La saggistica

"Pagine corsare"
Saggistica

Pasolini e le borgate: intervista a Franco Citti
di Stefano Milioni
http://www.socialismolibertario.it/, novembre 1995

Con tre filmati su Pasolini, il suo cinema e le borgate: Pasolini The Filmmaker


Fiumicino è fredda e grigia all'alba. Franco Citti passeggia in riva al mare misurando malinconia e gratitudine. Vent'anni di interviste sull'autore di "Accattone" sembrano non aver esaurito i ricordi. Mentre l'attore romano racconta si compone il ritratto di un Pasolini inconsueto: non l'intellettuale, ma l'amico. L'interprete solitario e opportuno di una capitale "borgatara".

"Guarda, l'abbiamo detto un miliardo di volte io e mio fratello. E' assolutamente  escluso che  sia stato Pelosi. Lì c'è un chilometro quadrato di strage. E' stato massacrato, e una sola persona non riesce a fare quelle cose. Ci sono troppe cose oscure, dietro. Anche politiche, naturalmente".

La voce di Franco Citti, indimenticabile volto del cinema di Pier Paolo Pasolini, è aspra e tagliente. Così  come  i suoi pensieri, del resto.

"Sono andato via da Roma innanzitutto perché cominciavano a sparire le borgate e con loro i miei amici. E quando non hai più   le borgate ti rifugi al mare. E' per questo che sono venuto a vivere a Fiumicino. C'è un senso di morte, qui intorno, che mi piace. Forse io sono già morto, qui, in questa solitudine che amo e che mi mette allegria. Anzi, io sono vivo perché sto a Fiumicino. Forse se stavo a Roma ero già morto".

Come hai conosciuto Pasolini?
"Tramite mio fratello Sergio, in una pizzeria di Torpignattara. Lui mi ha detto: 'A Fra', te presento 'no scrittore, 'n amico mio."

Lui era gia' conosciuto, allora?
"No. In quel periodo scriveva delle poesie in friulano, quelle cose dei primi tempi".

Quindi tu non sapevi proprio chi era?
"No. All'inizio ho creduto addirittura che fosse analfabeta. Faceva il maestro elementare a Ponte Mammolo. Mio fratello m'ha detto. E' 'no scrittore, magnamose 'na pizza assieme. Io ero tutto sporco di calce perché lavoravo come muratore con mio padre. Ci siamo conosciuti lì e abbiamo cominciato a frequentarci".

E che impressione ti ha fatto all'inizio Pasolini?
"Quella di una persona normale. Non ci pensavo molto al fatto che lui scrivesse. Se scriveva a me che me fregava? A volte succedeva che gli davo qualche battuta in romanesco e lui se l'appuntava".

Pasolini metteva nei suoi libri i racconti che gli facevate tu e Sergio?
"A Paolo piaceva soprattutto lo spirito, il modo delle borgate romane, questa gente allegra, tanto e' vero che lui ci passava quasi tutto il tempo della sua vita con noi, nelle borgate. E così, essendo uno scrittore guardava ciò che gli accadeva intorno, e daje e daje, tirava fuori 'sti libri. Ma quello che più mi ha interessato è quando mi ha detto che mi avrebbe fatto fare una parte nel suo film".

E tu come hai reagito?
"Sai, io sono un pessimista nato, non è che ci credo molto alle cose che mi offrono. Così gli ho detto: Vabbè, a Paolo, quando lo faremo lo faremo. Lui mi ripeteva: hai una bella particina. Vedrai che lo faremo. E così un giorno è nato 'sto cavolo di Accattone".

Mentre lo giravi ti sentivi nella parte o era qualcosa che non ti apparteneva?
"Mi sentivo a mio agio perché l'ho girato con tutti i miei amici della borgata. Giocavamo un po' in casa. E poi quelle avventure, quelle storie, mi piaceva farle. Per il film ho anche dovuto leggere Ragazzi di vita. Che poi, che vuol dire ragazzo di vita non l'ho mai capito".

Giravate a Torpignattara?
"Torpignattara, il Pigneto, Testaccio, Pietralata. Andavamo in tutta la periferia di Roma. Il film é andato avanti per un po' in questo modo. Lui ci ha diretto, però noi eravamo liberi di fare quello che eravamo".

Avevate quindi la possibilità di inserire cose proprio vostre, personali...
"Sai, i dialoghi erano già un po' scritti e Pier Paolo li scriveva con mio fratello Sergio, però qualche battuta che in doppiaggio sembrava migliore l'abbiamo messa. Accattone, però, è rimasto così come l'abbiamo girato, e infatti è un bel film proprio perché è spontaneo, non c'era nessun attore professionista e l'abbiamo fatto di corsa. Con qualche impiccio di mezzo. 'Sti personaggi che facevano gli attori insieme a me, io compreso, qualche mattina non venivano proprio, chi andava a sfacchinà, chi andava a fa' altre cose, allora era un po' complicato".

