.
Negli anni 1941-1942, quando
scrive Poesie a Casarsa, Pasolini abitava a Bologna.Il dialetto
friulano gli era tutt’altro che familiare, non aveva nulla dell’immediatezza
di un linguaggio nativo. Casarsa è il paese della madre, dove Pasolini
trascorreva le vacanze estive presso i nonni materni. Il friulano è
dunque la lingua materna, la lingua della madre. Nell’Introduzione
all’antologia Poesia dialettale del Novecento Pasolini stesso rievoca questa sua distanza
originaria dalla lingua adottata come lingua poetica:
egli si trovava
in presenza di una lingua da cui era distinto: una lingua non sua, ma materna,
non sua, ma parlata da coloro che egli amava con dolcezza e violenza, torbidamente
e candidamente: il suo regresso da una lingua all’altra – anteriore e infinitamente
più pura – era un regresso lungo i gradi dell’essere. 2
La regressione al dialetto –
lingua della madre – avviene a livello inconscio, in una metafora globale.
Questa regressione infatti non realizza un ritorno al dialetto come locutio
primaria, quale il friulano non fu mai per Pasolini, ma una recherche.
Quello di Poesie a Casarsa è un dialetto evocato de loinh,
3
linguisticamente prima ed oltre che fisicamente. Questo scarto, percepito
in termini estetici, è l’elemento decisivo che determina l’intuizione
del dialetto come linguaggio naturaliter
poetico, come «lingua
pura per poesia».
4
La scelta del dialetto
si configura come un’operazione stilistica sintomatica e in un certo senso
esemplare della poetica di questo primo Pasolini, che attraverso essa si
appropria di un linguaggio poetico d’eccezione, quale il casarsese, letterariamente
vergine perché privo di tradizione scritta. In Pasolini, d’altra
parte, l’equivalenza topica lingua morta-lingua nuova si pone in termini
sostanzialmente diversi rispetto ai precedenti di Stefan George o di Pascoli:
la lingua che egli assume a materia e soggetto d’espressione poetica è
in realtà la lingua viva di un mondo al quale, attraverso essa,
l’autore ritorna: il Friuli materno. Alla scelta del friulano come lingua
poetica corrisponde quella del Friuli come patria ideale, come Provenza
dello spirito. Il Friuli diviene metafora fisica del paradiso perduto dell’infanzia,
immagine poetica di una nostalgia che lo trascende. Questa tensione evocativa
verrà precisandosi sempre più come regressione lungo i gradi
della passionalità ed esteticità di un mondo ideale che Pasolini,
nell’esprimerlo, fonda per sé. Questo Friuli prende forma solo grazie
a questa poesia, come è proprio di ogni mito poetico, ovvero di
tutto ciò che sussiste solo grazie alla parola.
Come nel linguaggio poetico l’amore per la madre si realizza attraverso
la regressione al friulano quale luogo del significante materno, così,
nel rapporto con la dimensione temporale, esso si traduce in identificazione
con le immagini di un passato sentito come momento materno della
storia. La mèta è l’origine: l’andare avanti è un
tornare indietro sotto il peso del rimpianto dell’Eden perduto. Nella poesia
friulana di Pasolini il tempo è una dimensione, mitica, ideale:
è un tempo interiore, una durata del sentimento. La dimensione della
temporalità si svolge à rebours, in direzione opposta
rispetto alla successione del tempo storico: vivere è rivivere o
sopravvivere ricordando. Nel presente si specchia un passato che
diviene un tempo sempre più assoluto. Il sentimento del tempo è
un sentimento della perdita. La nostalgia si instaura quindi come temporalità
costitutiva di un mondo estetico. Il Friuli contadino e cristiano si offre
alla contemplazione poetica di Pasolini come un mondo di sogno e insieme
vivo, come un mito reale. Patria d’elezione sentimentale e linguistica,
il Friuli diviene il luogo del mito, del tempo perduto e ritrovato.Dopo
il 12 settembre 1943 Pasolini si rifugia insieme con la madre e il fratello
a Casarsa, dove inizia a promuovere piccole iniziative scolastiche e letterarie.
A Versuta, piccola frazione di Casarsa, organizza una scuola gratuita per
i figli dei contadini che a causa della guerra non potevano frequentare
la scuola regolare. Partecipano all’iniziativa, fra gli altri, Giovanna
Bemporad, Giuseppe Zigaina e la violinista Pina Kalz. Il progetto degli
Stroligus
nasce allo scopo di pubblicare i lavori che venivano elaborati all’interno
di questa piccola scuola poetica, che approderà alla fondazione
dell’Academiuta di lenga furlana (18 Febbraio 1945). Nell’aprile
del 1944 viene pubblicato il primo Stroligut di cà da l’aga (‘Lunario
pubblicato al di qua dell’acqua’, cioè del corso del Tagliamento).
Nell’allocuzione ai paesani posta in apertura (Dialet, lenga e stil),
Pasolini chiarisce il programma linguistico e poetico dell’iniziativa:
adottare come lingua scritta il dialetto di Casarsa, che fino ad
allora era esistito solamente nella tradizione orale, elevandolo a dignità
di lingua poetica. Il romanzo Il sogno di una cosa
(titolo originario
I
giorni del lodo De Gasperi), scritto negli anni 1949-1950, ma pubblicato
solo nel 1962, 5 si presenta apertamente come
romanzo storico, essendo diviso in una Parte prima-1948
e
in una
Parte seconda-1949 corrispondenti ai due anni in cui
si svolgono i fatti narrati, come romanzo sociale, per il largo spazio
dedicato alla lotta dei braccianti friulani contro gli agrari, come romanzo
politico, per l’adesione dei giovani protagonisti ad un comunismo vissuto
con ingenuo entusiasmo. Il romanzo è introdotto da una citazione
di Marx, ripresa dalla famosa lettera ad Arnold Ruge, che assume il significato
di un piccolo manifesto ideologico:
il nostro motto
dev’essere dunque: riforma della coscienza non per mezzo di dogmi, ma mediante
l’analisi della coscienza non chiara a se stessa, o si presenti sotto forma
religiosa o politica. Apparirà allora che il mondo ha da lungo tempo
il sogno di una cosa… 6
Il titolo stesso del libro è
stato dunque ripreso da questa lettera di Marx, in cui Pasolini trovava
un’autorevole conferma a quel rifiuto di ogni dogmatismo in favore di un
atteggiamento aperto ed irrisolto di fronte alla storia che costituisce
una sua costante ideologica. Un emblematico riferimento a Marx compare
anche nel titolo del testo posto da Pasolini a conclusione del volume L’usignolo
della chiesa cattolica,
La scoperta di Marx:
Ma c’è nell’esistenza
qualcos’altro che amore
per il proprio destino.
[…]
La nostra storia!
morsa
di puro amore, forza
razionale e divina. 7
Il testo sembrerebbe dunque
concludersi con l’accettazione della storia, anzi con la sua plateale e
un po’ enfatica affermazione, ma è proprio questa a suscitare una
certa diffidenza: cos’è infatti qui la «nostra storia»?
È «morsa / di puro amore, forza / razionale e divina»:
in definitiva, l’amore innalzato ad Anima della storia, a Ragione ordinatrice.
Lo sforzo di Pasolini sembra diretto, più che all’apertura verso
la dimensione oggettiva della storia, all’affermazione poetica – auspice
Marx – di un allargamento storico-collettivo dell’amore individuale per
il mondo. La «nostra storia» sembra profilarsi più come
una espansione sentimentale della storia personale che come la storia generale.
Nella
Meglio gioventù Pasolini raccoglie un’ampia scelta
di poesie friulane già edite insieme a numerose poesie inedite.
Il libro è diviso in un Volume primo (1941-1953) e in un
Volume
secondo
(1947-1953). L’Appendice che chiude il Volume primo
costituisce un prolungamento ‘postumo’ della prima parte della raccolta.
Pasolini volge lo sguardo à rebours verso il «tempo
friulano»: un tempo della vita e della poesia ormai finito, ma che
sopravvive nel ricordo. Quel passato è ormai lontano, travolto insieme
al tempo mitico della giovinezza. L’Appendice è chiusa, emblematicamente,
da un componimento intitolato Conzeit: un amaro congedo dal Friuli
scritto da Pasolini dopo il trasferimento a Roma avvenuto nel gennaio del
1950, in un momento drammatico della sua vita conseguente a uno scandalo.
8
Il Volume secondo della Meglio gioventù si divide
a sua volta in due parti: Il testament Coran (1947-1952) e Romancero
(1953).
Il Romancero è aperto da I Colùs (I Colussi),
romanzo poetico diviso in cinque episodi che narrano attraverso cinque
generazioni successive la storia della famiglia materna. La vicenda privata
si intreccia con quella storica: la storia della famiglia si svolge infatti
attraverso i maggiori avvenimenti storici del tempo, da Napoleone alla
prima guerra mondiale.
Il trasferimento a Roma sancisce la fine di un’epoca nella vita di Pasolini,
che affronta quest’esperienza con una carica vitale che diviene ansia di
rinnovare la vita. Roma diviene la «nuova Casarsa», 9
la seconda patria d’elezione. Questo trasferimento segna una svolta decisiva
nell’esperienza letteraria e intellettuale di Pasolini, con il passaggio
dall’edenico mondo friulano all’inferno delle borgate romane. L’antico
mito contadino-cristiano si rinnova nel mito di un mondo popolare e selvaggio.
