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Saggistica Lettera aperta a Gennariello-Juanito
Pier Paolo Pasolini "corsaro" a Cuba nel nuovo millennio? Si tratta di un'immagine stravagante, fantasiosa o può invece indicare un possibile, stimolante dialogo a distanza? La lettera - o "trattatello pedagogico" - che nei primi mesi del 1975, anno della sua morte, Pasolini comincia a scrivere ad un ipotetico Gennariello (in Lettere luterane), ragazzo napoletano, potrebbe essere anche stata scritta per un immaginario Juanito cubano. Si tratta pur sempre di un ragazzo del Sud del mondo, come è testimoniato dai suoi tratti somatici (e Pasolini era fortemente attratto dal Sud del mondo, visto come universo legato al passato e a una irriducibile diversità): gli occhi neri e brillanti (e "ridarelli"), la bocca un po' grossa… E se allora Napoli era "l'ultima metropoli plebea, l'ultimo grande villaggio" del nostro paese, e "con tradizioni culturali non strettamente italiane", Cuba rappresenta oggi un grande villaggio ma con forte vocazione cosmopolita. E a questo Gennariello (o Juanito) Pasolini si impegna a spiegare come l'avvento del nuovo potere (la società dei consumi), più insidioso ed efficace di qualsiasi altro precedente potere, si impone a qualsiasi altra concezione della vita e, costruendo un nuovo tipo di umanità (parla infatti di "mutazione antropologica"), costringe tra l'altro la sinistra a rivedere tutte le proprie scale di valori e le proprie stesse battaglie. Se il nuovo potere intende soprattutto sconsacrare e desentimentalizzare la vita riducendo gli uomini a "stupidi automi adoratori di feticci" (per esso infatti deve affermarsi unicamente il piacere legato al consumo delle merci), compito della sinistra sarà proprio di riaffermare la sacralità della vita e il valore dei sentimenti. Un tema questo particolarmente vicino alla cultura cubana, sensibile da sempre (in letteratura, in musica) alle molte "ragioni del cuore" così come a forme di religiosità intense e non confessionali (i vari sincretismi di cristianesimo e santeria). Proporre gli scritti del Pasolini "corsaro" e "luterano" al pubblico cubano di oggi può essere una scelta un po' spericolata, che a sua volta alimenta equivoci e incomprensioni. Quelle pagine riflettono infatti un momento storico preciso della storia d'Italia (il passaggio, avvenuto in tempi velocissimi, brucianti, alla modernizzazione e all'industrializzazione di un paese in gran parte contadino e preindustriale). Credo però che quelle
stesse pagine, se reinterpretate alla luce di quanto successo negli ultimi
25 anni e se opportunamente "tradotte" per un pubblico così distante,
contengono o possono contenere un messaggio prezioso per i cubani, anch'essi
immersi in una delicata fase di passaggio, di transizione (in cui convivono
disordinatamente forme economiche e culturali diverse), verso qualcosa
di indefinito, o di definito solo in parte.
L' "uomo nuovo" Le differenze storiche e geo-politiche tra i due paesi naturalmente sono enormi, così come tutto il discorso civile pasoliniano appare certo unilaterale, estremista, troppo elementare e privo di sfumature. Sappiamo come il "nuovo modo di produzione" o "nuovo potere", descritto con drammaticità e veemenza oratoria nelle Lettere luterane sia assente a Cuba, dove il problema attuale non è quello dei consumi superflui. Ma secondo altri, vistosi segnali il "nuovo potere" è arrivato a contagiare l'immaginario cubano, anche se in modo contraddittorio, conflittuale, data la storia postrivoluzionaria di questo paese. Dopo anni di sistematica educazione delle coscienze e di capillare sensibilizzazione politica cosa veramente desiderano e sognano i cubani di fine-secolo? A quali modelli di comportamento e stili di vita aspirano? Può sembrare un paradosso ma l' "uomo nuovo" immaginato dal Che si è forse mostrato più fragile dell' "uomo nuovo" prodotto dal consumismo: l'utopia generosa cede il passo al movimento inesorabile della realtà. La situazione a Cuba è
probabilmente ancora molto aperta, tra orgoglio di appartenenza nazionale
e passiva assimilazione della mitologia delle merci, tra senso fortissimo
dell'identità e docilità alla colonizzazione dell'immaginario
(il regista tedesco Wim Wenders osservò amaramente che gli americani
ci hanno colonizzato l'inconscio). Ma vorrei riassumere il ragionamento
del Pasolini "luterano" nei suoi punti fondamentali e commentarli alla
luce di un possibile confronto con i lettori cubani.
