
D. Tua madre ti raccontava
delle storie?
R. Sempre. Mi raccontava
storie, favole, me le leggeva. Mia madre era come Socrate per me. Aveva
e ha una visione del mondo certamente idealistica e idealizzata. Lei crede
veramente nell’eroismo, nella carità, nella pietà, nella
generosità. E io ho assorbito tutto questo in maniera quasi patologica.
D. Tua madre ha mai lavorato?
R. Sì, ha fatto la
maestra. L’anno dopo, a Conegliano, è cominciata una serie di sogni
in cui sognavo di perdere mia madre e l’andavo a cercare in una città
che era Bologna. La cosa strana è che Bologna io me la ricordo soprattutto
attraverso quei sogni. L’incubo finiva con delle scale che io salivo correndo,
sempre cercando mia madre disperatamente. Poi mi svegliavo nel letto dei
miei genitori. In quell’epoca è cominciata una forma di nevrosi
cardiaca. Avevo imparato che il cuore è il motore della vita ed
ero preso dall’improvvisa paura che smettesse di battere.
D. Quanti anni avevi?
R. Quattro.
D. E dopo ne hai più
sofferto di questa paura?
R. Sì, circa un anno
dopo a Casarsa, in seguito a non so che disastro economico. Mio padre aveva
fatto dei debiti ed era in mezzo ai guai. Mia madre è tornata a
fare la maestra. In quell’epoca dormivo nel letto con lei.
D. E poi hai sofferto ancora
di tale nevrosi?
R. Sì ancora una
volta mi ha ripreso a Bologna, quando avevo diciassette anni. Una notte
mi sono svegliato con la sensazione che il mio cuore non battesse più.
D. Ma soffrivi veramente
di mal di cuore?
R. No, fisicamente stavo
benissimo. Sono sempre stato forte e sanissimo. Era soltanto una forma
di angoscia.
D. Tu una volta hai detto
che l’angoscia è lo stato naturale della tua vita. Che cos’è
che ti fa soffrire?
R. La mia sofferenza è
dovuta al fatto che per me una disgrazia non è mai quella disgrazia
lì, ma una disgrazia cosmica, che mette in forse tutto me stesso.
Ogni scacco per me è uno scacco totale.
D. Ti fanno soffrire più
gli amici o i nemici?
R. Soffro delle cose oggettive,
come le denunce, le calunnie, gli impedimenti al mio lavoro. Le persone
che mi stanno a cuore non mi fanno soffrire.
D. Tornando all’infanzia,
è stata un’infanzia felice o infelice?
R. Ho dei ricordi gloriosi.
Ogni mese (in prima elementare, a Conegliano) distribuivano le medaglie
ai più bravi. Mi ricordo un meraviglioso fiocco verde. Tornavo a
casa di corsa. Vedevo mia madre alla finestra e le indicavo col dito il
fiocco sul petto.
D. Sei sempre stato bravo
a scuola?
R. Non in tutto. Qualche
volta, pur essendo preparato, avevo delle strane lacune.
D. Era importante per te
l’affermazione scolastica? E perché?
R. Sì, molto. Proprio
per quei valori che mi aveva insegnato mia madre: la serietà, l’applicazione,
l’entusiasmo per il sapere. In quel periodo, a Conegliano, ho cominciato
a dire bugie. Le prime colpe coscienti.
D. Che genere di bugie?
R. Bugie un po’ gratuite.
Mia madre mi diceva: non andare in strada, e io andavo in strada di nascosto,
senza dirglielo. Probabilmente, se le avessi detto che volevo andare a
giocare fuori, non mi avrebbe detto di no. Ma io raccontavo lo stesso quelle
bugie. Mi piaceva. Quelle bugie sono legate a un colore meraviglioso tra
il verde e l’azzurro che forse era il vestito di mia madre o una blusa
di quel periodo, non so.