Pasolini si cala in questo inferno di vita in cui con la stessa passione
con cui dieci anni prima si era immerso nel dorato mondo casarsese, ma
con un atteggiamento ormai irrimediabilmente cambiato. La maturazione della
coscienza intellettuale e ideologica viene rapidamente lacerando i miti
giovanili: il conflitto tra mito e storia diviene il motivo conduttore
della poesia di Pasolini negli anni Cinquanta. L’ambiguo concetto di «nostra
storia» su cui si chiudeva La scoperta di Marx
a contatto
con la nuova realtà si precisa. Tempo e storia, che fino allora
avevano costituito un’alterità astratta rispetto al tempo inteso
come estensione privata dell’Io, tendono ora a stabilire rispetto a questo
un’opposizione ineludibile. Un passo della plaquette Roma 1950 – Diario
appare
molto significativo al riguardo:
Questo muovermi…in
giorni tutti fuori
dal tempo che pareva
dedicato
a me, senza ritorni
e senza soste,
spazio tutto colmo del mio
stato,
quasi un’estensione della
vita
mia, del mio calore, del
mio corpo…
e s’è interrotto…Sono
in un altro tempo,
un tempo che dispone
i suoi mattini
in questa strada che io
guardo, ignoto,
in questa gente frutto
d’altra storia…10
Questa confessione definisce
lucidamente il nucleo centrale di una riflessione in atto: esiste un’altra
storia:
la storia degli altri. Il tempo dell’identificazione proiettiva,
dell’assorbimento in una soggettività prepotentemente assimilatrice
sembra finito. Inizia il periodo del confronto teso e contraddittorio con
l’altro, con la storia, con l’ideologia: conflitto che troverà la
sua massima espressione nelle Ceneri di Gramsci. Il pre-storico
e lo storico, il pre-ideologico e l’ideologico, l’incoscienza e la razionalità,
l’attrazione verso un mondo popolare selvaggio e l’ingresso in un ordine
razionale e politico: sono questi i termini delle antitesi che si scontrano
nelle Ceneri di Gramsci. Nel poemetto che apre la raccolta, L’Appennino,
Pasolini appare già pervenuto alla piena identificazione del nuovo,
epico protagonista della sua poesia: l’universo sottoproletario immerso
in un sonno arcaico, un mondo selvaggio ancora al di qua della civiltà
cristiano-borghese. Il mondo popolare viene percepito secondo questa prospettiva
insieme primitiva ed evangelica, mitica ed anarchica, come dimensione antropologica
estranea ed irriducibile agli ordini storico-politici contemporanei. L’esclusione
del popolo dalla storia nazionale viene sentita, più che come un’ingiustizia
politica, come uno stato quasi rousseauiano, vergine e primitivo mantenutosi
proprio grazie a quell’esclusione. Questo amore per un mondo popolare selvaggio
contrapposto alla corruzione della civiltà razionalistico-borghese
– forma particolare del conflitto tra mito e storia – costituirà
un motivo conduttore dell’intero volume. È «un clamore che
la storia non sente» 11 quello delle
«meridionali voci»: la nuova voce cui Pasolini tende l’orecchio,
rinnovando in un nuovo contesto popolare la precedente mitologia friulana.
La novità fondamentale consiste però nel fatto che il mito
non può più eludere il confronto con l’altro, con il reale,
ma deve dare alla propria esistenza una ragione che lo collochi in un contesto
storico razionalmente determinato. Il secondo dei poemetti raccolti nelle
Ceneri
di Gramsci, Il canto popolare, si presenta come uno scorcio
storico sull’altra Italia contemporanea. Il poemetto si apre sin
dall’esordio su un preciso orizzonte storico proponendo una cronologia
che coincide con la dichiarata storicità del discorso:
Improvviso
il
mille novecento
cinquanta due passa
sull’Italia:
solo il popolo ne ha un
sentimento
vero: mai tolto al tempo,
non l’abbaglia
la modernità […].
Ragazzo del popolo che canti,
[…]
Nella tua incoscienza è
la coscienza
che in te la storia vuole,
questa storia
in cui l’Uomo non ha più
che la violenza
della memoria, non la libera
memoria… 12
La tradizione del canto popolare
costituisce da sempre un motivo centrale nella passione poetica e filologica
di Pasolini, di cui offrono un’importante documentazione le due antologie
Poesia
dialettale del Novecento (1952) e Canzoniere italiano
(1955)
da lui curate. I canti documentano il carattere subalterno e talora reazionario
della cultura popolare, espressione dell’estraneità del mondo meridionale
rispetto alla cultura borghese e liberale impostasi con l’unità
d’Italia. Pasolini si inserisce in questa contraddizione della recente
storia nazionale privilegiandone l’elemento di estraneità alla storia,
oscuramente e liricamente avvertito come ‘resistenza’ delle componenti
arcaiche e primitive del mondo popolare. Questo mondo appare immerso nella
sua incoscienza esistenziale: la prospettiva ideologica viene interamente
assorbita dalla passionale identificazione con un mondo popolare in cui
sopravvive un precedente e perpetuo mito. Di fronte a questa condizione
del popolo che vive il suo tempo con perfetta coincidenza e incoscienza,
con la pienezza di chi non possiede altre dimensioni storiche oltre alla
propria vita quotidiana, risalta per contrasto la condizione contraddittoria
di chi è costretto a vivere la propria esistenza in un costante
conflitto tra mito e storia, tra passione e ideologia, tra passato e presente.
Lo sforzo cruciale che Pasolini viene compiendo negli anni Cinquanta è
rappresentato proprio dal tentativo di realizzare un’impossibile sincronia
fra il tempo vissuto e il tempo storico, fra l’atemporalità del
mito e l’ineludibile necessità di vivere nel tempo, anzi di seguire
il tempo. Il poemetto L’umile Italia si chiude sul vagheggiamento
di una possibile convivenza di storia e preistoria:
[…]. Questa è
l’Italia, e
non è questa l’Italia:
insieme
la
preistoria e la
storia
che
in essa sono convivano,
se
la luce è frutto
di un buio seme. 13
All’interno delle Ceneri
di Gramsci il poemetto che dà il titolo al volume (scritto nel
1954) costituisce, insieme con il Pianto della scavatrice, il momento
più significativo dell’intera raccolta. Il poemetto è totalmente
incentrato su di una fusione a caldo di tematica pubblica e privata. Di
fronte al rigore ideologico emblematicamente rappresentato da Gramsci,
lo «scandalo» di Pasolini risiede proprio in una irriducibile
contraddizione ideologica, nell’essere insieme con e
contro
Gramsci:
Lo scandalo del
contraddirmi, dell’essere
con te e contro te; con
te nel cuore,
in luce, contro te nelle
buie viscere;
del mio paterno stato traditore
– nel pensiero, in un’ombra
di azione –
mi so ad esso attaccato
nel calore
degli istinti, dell’estetica
passione;
attratto da una vita proletaria
a te anteriore, è
per me religione
la sua allegria, non la millenaria
sua lotta: la sua natura,
non la sua
coscienza […]. 14
Anche l’amore per il popolo
è dunque, di fronte all’ortodossia marxista, eretico poiché
fondamentalmente borghese, estraniato da un’interpretazione politicamente
finalizzata dei processi storici: «nella desolante / mia condizione
di diseredato, / io possiedo: ed è il più esaltante // dei
possessi borghesi, lo stato / più assoluto. Ma come io possiedo
la storia, / essa mi possiede». 15
In chiusura del poemetto Pasolini ritorna ai «gridi umani»,
al «popolo d’animali», ma proprio in questo ritorno alla vita,
al mondo, si fa più cruda la coscienza della sua estraneità
a quella vita, a quel mondo:
È un brusio
la vita, e questi persi
in essa, la perdono serenamente,
se il cuore ne hanno pieno:
a godersi
eccoli, miseri, la sera:
e potente
in essi, inermi, per essi,
il
mito
rinasce…Ma io, con
il cuore cosciente
di chi soltanto nella
storia ha vita
potrò mai più
con pura passione operare
se so che la nostra storia
è finita? 16
Quello della storia – ovvero
dell’ideologia che sorregge un’interpretazione della storia – rimane in
realtà un problema più aperto che mai. Parola-chiave del
lessico pasoliniano, costantemente tesa a un’espansione della storia privata
in direzione della storia generale, anche qui, come nella Scoperta di
Marx, la storia è «la nostra storia». Nella chiusa
del poemetto la parola acquista una connotazione ancor più significativa.
Complice un ambiguo plurale poetico, all’interno di un discorso svolto
al singolare – «Ma io […]» – Pasolini inserisce una definizione
collettiva – «la nostra storia» – che produce uno spostamento
semantico dal piano individuale a quello generale. In Pasolini il dramma
di questo iato tra storia privata e storia generale viene vissuto proprio
nel flusso contraddittorio tra i due termini di questa opposizione: non
come dialettica, ma come disperata passione di continuare a cercare, in
una storia da cui è irrimediabilmente diviso, le struggenti epifanie
di un’altra storia che non è più.