Le insidie del nuovo potere È difficile immaginare per un cubano l'omologazione descritta da Pasolini, questa tendenziale riduzione di tutte le classi e di tutti i ceti sociali alla Nuova Classe Media, alla sua mentalità, alla sua smania di consumo, ai suoi modelli di riferimento. Ovviamente Agnelli (il padrone della Fiat) e, poniamo, l'ultimo operaio della sua fabbrica sono molto diversi tra loro sul piano economico e del potere, ma soltanto da un paio di decenni desiderano e sognano le stesse identiche cose (con prevedibile frustrazione in chi può solo sognarle), vedono le stesse trasmissioni televisive e non riescono ad immaginarsi un diverso modo di vivere! L'espressione che usa Pasolini - "genocidio culturale" (ovvero: inarrestabile distruzione di tutte le culture locali, particolaristiche) - è tratta dal Manifesto del partito comunista di Marx. Un solo esempio: i ragazzi
di borgata, i giovani sottoproletari prima disprezzavano i figli dei ricchi,
se ne sentivano superiori (in nome di una loro diversa cultura), fieri
di essere analfabeti "in possesso però del mistero della vita",
oggi invece li invidiano, cercano di imitarli e se ne sentono inferiori.
Tutto ciò può sembrare ancora assai remoto o troppo futuribile
per l'attuale sviluppo della società cubana ma è singolare
come l'omologazione, l'umiliante uniformità vengano associate nel
discorso pasoliniano non al "socialismo reale" ma all'ultimo stadio del
capitalismo.
Nostalgia del passato? Spesso Pasolini è stato accusato di essere nostalgico e reazionario. Il poeta e scrittore italiano in realtà non rimpiangeva il fascismo o l'Italietta provinciale e ignorante ma semplicemente un paese dove, nonostante la dittatura, il popolo conservava una sua "cultura" precisa, riconoscibile, di cui era geloso (una cultura orale, spesso inconsapevole - che apparteneva ancora all'universo contadino - fatta di modi di essere, di pensare). Dopo non più. Insomma, il nuovo potere (consumistico) risulta più devastante di quello vecchio, clerico-fascista, anche odioso ma incapace di scalfire l'anima del popolo italiano. Certo, a volte sembra proprio che Pasolini si erga a difensore del passato stesso (che poi coincide con la sua giovinezza), passato che tutti abbiamo fatalmente tradito e dimenticato. Ad esempio quando sottolinea la fine storica dell'artigianato, degli oggetti fabbricati da mani umane e con una destinazione umana. Sempre più spesso poi Pasolini, che fino all'ultimo volle definirsi un marxista che vota Partito Comunista, muove una critica radicale alla fede laica nel progresso, di cui si è nutrito finora il movimento operaio, poiché "non è vero che comunque si vada avanti. Assai spesso sia l'individuo che la società regrediscono o peggiorano…". Eppure ci ricorda come la memoria del passato, di ciò che è stato e di ciò che avrebbe potuto essere, è parte della nostra coscienza civile. La stessa rivoluzione cubana non tenta in tutti i modi di conservare un rapporto vitale con il passato e con la memoria? Non è anche una ricerca collettiva di tutti i "passi perduti", come direbbe il grande scrittore Alejo Carpentier? Forse nel mondo attuale essere rivoluzionari significa soprattutto conservare di fronte ad un modo di produzione che distrugge subito tutto ciò che crea? E poi il lamento sulla fine della campagna (ridotta a "sopravvivenza spettrale") non è mai evocazione dell'idillio, di un'Arcadia felice, ma lucida constatazione di una "rottura" epocale con le origini del mondo umano. Non sarà che a Cuba
invece la relativa continuità con l'universo rurale aiuta a conservare
il senso di un limite, di una misura che ogni impresa umana e ogni civiltà
dovrebbe porsi?