D. Quanti anni avevi?
R. Cinque anni. Ma il periodo
delle bugie è passato subito. Ci siamo poi trasferiti a Casarsa,
dove ho frequentato la seconda elementare. La seconda elementare è
uno dei punti vertici della mia vita. Ho vissuto per la prima volta in
una casa mia, in mezzo a un mondo nuovo di cugini, cugine, zie, zii, nonni
e nonne. Quell’anno c’è stato un amore per mia cugina Franca che
era una bambina bellissima e allegra.
D. E poi?
R. L’anno dopo ci siamo
trasferiti di nuovo (stavolta a Sacile). Però ogni estate tornavamo
lì per le vacanze.
D. La famiglia di tua madre
era ricca o povera?
R. Era una famiglia di piccoli
possidenti. C’era mia nonna Giulia per cui ho avuto un grande amore. Mio
nonno che è morto proprio quell’anno. Aveva costruito una distilleria
che poi è andata in fallimento. Di soldi ce n’erano pochi. Però
mia madre e mia zia avevano potuto diventare maestre. Insomma erano di
quei contadini che possono mandare i figli a scuola.
D. E la famiglia di tuo
padre?
R. La famiglia di mio padre
era ricchissima. Mio nonno Argobasto possedeva terre, palazzi, proprietà.
Quando è morto, mio padre ragazzo ha ereditato tutto. Ma in capo
a qualche anno ha sperperato ogni cosa. È diventato povero più
di mia madre.
D.In che modo ha sperperato
quei soldi?
R. Non lo so. Mi hanno detto
che a quattordici anni è scappato di casa con una ballerina.
D. Ma ne parlava mai, con
te, del suo passato tuo padre?
R. No, mai. Mio padre era
un uomo passionale, sensuale, disorientato e nel momento che ha abbracciato
l’ordine, l’ha fatto sul serio. È diventato nazionalista fascista.
D. Non ti parlava mai della
sua giovinezza?
R. No. Era orgoglioso delle
sue origini nobiliari. Era orgoglioso soprattutto di un fratello che si
chiamava Pier Paolo e scriveva poesie. Questo fratello è morto a
venti anni, in mare, affogato mi pare.
D. È per quello che
ti hanno chiamato Pier Paolo?
R. Sì. E la cosa
strana è che mio padre, per amore di questo suo fratello morto ragazzo,
ha appoggiato la mia aspirazione poetica, quasi perfino contro se stesso.
Io fino ai sedici anni volevo fare l’ufficiale di marina. Lui invece diceva
che dovevo fare lettere. Poi naturalmente i suoi incoraggiamenti si sono
ritorti contro di lui.
D. Perché ritorti?
E. Perché lui attribuiva
alla poesia un carattere ufficiale. Non pensava che potesse essere eversiva,
scandalosa. Lui pensava a Carducci, a D’Annunzio.
D. A che età hai
cominciato a scrivere poesie?
R. A sette anni, in terza
elementare, a Sacile.
D. Com’erano queste poesie?
R. Erano poesie “elette”,
nella tradizione petrarchesca. Da allora ho scritto sempre. Ho una intera
cassapanca di scritti infantili.
D. Il rapporto con gli altri
a quest’età com’era?
R. Il più grande
dolore era per me allora fare il balilla e dovere andare alle marce. Essendo
il figlio di un ufficiale, dovevo stare fuori dal gruppo e strillare: un,
due, un, due! Era un incubo.
D.
Con tuo fratello andavi d’accordo?
R. Litigavamo, ma eravamo
molto amici. Lui mi ammirava perché a scuola avevo la media dell’otto.
Perché ero più grande, più forte. Andavamo a fare
a sassate con gli altri ragazzi. Una volta a Idria (quarta elementare)
abbiamo avuto l’idea di farci costruire degli scudi di metallo dal fabbro
del reggimento. Quello scudo è stata una delle più grandi
gioie della mia vita. Quando i ragazzi della banda nemica hanno cominciato
a tirare sassi, noi ci siamo lanciati in avanti, protetti dagli scudi,
come un esercito di troiani all’assalto. Tutti sono rimasti travolti dall’ammirazione.