Per l’analogia tematica, ma ancor più per il diverso atteggiamento
che esprime, Il pianto della scavatrice (scritto nel 1956) si pone
in un rapporto di continuità-opposizione rispetto al poemetto precedente,
i cui contenuti vengono sottoposti ad un ulteriore approfondimento. Pasolini
viene portando al massimo di chiarezza le sue contraddizioni, sempre avvolte
nei movimenti a spirale della ragione e della passione:
[…] alla chiarezza
all’equilibrio giungeva anche,
in quei giorni, la mente.
E il cieco
rimpianto, segno di ogni
mia
lotta col mondo, respingevano,
ecco,
adulte, benché inesperte
ideologie...
Si faceva, il mondo, soggetto<
/font>
non più di mistero
ma di storia. 17
All’interno di questo
rinnovamento in atto anche la sentimentale tendenza a non seguire il tempo
può conoscere una momentanea pacificazione:
Sembra bruciare
nel felice agosto
di pace, ogni tua passione,
ogni
tuo interiore tormento,
ogni tua ingenua vergogna
di non essere – nel sentimento
–
al punto in cui il mondo
si rinnova. 18
Le ultime parole di questo passo
verranno riproposte da Pasolini con un’esibita autocitazione (evidenziata
dal corsivo) in chiusura del saggio La libertà stilistica,
pubblicato in «Officina» nel 1957:
ma sappiamo che,
alla fine, la serie delle esperimentazioni risulterà una strada
d’amore – amore fisico e sentimentale per i fenomeni del mondo, e amore
intellettuale per il loro spirito, la storia: che ci farà sempre
essere «col sentimento, al punto in cui il mondo si rinnova».
19
Nell’ultima delle sei sezioni
in cui si articola il poemetto l’immagine centrale della scavatrice svela
il suo significato simbolico. Gli sforzi della scavatrice, volti a scavare,
a distruggere per poter costruire e rinnovare sono descritti come sofferenze
umane. L’ampio giro allegorico infine si chiude, riprendendo la tensione
riflessiva con cui si era aperto il poemetto:
[…]. Piange ciò
che ha
fine e ricomincia. […].
Piange ciò che muta,
anche
per farsi migliore. La
luce
del futuro non cessa
un solo istante
di ferirci: è qui,
che brucia
in ogni nostro atto quotidiano,[…]
20
Piange tutto ciò che
diviene
storia,
che subisce nel proprio corpo il passaggio natura > civiltà, passato
> presente, mito > storia. Il futuro è luce, ma anche dolore. L’esistenza
viene così a coincidere con una quotidiana esperienza del lutto.
Nell’urlo della vecchia scavatrice c’è tutto il dramma di una condizione
esistenziale lacerata tra le opposte tensioni del rinnovamento e del rimpianto.
Anche il radicale cambiamento d’impostazione ideologico-strutturale che
si compie nel romanzo
Una vita violenta (1959) rispetto al precedente
Ragazzi
di vita
(1955) si lega a un confronto con le ragioni dell’impegno politico
e letterario. Un’istanza progressiva si rispecchia in una realtà
umana e sociale che attraversa una fase di profonda trasformazione emblematicamente
rappresentata nel passaggio dal mondo delle baracche ai nuovi condomini
dell’i.n.a. Case. La precedente operazione mimetico-regressiva di Ragazzi
di vita con
Una vita violenta si complica di nuove ragioni ideologiche:
Tommaso Puzzilli,
benché da un lato sia mosso da una pura vitalità, non capace
di svolgimento morale e storico […] dall’altra parte, per quanto confusamente,
disordinatamente, ha una sua «storia», che lo attua
attraverso una serie di esperienze il
cui contraddirsi è esistenziale, è vero, ma è anche,
insieme, dialettico.
21
Il momento centrale dell’esperienza
di Pasolini come critico militante è rappresentato com’è
noto dalla collaborazione alla rivista «Officina», fondata
nel 1955 a Bologna da Pasolini, Francesco Leonetti e Roberto Roversi. Nella
Nuova serie del 1959 si aggiunsero alla redazione Franco Fortini, Angelo
Romanò e Gianni Scalia. 22 La rivista
si articolava in quattro sezioni, la prima delle quali aveva come titolo
La
nostra storia: titolo pasolinianamente emblematico. Scegliendo come
terreno operativo la storia della critica, questa sezione offrì
forse i contributi più stimolanti della rivista, riproponendo l’attualità
di autori e movimenti otto-novecenteschi attraverso la revisione degli
schemi critici vigenti (la sezione viene inaugurata nel primo fascicolo
dal famoso saggio di Pasolini su Pascoli).
Con le poesie raccolte nella Religione del mio tempo la tensione
intellettuale che aveva caratterizzato le Ceneri di Gramsci segna
una progressiva caduta: all’epica della contraddizione subentra il vistoso
scollamento degli elementi su cui essa si era polarizzata trovando in qualche
modo un precario equilibrio. Alla stagione della tensione vitale tra le
ragioni della vita e quelle della storia, tra la passione e l’ideologia,
segue una frattura che apre la via ad un violento ritorno del sentimento.
Il ritorno nostalgico al tempo perduto sembra ormai inarrestabile: il presente
è il luogo dei ritorni del passato e delle sue struggenti epifanie.
Il Frammento alla morte è un disperato consuntivo autobiografico:
Sono stato razionale
e sono stato
irrazionale: fino in fondo.
E ora…ah, il deserto assordato
dal vento, lo stupendo e
immondo
sole dell’Africa che illumina
il mondo.
Africa! Unica mia
alternativa… 23
Dopo il tentativo di inserire
le ragioni del mito e della passione in un mondo storico e razionale compiuto
da Pasolini negli anni Cinquanta, le pulsioni regressive divengono protagoniste
di un ossessionato ritorno del rimosso. Il Frammento alla morte è
insieme il bilancio di un’esistenza e di una vicenda intellettuale: morte
e rinascita vengono orficamente a coincidere. Da questa posizione retrospettiva
la vita viene ad apparire come un lungo, alienato errare. Dopo aver tutto
sperimentato a Pasolini rimane un’unica alternativa: l’Africa, ovvero l’esperienza
di un mondo nuovo ancora selvaggio ed intatto, il ritorno ad un universo
primitivo e pre-storico in cui ridare nuove radici al mito perduto. 24
La fuga dall’etnocentrismo e dall’eurocentrismo – motivo cui non sono estranee
suggestioni da Lévi-Strauss e che troverà ampi sviluppi nella
raccolta successiva, Poesia in forma di rosa – è in realtà
una fuga dal presente storico della civiltà neocapitalistica e borghese
verso un mondo ancora incontaminato e selvaggio. La lacerazione tra vita
e storia e l’angoscia per una rigenerazione impossibile trovano la loro
espressione più compiuta nella poesia Il glicine. L’esplosione
di vita vegetale si dipinge come uno spettacolo di morte agli occhi di
chi sente che la sua vita ha avuto un’unica stagione, ormai passata: «Felice
/ te, che sei solo amore, gemello vegetale, / che rinasci in un mondo prenatale!».
25
In questo contesto il tema della contraddizione riemerge con estrema violenza:
[…]. Mi contraddico.
Rendo ridicola una mia lunga
passione
di verità e ragione.
Passione…Sì, perché
c’è un cuore antico,
preesistente al pensiero:
[…]
tra il corpo e la storia,
c’è questa
musicalità che
stona,
[…]
Vico, o Croce, o Freud,
mi soccorrono,
ma con la sola suggestione
del mito, della scienza,
nella mia abulìa.
Non Marx […].
Qualcosa ha fatto allargare
l’abisso tra corpo e
storia […]. 26
Il dramma privato d’altronde
non è che il risvolto di una crisi nei confronti dei processi storici
e delle trasformazioni sociali in atto: «la massa, non il popolo,
la massa / decisa a farsi corrompere / al mondo ora si affaccia, / e lo
trasforma, a ogni schermo, a ogni video / si abbevera […]. / E s’assesta
là dove il Nuovo Capitale vuole». 27
In questo finale della Religione del mio tempo si profila già
quel tema delle trasformazioni antropologiche prodotte dal Neocapitalismo
che diverrà il motivo conduttore delle più violente polemiche
pasoliniane. Poesia in forma di rosa
riprende, sviluppandoli prevalentemente
sul piano diaristico e privato, i temi della Religione del mio tempo.
È un libro dalla struttura fortemente orizzontale e frammentaria:
sembra talora il proseguimento di un discorso già fatto, cui non
resta che frantumarsi e sfrangiarsi in tutte le direzioni, ripetendosi
continuamente. Al tempo stesso fermentano nel volume motivi nuovi, quali
la nascente mitologia dei paesi del Terzo mondo che fanno la loro apparizione
sulla scena della storia, l’Africa, la Negritudine, la «Nuova Preistoria».
Dal Friuli alle borgate romane, al meridione d’Italia, all’Africa, all’India
si sono susseguite in Pasolini le tappe di un’ininterrotta ricerca di nuove
incarnazioni del mito di un’umanità vergine e primitiva: sempre
più a sud, sempre più lontano dall’odiata civiltà
neocapitalistica e borghese, verso mondi ancora barbari e incontaminati.