Lagrimas negras La passionalità estrema, esibita e messa a nudo, di Pasolini, è tale che spesso non si riesce neanche a discutere e confutare ciò che scrive. Né si deve pensare ad una stucchevole retorica dei sentimenti. Lo scrittore diffidava del manierismo barocco latino-americano e infatti volle stroncare Cent'anni di solitudine definendo Garcia Marquez un abile scenografo. Ma quel legame fortissimo, lacerante tra la vita e la riflessione, tra il "corpo" (i desideri messi a nudo, il pianto, con le sue "lagrimas negras", come si intitola il celebre bolero) e la ricerca della verità ne fa un intellettuale solitario, insolito nella tradizione italiana, accademica e libresca, dove la cultura è così spesso stata separata dalla società, dalla vita (e dalla lingua) della gente, dall'umanità comune e senza potere. Eppure nella tradizione cubana c'è forse una capacità di ascolto maggiore di una figura del genere, proprio perché a Cuba la cultura si è sempre mescolata a passioni civili e politiche. È stato giustamente osservato che il migliore personaggio dell'opera di Pasolini è lui stesso. Così, anche se della sua opera, pur così imperfetta, incompiuta, ridondante salveremo alcuni isolati, abbaglianti capolavori (nel cinema Accattone e Vangelo secondo Matteo, nella poesia Le ceneri di Gramsci, e poi l'autobiografico Atti impuri, ecc.), è proprio nelle Lettere luterane e negli Scritti corsari che quel personaggio lo sentiamo palpitare in modo più diretto, per noi più pressante. Per Pasolini la crisi è soprattutto morale. Ormai non c'è più alcun valore, laico o religioso, in nome del quale poter parlare ai giovani di oggi. Non solo "Dio" e "famiglia", ma anche "patria", "socialismo", "amore del prossimo", "rispetto reciproco". Una crisi che riguarda tutti nel villaggio globale, dove sfumano le distinzioni tra centro e periferia, tra passato e futuro. Può darsi che la poesia, la letteratura, con la irriducibile varietà di esperienze che ci offre, possa continuare a tenere desta in noi l'identificazione con l'altro, con altri mondi possibili (insomma l'immaginazione morale). In Occidente quasi più
nessuno crede più alla letteratura, semplice consumo tra gli altri,
mero giochino mondano, mentre a Cuba alla letteratura come dialogo con
se stessi ancora si crede molto o si è costretti a credervi…
Un'omologazione differenziata È vero, le cose in Occidente sono molto cambiate e non coincidono interamente con la cupa, disperante diagnosi pasoliniana. Può anche darsi che il nuovo potere consumistico sia il più totalitario che la Storia abbia conosciuto, dato che apparentemente si fonda su un largo consenso. Ma forse è più giusto parlare di "omologazione differenziata", di un evidente livellamento dei gusti, dei comportamenti, degli stili di vita, in presenza però di una imprevedibile varietà degli adattamenti individuali, insomma di una "lingua" unica ma declinata in molti dialetti diversi: la massificazione crescente viaggia parallelamente alla ricerca della personalizzazione del prodotto. E oggi serve proprio qualcuno
capace di continuare e aggiornare la fenomenologia della società
di Pasolini, con la stessa onestà ed esattezza visionaria.
Juanito è un lettore passionale Forse Gennariello è rimasto insensibile, sordo, alla lettera che Pasolini volle inviargli (o non l'ha letta per niente, distratto dallo spettacolo variopinto delle merci). Anzi, forse per un tragico paradosso è stato proprio un Gennariello, ormai già "mutante", ad uccidere più o meno intenzionalmente il poeta in quella notte all'idroscalo di Ostia. Eppure il messaggio di Pasolini,
insieme perentorio e disarmato, ossessivamente iterativo e di straordinaria
forza comunicativa, retoricamente molto "costruito" e singolarmente appassionato,
potrebbe trovare oltreoceano, in una realtà ancora al di qua del
genocidio culturale, qualche sensibile Juanito in grado di interpretarlo
(o eventualmente contestarlo) con altrettanta passionalità.
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