Quell’anno il dispiacere più grosso è stato il maestro, il
maestro Cravatta. Aveva una grande antipatia per me e io non capivo perché.
Forse ero diventato un po’ troppo Pierino.
D. Cioè primo della
classe?
R. Sì.
D. Che libri leggevi allora,
te lo ricordi?
R. Libri di avventure. Mi
ricordo la storia di un cowboy che si chiamava Morning Star, stella del
mattino. Un giovanotto dritto, coi calzoni di pelle e il fazzoletto rosso
al collo. E poi Salgari, tutto Salgari. Sono state le più belle
letture della mia vita. Letture incomparabili.
D. Qual è stato il
primo libro non per ragazzi che hai letto?
R. Macbeth. Improvvisamente
a quattordici anni, a Bologna, ho fatto il salto qualitativo. Ho scoperto
i Portici della Morte dove compravo i libri di seconda mano. Ho smesso
di credere in Dio. Tutto insieme.
D. La tua famiglia era religiosa?
R. Mia madre aveva una religione
dolce, contadina. Mio padre ci portava in chiesa, ma era una cosa ufficiale
di cui non gli importava niente.
D. E adesso credi in Dio?
R. No. La fede mi è
passata così, a quattordici anni, dalla sera alla mattina.
D. Ma tu hai sempre mostrato
attrazione per il cristianesimo.
R. L’interesse per il cristianesimo
è nato dopo la guerra, sotto l’incubo quotidiano della morte, a
contatto con il mondo contadino di Casarsa. Attraverso l’estetismo ho riscoperto
la religione.
D. Facendo un passo indietro,
da Idria dove vi siete trasferiti?
R. Da Idria a Sacile. Dove
ho ritrovato i miei compagui cresciuti, irriconoscibili. Ho incontrato
Norma, Lavinia, Margherita, i due fratelli Fatati. Ho sentito che parlavano
di un certo “taculin”, cioè di un taccuino (portamonete). Di colpo
mi sono sentito escluso.
D. Perché?
R. Parlavano con grande
naturalezza, usando un tono confidenziale che io non avrei mai saputo usare.
C’era qualcosa di peccaminoso e insieme normale nei loro modi che mi colpiva.
D. E cosa hai fatto?
R. Niente. Li ho ascoltati
parlare del “taculin” con una certa invidia e una certa angoscia. Mi sentivo
escluso per sempre.
D. E in famiglia come andavano
le cose? Tuo padre e tua madre andavano d’accordo?
R. Mio padre e mia madre
non andavano d’accordo per niente. Tutta la mia vita è stata influenzata
dalle scenate che mio padre faceva a mia madre. Quelle scenate hanno fatto
nascere in me il desiderio di morire. Mio padre era innamorato pazzo di
mia madre ma in un modo sbagliato, passionale, possessivo. La cosa odiosa,
poi, era che lui trasferiva la sua passionalità non corrisposta
in piccole osservazioni tipo il bicchiere fuori posto, l’asciugamano non
lavato, il cibo troppo salato eccetera.
D. E tua madre come reagiva?
R. Reagiva lamentandosi
dolcemente.
D. Ma di che cosa la rimproverava
tuo padre?
R. La rimproverava di avere
la testa nelle nuvole. Ma non era vero. Il fatto è che lui era fascista
e lei no. Fra di loro non parlavano mai di politica, ma mio padre sapeva
che mia madre pensava di Mussolini che era un “culatta”, cioè “chiappe
grosse”, come lo chiamava gaddianamente mia nonna. Stare nelle nuvole,
comunque, per lui voleva dire essere anticonformista, in contrasto con
le leggi dello Stato, in dissidio con l’opinione dei potenti.