Le parti diaristiche di Poesia in forma di rosa producono talvolta
momenti di intensa e lucida confessione. La consapevolezza di essere un
sopravvissuto da un’età per sempre finita affiora in una pagina
di drammatica intensità:
Io sono una forza
del Passato.
Solo nella tradizione è
il mio amore.
Vengo dai ruderi, dalle
chiese,
dalle pale d’altare, dai
borghi
abbandonati sugli Appennini
o le Prealpi,
dove sono vissuti i fratelli.
Giro per la Tusculana come
un pazzo,
per l’Appia come un cane
senza padrone.
O guardo i crepuscoli, le
mattine
su Roma, sulla Ciociaria,
sul mondo,
come i primi atti della
Dopostoria,
cui io assisto, per privilegio
d’anagrafe,
dall’orlo estremo di qualche
età
sepolta. Mostruoso è
chi è nato
dalle viscere di una donna
morta.
E io, feto adulto, mi aggiro
più moderno di
ogni moderno
a cercare fratelli che non
sono più. 28
Dall’ossessiva simbologia friulana
del fanciullo morto (Il nìni muàrt)
29
al transfert sulla tomba di Gramsci a questa pagina di diario poetico
si susseguono le diverse rappresentazioni di un’immedicabile dissociazione
nel rapporto con la storia, di una condizione di sopravvissuto, di postumo
a se stesso, di vivente che ha già alle spalle l’unico tempo della
propria vita e che si trova quindi escluso dal tempo presente. Il motivo
della «delusione della storia», della «Nuova Preistoria»
ritorna nel poemetto Poesia in forma di rosa, insieme a un’ennesima
dichiarazione di fallimento: «ho sbagliato tutto», ripete ossessivamente
lo scrittore, solo di fronte alla sua «mancanza di amore» mentre
intorno «barbaro / o miseramente borghese, il mondo è pieno,
/ pieno d’amore».
30 Pasolini si trova
sospeso nel vuoto fra «Preistoria» e «Dopostoria»,
in un mondo nel quale avanzano inarrestabili le trasformazioni prodotte
dal Neocapitalismo. L’immagine di Roma si apre come un’aurora «nell’incendio
di una Nuova Preistoria».
31 Per Pasolini
«Proprio / insieme al Barocco del Neo-Capitalismo / incomincia
la Nuova Preistoria».
32 Appaiono
significative al riguardo alcune dichiarazioni rilasciate in un’intervista
del 1963:
Una orrenda «Nuova
Preistoria» sarà la condizione del neocapitalismo alla
fine dell’antropologia classica, ora agonizzante. L’industrializzazione
sulla linea neocapitalistica disseccherà il germe della Storia…
33
In un’altra intervista rilasciata
nello stesso anno Pasolini dichiara di vedere nel futuro
Due Preistorie
:
la Preistoria arcaica del Sud, e la Preistoria nuova del Nord
[…].
La coesistenza delle due Preistorie […] mi rende un uomo solo, davanti
a una scelta ugualmente disperata: perdermi nella preistoria meridionale,
africana, nei reami di Bandung, o gettarmi a capofitto nella
preistoria
del neocapitalismo […] nei reami della Televisione […]. Nel mio prossimo
futuro, conto di andarmene.
Nella preistoria classica.
34
La nuova storia neocapitalistica
si profila agli occhi di Pasolini come una «Nuova Preistoria».
Dalla sovrapposizione di passato e futuro si produce una fuga nell’utopia,
ovvero il sogno di una declinazione futuribile del passato, una proiezione
del passato nel futuro: forme antitetiche e speculari di una medesima fuga
dal presente. Con La nuova storia e
Profezia
Pasolini si
fa visionario, costruisce allegorie (il volo dell’anima della «nuova
storia», che sarà in armonia con la natura, sopra l’attuale
civiltà che è contro natura) e favole come la riscossa dell’oppresso
popolo meridionale – razza ancora incontaminata e primitiva – contro la
civiltà del Nord, «con le bandiere rosse di Trotzky al vento».
35
Mitico capo di questa rivolta sarà «Alì dagli occhi
azzurri». 36 Pasolini sembra quasi cercare
una propria nemesi attraverso l’annuncio di una nuova storia, che porterà
alla distruzione della società vigente e nella quale prenderà
il sopravvento un’umanità ancora pura e primitiva: l’«Africa»
dell’Italia. Sarà la riscossa del Meridione contro il Nord imborghesito
e corrotto, la riscossa della natura, ma anche del passato: «distruggeranno
Roma / e sulle sue rovine / deporranno il germe / della Storia Antica».
37
Il sogno pasoliniano tende a rovesciare il passato in rivoluzione e viceversa:
solo il passato è rivoluzionario.
38
In questo Pasolini «profeta» il futuro diviene proiezione utopica
del passato, emergenza visionaria del sogno (che diverrà il tema
centrale del dramma Calderón): «gli uomini del futuro
sono gli UOMINI DEL SOGNO».
39
Il futuro si apre al sogno di un utopistico ritorno alla natura: «mi
adatterò alla terra futura / quando la Società ritornerà
Natura». 40 Il rifiuto di ogni ordine
istituito, il ritorno al «magma»
41
approdano sintomaticamente ai domini del sogno, ove si proiettano le immagini
di un passato sempre più lucidamente percepito come l’unica età
della vita: «sono solo. / Perduto nel passato. / (Perché l’uomo
ha un periodo solo nella sua vita)».
42
Pasolini giunge così a rivedersi in flash-back: dentro il
quarantenne tormentato dalla nevrosi sopravvive ancora e sempre il ventenne
che fu: «Il vero dolore è capire una realtà: questo
mio essere / di nuovo nel ’63 ciò che fui nel ’43». 43
La Divina Mimesis – collage
di frammenti di un progettato rifacimento
in prosa della Divina Commedia, scritti tra il 1963 ed il 1965 ma
pubblicati solo nel 1975 – apparve, per una drammatica coincidenza, pochi
giorni dopo la morte di Pasolini. Al suo apparire destò non poca
impressione un frammento «postumo», inserito in funzione di
emblematica fictio
autobiografica, per il carattere quasi profetico
che dopo la tragica morte di Pasolini venivano ad assumere alcuni dettagli.
44
È un testo scritto, peraltro, proprio in forma di opera postuma.
Il libro si divide in due parti. La prima, I primi 2 canti della «Divina
Mimesis», comprende il canto I, il canto II, Appunti e frammenti
per
il III, IV e VII canto e tre Note. La seconda, Iconografia ingiallita
(per un «Poema fotografico»), presenta una serie di fotografie
che per l’autore dovrebbero avere la logica, più che di una illustrazione,
di una «poesia visiva» (Prefazione). Fin dal Canto I
si evidenziano i due principali leit-motiv
dell’opera: gli «stringimenti
del cuore» e le immagini «ingiallite», conseguenza entrambi
di un’esclusione dalla vita e dalla storia. Pasolini avvia la sua recherche
risalendo
alla propria esperienza di poeta civile degli anni Cinquanta, attraverso
lo sdoppiamento in un Pasolini-Dante e un Pasolini-Virgilio: il Pasolini
degli anni Sessanta incontra il poeta delle Ceneri di Gramsci. Le
due figure si confrontano allo specchio, interrogandosi sul proprio passato
e sul proprio presente. I due poeti iniziano così quello che avrebbe
dovuto essere il viaggio attraverso l’Inferno neocapitalistico e borghese,
ovunque imbattendosi negli emblemi ingialliti di un passato disperatamente
sopravvissuto. Il fatto che il progetto sia rimasto interrotto al Canto
VII appare significativo. Questo rifacimento autobiografico della
Divina
Commedia non avrebbe potuto andare oltre l’Inferno. La realtà
storica contemporanea è per Pasolini solo inferno. Il solo paradiso
è quello del passato, del mito: ed è dunque un paradiso perduto.
Le fotografie presentate nell’Iconografia ingiallita allineano una
serie di immagini della storia pubblica e privata, riproposte con immutata
nostalgia. Le ultime due fotografie accostano su due pagine contigue come
in un dittico due immagini emblematiche: la piazza della chiesa di Casarsa
e un gruppo di bambini africani ripresi davanti alle loro capanne. L’antico
mito friulano rinasce e si rinnova nel mito della Negritudine.
Questa serie di frammenti di un ideale e incompiuto poema autobiografico
in prosa era già stata annunciata da Pasolini nel 1964, nel Progetto
di opere future posto in chiusura di Poesia in forma di rosa.
Il progetto di disarticolazione della scrittura concepito come sua articolazione
lungo l’asse del tempo (interno ed esterno all’opera) viene esplicitamente
dichiarato in una Nota posta in chiusura del testo, datata 1º Novembre
1964:
Il libro deve essere
scritto a strati, ogni nuova stesura deve essere a forma di nota,
datata,
45
in
modo che il libro si presenti quasi come un diario. Per esempio, tutto
il materiale scritto finora, deve essere datato […]: non deve essere eliminato
dalla nuova stesura, che deve quindi consistere in un nuovo strato aggiuntivo
o in una lunga nota. E così per le stesure successive. Alla fine
il libro deve presentarsi come una stratificazione cronologica, un processo
formale vivente […]. E poiché il libro sarà un misto
di cose fatte e di cose da farsi – di pagine rifinite e di pagine in abbozzo,
o solo intenzionali – la sua topografia temporale sarà completa:
avrà insieme la forma magmatica e la forma progressiva della realtà
(che non cancella nulla, ma fa coesistere il passato con il presente ecc.).