Si trattava di problemi pratici e non finanziari.
"Finanziariamente non c'erano problemi. Credo che il film costasse piuttosto poco. Io, ad esempio, prendevo ottomila lire al giorno. Ho lavorato otto settimane, più il doppiaggio, diciamo che avro' lavorato circa un anno e ho preso all'incirca un milione e trecentomila lire di oggi".

Quando ti rivedi in "Accattone" che impressione hai?
"Cerco di non rivedermi".

Perché'?
"Perché ormai quel film lo conosco a memoria, come gli altri, del resto. A volte fanno Accattone in tivvù, io ho anche le cassette, ma cerco di evitare di vederlo. Ma non perché sia invecchiato, ma è perché mi piacerebbe rivederlo con le persone adatte. Con quelli che all'epoca contestarono il film, ad esempio".

Come e' cambiata la tua vita dopo "Accattone"?
"In peggio. Vedi, il rapporto con Pasolini è stato per me, in un certo senso, distruttivo, perché non è che io amassi proprio fare il cinema, ma nello stesso tempo so che dovevo farlo, forse anche solo per amicizia. E, come ti ho già detto, per certi versi mi affascinava, come quando lavoravo con gli amici miei. Poi però sono stato costretto a lavorare con altre persone che non conoscevo, e mi rompevo i coglioni perché non erano leali con me. Miravano al successo, capisci? Allora qualcuno, magari, si è permesso di dire: Ma sai, quello è un borgataro".

Che tipo di rapporto avevi con Pasolini?
"Lui era un po' come un padre. Aveva una grande paura di me. Gli potevo sparire da un giorno all'altro, senza finire il film. E' successo mentre facevamo Mamma Roma con la Magnani. Ho avuto una disavventura con la polizia. Ho litigato con una guardia e m'hanno arrestato per oltraggio. Mi sono fatto una ventina di giorni e poi sono uscito".

Il film è stato interrotto per questo motivo?
"No. Hanno messo mio fratello di spalle, tipo controfigura. E dopo quell'episodio, quando abbiamo fatto Edipo re, Pier Paolo è stato costretto a mettere nell'albergo due guardie in borghese, in modo che non uscissi. Ma, sai, io il cinema l'avevo preso nel senso del divertimento. Professionalmente non è che mi interessasse più di tanto".

Se non sbaglio era proprio Pasolini a dirti che tu dovevi fare semplicemente te stesso e non recitare.
"Sì, tanto è vero che ha cercato di non farmi diventare né francese, né inglese, né americano. Avevo molte richieste, allora. Il mio terzo film l'ho fatto con Marcel Carné. Poi ho lavorato in America. Ho fatto due padrini con Coppola. Il primo e il terzo".

Non ti ha mai pesato la figura di Pasolini?
"In un certo senso sì. Io ero l'immagine del suo cinema, e non è detto che potessi essere l'unica. Poteva anche trovare qualcun altro, e forse  sarebbe stato meglio per me, avrei seguitato a fare il muratore, il pittore. Certo, sono contento di aver fatto il cinema con lui, mi ha dato la possibilità di stare meglio anche economicamente però, se tornassi indietro non so se lo rifarei il cinema. Perché sono trentacinque anni di domande e, in fondo, il contatto con una persona è quello, niente di più, niente di meno. Ogni tanto ti puoi ricordare una cosa in più, però, ecco, Pasolini parla con le sue immagini, con la scrittura. E chissà quante volte non mi avrà detto certe cose".

Che importanza avrebbe avuto Pasolini nella società di oggi?
"Pensa quante cose ci avrebbe raccontato con la sua scrittura o attraverso le immagini".

Che poi, se ci pensi, ci sono molte realtà, e tensioni da raccontare qui in Italia...
"Sì, certo. Io penso che se Pasolini  fosse  stato in vita i giovani di oggi non sarebbero stati così. Lo avrebbero amato e lui avrebbe amato la gioventù di oggi, gli avrebbe dato un insegnamento nella scrittura e nel cinema. Ho letto pochissime cose di Pier Paolo, ma l'ho conosciuto bene ed è stata la persona più umana che abbia incontrato. Lui era il padre di tutti noi, delle borgate, ed è stato molto amato. Per noi era il Baggio della situazione, quello che risolveva tutto. Faceva l'elemosina ai poveri, quando ha incominciato a fare due lire andavamo sempre a mangiare, invitava tutti. Era una famiglia allegra. Ed io sono sicuro che rimarrà per sempre, anche per quelli che non l'hanno mai letto".

Qual è il sentimento più forte che ti ha lasciato?
"Mi ha lasciato il sentimento di una grande guerra, di una lotta continua con la gente. Ma, ti ripeto, è la persona più umana che abbia conosciuto. Non ho più trovato un altro cosù, uno che chiedeva alle comparse: Per favore, mettiti cosù. Era di una dolcezza straordinaria, ed è quella che mi manca di più. Era un padre, capisci? Una guida sulla retta via.

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Pasolini The Filmmaker, 2008 by Europecinema

Pasolini The Filmmaker - PRIMA PARTE


 

Pasolini The Filmmaker - SECONDA PARTE

Pasolini The Filmmaker - TERZA PARTE


 

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