D. E tu intervenivi mai
in favore di tua madre?
R. Ero semplicemente terrorizzato.
Sentivo che lei si lamentava e che lui l’aggrediva, sempre. È stato
l’incubo della mia vita. Tutte le sere aspettavo con terrore l’ora della
cena sapendo che sarebbero venute le scenate.
D. Ma anche in caserma coi
suoi soldati si comportava così tuo padre?
R. No. Come ufficiale era
molto diverso, umano, comprensivo. Fuori di casa era buono. Gli volevano
tutti bene. Quando è morto abbiamo visto arrivare un soldato dalla
Sicilia con un cesto pieno di arance.
D. E tu come la spieghi
questa differenza di comportamento tra fuori e dentro?
R. È tipico dei paranoidei,
e degli uomini che bevono.
D. Tuo padre beveva molto?
Quando ha cominciato a bere?
R. Sì, beveva e diventava
aggressivo. Ha cominciato pochi anni dopo il matrimonio.
D. E tuo fratello come reagiva
a queste scenate?
R. Mio fratello era un ragazzo
normale. Ne soffriva anche lui ma non ne faceva una tragedia.
D. E tu perché ne
facevi una tragedia?
R. In me c’era stata una
iniziale rimozione della madre che mi ha procurato una nevrosI infantile.
Questa nevrosi mi aveva fatto diventare inquieto, di un’inquietudine che
metteva in discussione in ogni momento il mio essere al mondo.
D. Torniamo indietro. Alla
quinta elementare.
R. Alla quinta elementare
è successo un fatto inaudito. Sono stato bocciato in italiano scritto.
Hanno accusato il mio tema di essere troppo poetico.
D. Ci sei rimasto molto
male?
R. Malissimo. Ero abituato
a riuscire bene in tutto, specialmente in italiano.
D. Da Sacile dove siete
andati?
R. A Cremona. Dove sono
rimasto tre anni. Ma avevo cominciato a frequentare la prima media andando
in treno da Sacile a Conegliano. Avevo dieci anni. Andavo su e giù
in treno da solo con i libri e un panino involtato nella carta. Arrivavo
al ginnasio tanto presto che era tutto deserto, e mi mettevo lì
ad aspettare.
D. Soffrivi di questi viaggi
solitari?
R. No, anzi. Questi viaggi
in treno da solo sono stati importanti per me. Imparavo a stare solo, a
togliermi d’impiccio da me, a riflettere e osservare.
D. Cremona è stata
quindi la prima città della tua infanzia?
R. Sì, Cremona è
stata un’esperienza traumatica. A Cremona è finita la mia infanzia.
D. A che età finisce
la tua infanzia?
R. A tredici anni. Come
per tutti: tredici anni è la vecchiaia dell’infanzia, momento perciò
di grande saggezza.
D. Eri contento di te?
R. Era un momento felice
della mia vita. Ero stato il più bravo a scuola. Cominciava l’estate
del ‘34. Finiva un periodo della mia vita, concludevo un’esperienza ed
ero pronto a cominciarne un’altra. Quei giorni che hanno preceduto l’estate
del ‘34 sono stati tra i giorni più belli e gloriosi della mia vita.
D. Rimpiangi molto la tua
infanzia?
R. Fino ai trent’anni l’ho
rimpianta e l’ho narcisisticamente rivissuta. Del resto ho cominciato a
rimpiangere la mia infanzia dopo due, tre anni che era passata. Perché
è stato un periodo felice, pieno di idealismo. È stato il
periodo eroico della mia vita. L’ho rimpianta disperatamente. Ora è
là. Saranno quindici anni che non ne parlo più.
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* Nel
suo libro, Dacia Maraini non indica la data relativa all'intervista.
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INVITO
ALLA LETTURA:
BRANI
DI PIER PAOLO PASOLINI
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"PAGINE CORSARE"
DA
OTTOBRE 1998
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