46
L’opera deve dunque conservare
al suo interno le forme e i tempi del processo di composizione, senza eliminare
o ridurre a sintesi gli elementi eterogenei che sono entrati al suo interno.
È un autentico progetto di rimozione dell’idea di opera ‘compiuta’,
cui si contrappone la conservazione dell’intero itinerario testuale, divenuto
documento e immagine di una irrealizzabile forma della realtà: la
coesistenza di passato e presente. La struttura esibitamente frammentaria
del testo diviene così la forma letteraria di un’ideologia interna
all’opera, ovvero di una poetica del frammento e dell’incompiuto che troverà
la sua massima espressione in Petrolio.
All’interno del cinema di Pasolini la visione preistorica e pre-borghese,
ovvero mitica e sacra del mondo popolare trova la sua rappresentazione
più significativa nell’epopea sottoproletaria di Accattone.
In Mamma Roma quel mondo è oggetto di una rappresentazione
diversa: viene raffigurato in una fase di confusa, contraddittoria transizione
verso un nuovo tipo di vita, verso ideali piccolo-borghesi (Ettore, come
Tommasino, va ad abitare in una casa nuova). Nell’ambito del teatro di
Pasolini il rifiuto della storia contemporanea trova la sua espressione
più compiuta in Pilade, un’ideale autobiografia (così
come Bestia da stile) che riprende tema e personaggi dalla trilogia
Orestea
di Eschilo, cambiando però la figura del protagonista, che non
è più Oreste ma, appunto, Pilade. Nel Prologo
la scena
si apre sulla piazza di Argo dopo l’uccisione di Clitennestra e di Egisto.
Oreste, il matricida, ritorna ad Argo: svela al popolo d’essere stato illuminato
da Atena e propone di adorarla come nuova divinità protettrice della
città. Atena non ha avuto madre: è nata dalla testa del padre
ed è quindi la dea della ragione e della realtà. Non avendo
carne né ricordi, Atena vuole che si dimentichi il passato (Oreste:
«Il Passato noi dobbiamo soltanto sognarlo»). 47
Le dee del passato, le Furie, si sono allontanate lasciando il posto alla
fredda Ragione. Un grande mutamento si viene così compiendo nella
città di Argo, proiettata a costruire il proprio futuro: «La
città ora è un’altra. / Sopravvivono, certo, quelli che come
sempre / s’incaricano di custodire il passato. / Ma, in realtà,
noi cittadini di Argo / ci costruiamo giorno per giorno il futuro».
48
Giunge però la notizia che le Eumenidi hanno scatenato una morìa
di animali intorno ad Argo gridando disperatamente che «niente
si può dimenticare». 49 Le
Furie tornano in Argo. A questo punto compare sulla scena il timido Pilade,
che è «la Diversità fatta carne […]. Una diversità
che dà scandalo». 50 Un’opposizione
assoluta divide Pilade da Oreste: per Pilade il movimento della vita, compresa
la vita della città, è verso il passato; per Oreste invece
è verso il futuro, la ricchezza, la potenza. Per Pilade
[…] tutto torna
indietro.
La più grande attrazione
di ognuno di noi
è verso il Passato,
perché è l’unica cosa
che noi conosciamo ed
amiamo veramente. 51
Nel frattempo si sono concretamente
manifestati in Argo i miracoli prodotti dalla rivoluzione di Atena: nel
giro di una notte sono cresciute fabbriche e palazzi, si sono realizzate
tecniche produttive nuove, sono mutati il tipo di vita e il costume. Atena,
«la Dea della Ragione, e perciò del Futuro»,
52
ha cacciato definitivamente da Argo le vecchie Furie insediando in loro
luogo le Eumenidi. Gli uomini che avevano costituito la vera forza di Argo
– lavoratori, operai – se ne sono andati. Pilade è così costretto
ad allontanarsi definitivamente da Argo poiché tutto in essa ormai
gli è estraneo. Torna in scena a questo punto Atena. Il dialogo
tra i due mette in scena uno scontro emblematico. Pilade rifiuta la Ragione,
che è solo consolatrice: vuole seguire l’impossibile e il contraddittorio,
come l’amore di Elettra. Pilade ama Elettra perché ama in lei la
propria abiura. Riaffermare fino all’estremo il proprio rifiuto è
l’unica e disperata risorsa di Pilade, che si congeda da Atena lanciandole
un’ultima maledizione:
Ah, va! Va nella
vecchia città
la cui nuova storia io
non voglio conoscere
Perché temere la
vergogna e l’incertezza?
Che tu sia maledetta, Ragione,
e maledetto ogni tuo Dio
e ogni Dio 53
L’eco della bestemmia è
l’ultimo messaggio lanciato da Pilade contro una storia che si è
compiuta al di fuori di lui e alla quale può opporre solo un disperato
rifiuto. Nella forma dell’allegoria mitologica
Pilade
traccia una
trasparente parabola della trasformazione della vita e della società
prodotta dal Neocapitalismo con la sua ideologia consumistica ed edonistica
(le Eumenidi). La trasformazione dallo stato arcaico-contadino a quello
moderno-industriale coincide con la distruzione del mito: il passato muore
in ogni nuovo giorno con cui il futuro si materializza nel presente. Oreste
è il politico in cinica sintonia con la storia che gli dà
il potere: Pilade-Pasolini è l’intellettuale disorganico, anzi il
poeta che vive in un proprio mondo irrimediabilmente diviso da quello che
si afferma nella nuova storia.
La tematica del sogno come altra realtà diviene il motivo
centrale del dramma Calderón, nel quale Pasolini opera una
originale rilettura della commedia La vita è sogno di Calderón
de la Barca, dalla quale riprende l’espediente teatrale del risveglio e
in parte anche i personaggi. 54 Diversamente
dal testo di Calderón, però, protagonista dei risvegli non
è Sigismondo, ma Rosaura; il dramma inoltre si articola attraverso
cinque diversi e successivi risvegli di Rosaura, in luogo dell’unico risveglio
di Sigismondo nella commedia di Calderón. L’opera è d’altronde,
nella sostanza, creazione interamente ed originalmente pasoliniana. In
Calderón
–
che si propone come tragedia politica – Pasolini affronta il tema dei rapporti
sotterraneamente intercorsi tra il Nuovo Potere neocapitalistico e la contestazione
studentesca del ’68, concepita come esplosione in qualche modo programmata
dal Nuovo Potere per liberarsi delle strutture arcaiche che appesantivano
la società e che ne limitavano il potenziale consumistico, per rinnovare
il sistema attraverso la carica di rivolta dei suoi stessi figli. La capacità
di omologazione dello Stato borghese ha assorbito, appropriandosene, anche
la trasgressione. Questo tema ritorna anche nelle poesie raccolte
in Trasumanar e organizzar. 55 Il centro
ideale del libro è rappresentato dal testo intitolato
La poesia
della tradizione: elegia per una tradizione, una cultura, una poesia
che a Pasolini sembrano irrimediabilmente perdute dalla nuova generazione
in favore di una diversa ‘acculturazione’, ovvero dell’omologazione ai
nuovi modelli pragmatici. L’antitradizionalismo voluto dal Nuovo Potere
ha prodotto la perdita di ogni rapporto vitale, intellettuale e sentimentale
con la cultura della tradizione, cui è invece irriducibilmente legata
la visione del mondo e della storia che Pasolini continua a testimoniare.
La nuova gioventù è l’esito estremo della fruizione da
parte di Pasolini della categoria del rifacimento, questa volta in forma
di auto-rifacimento. 56 Pasolini si riscrive
riciclando
la sua scrittura poetica giovanile. La poesia ritorna alle proprie origini
per rivivere i termini dell’antitesi passato-presente: la nuova poesia
del lutto si sovrappone e si oppone alla poesia del giovanile idillio friulano.
Il poeta si specchia nel proprio passato riconoscendovi i resti frantumati
del mito. Il libro si divide in due parti nettamente distinte, anzi opposte:
la ristampa di La meglio gioventù – arricchita di diverse
poesie escluse dall’edizione del 1954, tratte da varie plaquettes friulane
– e quella che viene intitolata la Seconda forma de «La meglio
gioventù» (1974). Questa è rappresentata dalla
seconda stesura, «attualizzata», di Poesie a Casarsa e
delle prime due parti di una sezione di La meglio gioventù,
Suite
furlana, all’interno delle quali due poesie, David e Tornant
al paìs, sono successivamente riscritte in diverse redazioni
che l’autore chiama Varianti. Le due parti in cui si sdoppia il
volume vengono poste l’una di seguito all’altra a rappresentare la frattura
creatasi tra due tempi
della poesia, quello del mito e quello della
nuova storia, che si pone come un dopo
rispetto a un’esperienza
originaria che – per essere stata tale – è stata tutto. Questa poesia
si propone come immagine estrema della mutazione antropologica denunciata
nelle polemiche pubbliche dal Pasolini ‘corsaro’. I riferimenti alla storia
attuale operati da Pasolini nella presentazione del volume posta in quarta
di copertina appaiono molto eloquenti al riguardo:
«La seconda
forma» assume come contenuto una realtà oggettiva: una nuova
pratica d’irrisione della Storia […] e, nel tempo stesso, contraddittoriamente,
i problemi della Storia ufficiale e attuale […]. L’eterno ritorno
è finito: l’umanità è partita per la tangente […].
Tutto il futuro consiste nella codificazione dello sviluppo da parte
del compromesso storico. 57
La nuova gioventù
è
il prodotto della coazione a ripetere che spinge a rivivere incessantemente
l’esperienza della perdita ritornando sui luoghi del mito perduto. Nella
presentazione del volume Pasolini sottolinea il carattere «tecnicamente
anomalo» del libro consistente nella «ripetizione del libro».
Il primo libro è spesso l’«oggetto» del secondo: «In
qualche modo, dunque, continua l’Ossessione. La follia ripetitiva, il terrore
di non aver detto e di non poter mai dire la parola ultima e definitiva
[…]». La nuova gioventù è insieme palinsesto
e palinodia, cancellazione della scrittura del mito e sua sostituzione
con la scrittura del lutto. Pasolini ritorna al suo primo linguaggio poetico
per l’espressione della sua crisi presente. Con
La nuova gioventù
Pasolini si fa per l’ultima volta postumo a se stesso, 58
ribadendo ossessivamente la propria impossibilità di vivere e di
riconoscersi nella nuova storia.
La nuova gioventù è
la spietata rappresentazione di un universo negativo che per certi aspetti
può rinviare a Salò.
Salò
e la Seconda
forma de «La meglio gioventù»
si aprono sul medesimo
universo tragico: la «nuova » gioventù è la gioventù
nevrotica dell’orrendo universo neocapitalistico e borghese che reca sul
proprio volto i segni del genocidio. Uno dei temi ricorrenti negli
Scritti
corsari è rappresentato dalla polemica contro l’omologazione
antropologica prodotta in Italia dallo sviluppo neocapitalistico e dal
consumismo. Questa mutazione antropologica rappresenta per Pasolini una
tragedia personale, vissuta innanzitutto nella sua dimensione corporea:
Il consumismo consiste
infatti in un vero e proprio cataclisma antropologico: e io vivo,
esistenzialmente, tale cataclisma che, almeno per ora, è pura degradazione:
lo vivo nei miei giorni, nelle forme della mia esistenza, nel mio corpo
[…].
È da questa esperienza, esistenziale, diretta, concreta, drammatica,
corporea,
che nascono in conclusione tutti i miei discorsi ideologici.
59
Per Pasolini dopo la fine degli
anni Sessanta il neocapitalismo e il consumismo hanno operato un’espropriazione
del corpo nei giovani: è scomparso così l’«ultimo luogo
in cui abitava la realtà, cioè il corpo, ossia il corpo popolare».
60
È venuta meno quella «corporalità popolare» che
era stata la protagonista dei suoi film e che Pasolini aveva celebrato
in particolare nella Trilogia della vita (Il Decameron, I
racconti di Canterbury, Il Fiore delle Mille e una notte), dalla quale
«abiura»
61. La Trilogia
coincide
con il periodo erotico e festoso del cinema pasoliniano: il regista si
abbandona alla rappresentazione della corporalità popolare quale
era prima dell’età moderna e quale aveva trovato espressione nelle
tre raccolte di novelle, ambientate in contesti geografici ed etnico-culturali
profondamente diversi tra loro. Pasolini ritorna dunque al passato, al
Medioevo, difendendo questo suo sentimento della storia: «ciò
che ci attrae a tornare indietro è altrettanto umano e necessario
di ciò che ci spinge ad andare avanti».
62
Salò
o le 120 giornate di Sodoma
rappresenta un violento ritorno nell’inferno
della realtà presente dopo la felice parentesi della Trilogia.
Pasolini costruisce un’espressionistica allegoria dell’orrendo universo
neocapitalistico-borghese, del genocidio da esso operato e della sua ideologia
edonistica, proponendosi di dare all’elemento figurativo del film una leggibilità
che si imponga con la violenza traumatizzante delle immagini. Gli orrori
del morente regime di Salò vengono assunti quale metafora del genocidio
operato dalla civiltà neocapitalistica. Ciò vale a maggior
ragione per l’immagine fisica del mondo popolare che Pasolini aveva rappresentato
nei suoi film:
Se volessi continuare
con films come Il Decameron non potrei più farlo, perché
non troverei più in Italia – specie nei giovani – quella realtà
fisica (il cui vessillo è il sesso
con la sua gioia)
che di quei films è il contenuto. 63
Se io oggi volessi rigirare
Accattone,
non potrei più farlo. Non troverei più un solo giovane
che fosse nel suo «corpo» neanche lontanamente
simile ai giovani che hanno rappresentato se stessi in Accattone.
64
Il magmatico e incompiuto romanzo
Petrolio
si
presenta tout court
come un romanzo storico-allegorico. Nei progetti
di Pasolini questo romanzo avrebbe dovuto essere un’«opera gigantesca»,
«un grosso Romanzo di circa 2000 pagine», «una specie
di “summa” di tutte le sue esperienze»: avrebbe dovuto essere
anzi «la sua
ultima opera» e lo avrebbe impegnato «per
anni, forse per il resto della sua vita».
65
L’abbozzo
che ci è giunto consta di complessive 521 pagine. Pasolini comincia
a scrivere il romanzo nella primavera del 1972, dopo la crisi petrolifera
mondiale. Il protagonista, l’ingegner Carlo Valletti, è nato a Torino
e lavora all’eni (la villa di famiglia è nel Canavese). 66
La
sua figura si sdoppia subito in due personaggi: Carlo primo e Carlo secondo,
Carlo di Polis e Carlo di Tetis, il Carlo “politico” e il Carlo del sesso,
l’angelo e il diavolo, l’ingegnere petrolifero e il suo sosia (Appunto
3). Carlo è quindi «un uomo diviso» (Appunto 4). Il
secondo Carlo si abbandona alle proprie ossessioni omosessuali fino a una
degradazione senza limiti (Appunto 55, Il pratone della Casilina).
In una traccia del romanzo stesa nel 1972 Pasolini illustra la dissociazione
schizoide che divide in due il personaggio: «A
è un borghese ricco, colto […], fa parte del potere, è integrato
[…]. B l’uomo dai caratteri ‘cattivi’ è al servizio di A l’uomo
dai caratteri ‘buoni’: è il suo servo, è addetto cioè
ai bassi servizi. Tra i due dissociati c’è un accordo perfetto.
Un vero equilibrio». 67 Carlo è
“santo” in pubblico e perverso in privato, divenendo così un rispecchiamento
della schizofrenia del Potere. Il primo Carlo parte per un viaggio ufficiale
in Medio Oriente insieme con il capo del governo, lasciando a Roma (dove
vive in una casa ai Parioli) il suo sosia. Al suo ritorno non trova più
B, che nel frattempo è divenuto donna: perde conseguentemente il
proprio equilibrio. 68 Compie quindi il suo
viaggio all’interno dell’Italia del tempo, ovvero del neocapitalismo consumistico:
viaggio che si conclude con l’eterno ritorno orfico al tempo anteriore
alla nascita e alla storia. Dopo essersi sottoposto alla castrazione, Carlo
primo – che nel Medio Oriente era stato iniziato a una religione orfica
– va a vivere in un piccolo eremo che si è fatto costruire nel Canavese,
dove si dedica al culto del «Dio ozioso» (o «Dio scherzoso»)
e diviene santo (Appunto 133).
Petrolio
è un romanzo allegorico sulle trasformazioni antropologiche
e sociali prodotte in Italia dal tumultuoso sviluppo neocapitalistico,
sulla prima crisi energetica, ma anche sulla crisi del marxismo gramsciano
di Pasolini e sulla sua crisi personale. Quindi è anche un romanzo
politico. Nel corso della narrazione le vicende dei due Carli si intrecciano
strettamente con gli avvenimenti che si susseguono negli anni della strategia
della tensione e delle stragi. Carlo è presente a una riunione alla
quale partecipano i maggiori rappresentanti del mondo politico e finanziario
che controlla il commercio del petrolio (Pasolini li nomina più
volte). Il tema delle stragi entra direttamente nel romanzo con l’Appunto
103: L’Epochè: Storia delle stragi. 69
Nel romanzo compare anche lo scoppio di una bomba alla stazione di Torino.
70
Alla strage di Piazza Fontana Pasolini aveva precedentemente dedicato uno
dei testi raccolti in Trasumanar e organizzar,
Patmos. 71
La prima parte del romanzo termina con l’Appunto 103; la seconda parte
rimane interrotta all’Appunto 133 e alla nota successiva, dedicata alla
«discesa agli Inferi» di Carlo I. Secondo la traccia scritta
nel 1972 dopo lo scoppio della bomba la situazione in Italia si evolve
rapidamente: «la Chiesa e il Partito comunista non servono più.
A B non resta che fare del Petrolio l’ideale della propria vita».
72
Non trovando più A (Polis), B (Tetis) va a prendere il suo posto
in ufficio. Dei Mostri divoratori diffondono però una terribile
pestilenza che colpisce i fascisti e lo stesso B. Nell’episodio conclusivo
un angelo mandato dal Dio di Polis giunge nel palazzo del Petrolio durante
una riunione alla quale è presente anche il ministro delle Partecipazioni
Statali e guarisce tutti mettendo fine alla pestilenza: «Tutto procede
a gonfie vele […]. Decidono che tutto continui come prima». Il finale
del romanzo sembra quindi sancire quella caduta della tradizionale opposizione
politica tra Destra e Sinistra, quella formazione di un nuovo «blocco
politico»
73 che costituisce un tema
ricorrente nelle polemiche di Pasolini tra gli anni Sessanta e Settanta.
Con
Petrolio
giunge al limite estremo la poetica del frammento e
dell’incompiuto enunciata da Pasolini nella Divina Mimesis. La negazione
delle norme canoniche di ogni scrittura narrativa, a iniziare dall’incipit,
viene subito dichiarata dalla nota a piè di pagina dell’Appunto
1, intitolato
Antefatti
e lasciato intenzionalmente in bianco, con
tre righe di puntini di sospensione: «Questo romanzo non comincia».
Con ogni probabilità la medesima negazione si sarebbe riproposta
anche con il finale: ben difficilmente questo romanzo che non ha un inizio
avrebbe potuto avere una “conclusione”. Nella nota progettuale posta in
apertura del testo e incentrata sulla fictio
dell’edizione postuma
Pasolini sottolinea il «carattere frammentario dell’insieme del libro»:
TUTTO PETROLIO
(dalla seconda stesura) dovrà presentarsi sotto forma di
edizione
critica di un testo inedito (considerato opera monumentale, un Satyricon
moderno)
[…]. Per riempire poi le vaste lacune
del libro, e per informazione
del lettore, verrà adoperato un enorme quantitativo di documenti
storici che hanno attinenza coi fatti del libro: specialmente per quel
che riguarda la politica, e, ancor più, la storia dell’Eni […].
L’autore dell’edizione critica ‘riassumerà’ quindi, sulla base di
tali documenti […] lunghi brani di storia generale per legare tra loro
i ‘frammenti’ dell’opera ricostruita. Tali frammenti
saranno
disposti in paragrafi ordinati dal curatore. 74
Il testo si svolge attraverso
133 Appunti ordinati secondo la successione numerica, scritti fra il 1972
e il 1975. La numerazione è spesso irregolare e contraddittoria:
sono frequenti i salti e i vuoti, come pure i doppioni. C’è un vistoso
salto in particolare fra l’Appunto 84 e l’Appunto 97. Alcuni Appunti inoltre
sono disposti in serie nelle quali la numerazione è integrata da
lettere dell’alfabeto: il caso limite è la sezione Il Merda (Visione),
comprendente gli Appunti 71, 71a-z e 72a-g.
La rappresentazione allegorica del romanzo sembrerebbe chiudersi su una
visione apocalittica e negativa della realtà italiana. Nei primi
anni Settanta Pasolini ribadisce più volte di essere ormai privo
di ogni speranza. Proprio da questa caduta d’ogni speranza nel futuro sembra
però nascere una tensione intellettuale di tipo nuovo, espressione
dello sguardo distaccato e scettico, ma non per questo meno radicale con
cui Pasolini osserva le tumultuose trasformazioni della realtà.
È questo il nuovo atteggiamento che Pasolini sembra indicare nell’Appunto
84, Il gioco. La «scoperta del ‘nulla’» implica non
solo il proseguire dell’azione e dell’intervento, «ma anche la sensazione
esilarante che tutto ciò non sia che un gioco […]. Niente ritiro
dal mondo, quindi: anzi, partecipazione più fitta». L’«irrisione»
non può che riguardare l’intera realtà. Nell’epoca dell’omologazione
antropologica la realtà sociale non può più essere
divisa, secondo il vecchio schema ideologico-manicheo, in una parte che
segue l’evolversi del capitalismo e in un’altra che vi si oppone attraverso
la lotta di classe. La realtà ha ormai integrato queste due parti.
Lo «sguardo irridente» può però unire all’inevitabile
integrazione «la critica più radicale e rivoluzionaria»:
Cade […] nell’irrisione
ogni idea precostituita di futuro […]: L’idea della speranza nel futuro
diviene un’idea irresistibilmente comica. La lucidità che ne consegue
spoglia il mondo di fascino. Ma il ritorno ad esso è una forma di
nuova nascita: l’occhio luccica di ironia nel guardare le cose […]. 75
La rinuncia ad ogni speranza
sembra produrre, grazie al disimpegno dal futuro, una sorta di nuovo ‘impegno
scettico’ nel presente: un impegno a-ideologico, disincantato e radicale
insieme. L’Appunto 84 è corredato in nota da due citazioni di passi
dei Dialoghi dei morti di Luciano, il primo dei quali è riferito
all’esortazione al ridere delle cose terrene formulata da Diogene, il fondatore
della scuola cinica. Gli Appunti 98-103 sono intitolati L’Epochè,
con esibita ripresa del concetto chiave dello scetticismo greco, la sospensione
dell’assenso e del giudizio. 76 Il titolo
dell’Appunto 84,
Il gioco, richiama un tema ricorrente nelle opere
di Pasolini in questo periodo. Pasolini «scopre» il gioco.
77
Il gioco è uno dei motivi conduttori di Trasumanar e organizzar:
Pasolini «gioca al gioco contrario» 78
rispetto alle «nuove ortodossie» e alla «restaurazione
di sinistra», invoca il «Gioco». 79
Il gioco come espressione del rifiuto della realtà presente ritorna
anche nella
Trilogia della vita, particolarmente nel Decameron:
con questo film
non solo ho giocato, ma ho capito che il cinema è gioco […] gioco.
Ma giocando mi distinguo da una realtà che non mi piace più:
nel Decameron gioco una realtà che mi piace ancora ma che
nella storia non c’è più. 80
In un saggio pubblicato nel
1954 Gianfranco Contini si poneva, riguardo a Pasolini, un interrogativo
fondamentale: «Qual è la sua ideale cronologia? Il suo posto
è di profeta o di ritardatario?». 81
L’unica risposta che ancor oggi si può dare a quell’interrogativo,
credo, è una risposta che non lo risolve né può risolverlo.
Pasolini ha occupato entrambi i posti: la sua ideale cronologia si svolge
fra mito e storia, fra Preistoria e Dopostoria. Nell’epoca della relatività,
del villaggio globale, del postmoderno, d’altra parte, le tradizionali
categorie della filosofia della storia hanno subito una radicale trasformazione.
Con la teoria della relatività, fondata sul principio dell’unità
spazio-temporale, solo lo spazio-tempo possiede una realtà,
fondata sulla geometria non euclidea. Secondo McLuhan, com’è noto,
i nuovi mezzi di comunicazione di massa hanno prodotto il passaggio epocale
dalla modernità
alla contemporaneità, la quale
costituisce un ritorno a condizioni pre-moderne, a partire dalla
restaurazione della centralità della voce e del soggetto parlante
nella comunicazione telefonica. I nuovi media diventano una sorta
di nuovo «tamburo tribale». 82
Il villaggio globale postmoderno è stato analizzato da McLuhan
già in un’opera pubblicata nel 1968 e dal titolo estremamente significativo:
War
and Peace in the Global Village. An Inventory of some of the current spastic
situations that could be eliminated by more feedforward. 83
Il tema del villaggio globale è stato ripreso da McLuhan
nel famoso volume apparso postumo nel 1986: The Global Village. Transformations
in World life and Media in the 21st Century. 84
Una rete virtuale diviene una realtà globale e costruisce ogni giorno
nuovi miti e nuovi riti. La comunicazione via internet annulla di
fatto ogni distanza spazio-temporale. Gli atlanti intellettuali con cui
tracciamo le nostre mappe sul tempo vissuto, così come sulla storia
collettiva, vanno aggiornati ogni giorno. In questo quadro la memoria viene
a identificarsi, paradossalmente, con la capacità di pensare il
futuro. Il poeta del mito, colui che si è definito «una forza
del Passato» – ma che si è sempre proposto di essere «col
sentimento, al punto in cui il mondo si rinnova», fino al punto di
sentirsi «più moderno di ogni moderno» – può
essere quindi un buon compagno di strada nel nostro inquieto interrogarci
sul presente e sul futuro del villaggio globale..
______
NOTE
* Guido Santato, Dipartimento
di Italianistica, Università di Padova, Via Beato Pellegrino 1,
35137 Padova. E-mail: guido.santato@unipd.it
1
Le Degré zéro
de l’écriture, suivi de Nouveaux Essais critiques, Paris, Èditions
du Seuil, 1972, p. 12.
2 Pier Paolo Pasolini, Introduzione
a
Poesia
dialettale del Novecento, a cura di Pier Paolo Pasolini e Mario Dell’Arco,
Parma, Guanda, 1952, pp. CXVIII-CXIX. Molti anni dopo, in un testo raccolto
in Scritti corsari, il ricordo di Pasolini sarà ancora più
esplicito: «in realtà il friulano non lo sapevo. Lo ricordavo
parola per parola mentre inventavo quelle mie prime poesie» (Scritti
corsari, Milano, Garzanti, 1975, p. 147). Sull’argomento si vedano
le dichiarazioni di Pasolini in Empirismo eretico, Milano, Garzanti,
1972, pp. 62-63, e in Il sogno del centauro, a cura di Jean Duflot,
Prefazione di Gian Carlo Ferretti, Roma,
Editori Riuniti, 1983, p. 23. Per una presentazione
complessiva dell’opera di Pasolini e per l’approfondimento di alcuni temi
solo rapidamente accennati in questo studio mi permetto di rinviare al
mio lontano volume
Pier Paolo Pasolini. L’opera, Vicenza, Neri Pozza,
1980.
3 Cfr. Gianfranco Contini,
Dialetto
e poesia in Italia, «L’Approdo», aprile-giugno 1954, p.
13. «A Gianfranco Contini, con “amor de loinh”» è la
dedica che Pasolini pone in apertura del volume La meglio gioventù
(Firenze,
Sansoni, 1954), in cui presenta un’ampia scelta di poesie friulane già
edite insieme a numerose inedite. Il volume è aperto dalla citazione
dei primi tre versi della canzone
Nostalgia della Provenza di Peire
Vidal, che annuncia il carattere di ‘Provenza dello spirito’ di questo
Friuli poetico.
4
Al lettore nuovo,
introduzione a Pier Paolo Pasolini, Poesie, Milano, Garzanti, 1970,
p. 8.
5 Nel risvolto di copertina
Pasolini precisa che il romanzo viene presentato «debitamente tagliato,
restaurato, verniciato e incorniciato» (Pier Paolo Pasolini, Il
sogno di una cosa, Milano, Garzanti, 1962).
6 Sul testo di questa citazione
si può vedere il mio volume Pier Paolo Pasolini. L’opera,
cit., p. 97n.
7 Pier Paolo Pasolini, L’usignolo
della Chiesa Cattolica, Milano, Longanesi, 1958, pp. 147-148. Nell’Usignolo
della Chiesa Cattolica Pasolini ha raccolto e pubblicato, a distanza
di vari anni, la parte più significativa della poesia in lingua
del periodo friulano (1943-1949). Nei testi citati i corsivi non riferiti
a titoli di opere sono miei, salvo diversa indicazione.
8 Sull’argomento si veda
in particolare Fernando Bandini, Da Casarsa a Roma, in Pasolini:
cronaca giudiziaria, persecuzione, morte, a cura di Laura Betti, Milano,
Garzanti, 1977, pp. 40-46.
9 Così la definisce
Pasolini in una lettera inviata a Silvana Ottieri il 10 febbraio 1950:
cfr. Pier Paolo Pasolini, Lettere, a cura di Nico Naldini, Torino,
Einaudi, 1986, i, p. 390.
10 Pier Paolo Pasolini,
Roma
1950 - Diario, Milano, All’insegna del pesce d’oro, 1960, p. 35.
11 Pier Paolo Pasolini,
Le
ceneri di Gramsci, Milano, Garzanti, 1957, p. 89.
12 Ivi, pp. 21-24.
13 Ivi, p. 52.
14 Ivi, p. 77.
15 Ivi, p. 78.
16 Ivi, p. 84.
17 Ivi, pp. 107-108.
18 Ivi, p. 114.
19
La libertà
stilistica, in «Officina», n. 9-10, giugno 1957, poi in
Pier Paolo Pasolini, Passione e ideologia, Milano, Garzanti, 1960,
p. 491.
20
Le ceneri di Gramsci,
cit., p. 118.
21
Non ho campanile,
dice Pier Paolo Pasolini, intervista con Roberto De Monticelli, «Il
Giorno», 16 dicembre 1958.
22 Su «Officina»
si veda in particolare l’ampio Saggio introduttivo
posto da Gian
Carlo Ferretti in apertura dell’antologia della rivista da lui curata:
«Officina»
– Cultura, letteratura e politica negli anni cinquanta, Torino, Einaudi,
1975, pp. 3-123. L’antologia comprende tutti gli scritti di Pasolini pubblicati
in «Officina» tranne
Marxisants
(n. 2, Nuova serie,
maggio-giugno 1959).
23 Pier Paolo Pasolini,
La
religione del mio tempo, Milano, Garzanti, 1963, p. 169.
24 La sezione conclusiva
di La religione del mio tempo,
Poesie incivili
– cui appartengono
il Frammento alla morte e Il glicine – viene scritta nell’aprile
del 1960. Pochi mesi dopo Pasolini scrive la prefazione all’antologia Letteratura
negra. La Poesia, a cura da Mario De Andrade (Roma, Editori Riuniti,
1961), significativamente intitolata
La Resistenza negra (pubblicata
in sla ii, pp. 2344-2355).
25
La religione del mio
tempo, cit., pp. 176-177.
26 Ivi, pp. 175-177.
27 Ivi, pp. 178-179.
28 Pier Paolo Pasolini,
Poesia
in forma di rosa, Milano, Garzanti, 1964, p. 26. Questi versi vengono
riportati da Pasolini nella sceneggiatura di
La ricotta (episodio
di RoGoPaG, poi Laviamoci il cervello, 1963), dove vengono
letti proprio dal personaggio del regista mentre si sta preparando la scena
della crocifissione: cfr. La ricotta, in Pier Paolo Pasolini, Alì
dagli occhi azzurri, Milano, Garzanti, 1965, pp. 474-475 (nel film
il personaggio è interpretato da Orson Welles, doppiato da Giorgio
Bassani). La serie delle Poesie mondane
cui appartiene il brano
era apparsa per la prima volta, con il titolo di Le poesie di “Mamma
Roma”, in appendice alla sceneggiatura del film: cfr.
Mamma Roma,
Milano, Rizzoli, 1962, pp. 153-160.
29 Pier Paolo Pasolini,
Poesie
a Casarsa, Bologna, Libreria antiquaria Mario Landi, 1942, p. 10. Si
pensi inoltre a testi come i Ciants di un muart
(Canti di un
morto, in La meglio gioventù, cit., pp. 45-49) e, più
ancora, Il dì da la me muart (Il giorno della mia morte,
ivi, pp. 71-72). A questo tema si collegano le Crocifissioni dell’Usignolo
della Chiesa Cattolica, in cui Narciso celebra la liturgia della propria
morte di fanciullo in figura di Cristo crocifisso e il transfert erotico-estetico
assume la forma di un rito sacrilego (cfr. Pier Paolo Pasolini. L’opera,
cit., pp. 117-120). Si veda inoltre Coccodrillo, in P. P. Pasolini,
Il sogno del centauro, cit., pp. 173-181.
30
Poesia in forma di
rosa, cit., pp. 53-59.
31 Ivi, p. 62.
32 Ivi, p. 114 (corsivo
nel testo). Cfr. inoltre p. 195: «Così nella vigilia /della
Preistoria che a tutto ciò darà senso, / riprendo a Roma
le mie abitudini / di bestia ferita […]».
33 sps, p. 1566 («Voto
pci
per
contribuire a salvare il futuro», «L’Unità»,
20 aprile 1963, intervista rilasciata a Paolo Spriano). Pasolini dichiara
che lo stesso volume Poesia in forma di rosa avrebbe potuto «logicamente
intitolarsi La Nuova Preistoria» (ibidem).
34 sps, pp. 1572-1575 (intervista
rilasciata ad Alberto Arbasino).
35
Poesia in forma di
rosa, cit., p. 103.
36 Pasolini dedica Profezia
«A
Jean-Paul Sartre, che mi ha raccontato / la storia di Alì dagli
occhi azzurri». Nel volume Alì dagli occhi azzurri,
cit., Pasolini ha raccolto una serie di racconti, abbozzi, sceneggiature
e anche alcuni testi in versi (fra i quali Profezia) scritti fra
il 1950 e il 1965.
37
Poesia in forma di
rosa, cit., p. 103.
38 A conclusione del testo
con il quale accompagna il documentario Le mura di Sana’a Pasolini
rivolge il suo appello all’unesco «In nome della scandalosa forza
rivoluzionaria del passato» (pc II, p. 2110).
39
Poesia in forma di
rosa, cit., p. 159.
40 Ivi, p. 118.
41 Ivi, p. 133.
42 Ivi, p. 124.
43 Ivi, p. 155.
44 Cfr.
Per una «Nota
dell’editore», in Pier Paolo Pasolini,
La Divina Mimesis,
Torino, Einaudi, 1975, p. 61: «(egli è morto, ucciso a colpi
di bastone, a Palermo, l’anno scorso)». Nella nota Pasolini allude
alla sua ‘morte’ letteraria decretata dal Gruppo 63 nel convegno di Palermo.
45 Corsivo nel testo.
46
La Divina Mimesis,
cit., p. 57.
47 Pier Paolo Pasolini,
Affabulazione,
Pilade, Milano, Garzanti, 1977, p. 124. La prima stesura di Pilade
è stata pubblicata da Pasolini in «Nuovi Argomenti»,
n. s., 7-8, 1967, pp. 13-128. L’ideazione e la prima stesura di tutte le
sei tragedie scritte da Pasolini (Pilade,
Orgia,
Affabulazione,
Porcile, Calderon,
Bestia da stile) risalgono all’estate
del 1966.
48
Affabulazione,
Pilade,
cit., p. 136.
49 Ivi, p. 140 (corsivo
nel testo).
50 Ivi, p. 145.
51 Ivi, p. 152 (corsivo
nel testo).
52 Ivi, p. 228.
53 Ivi, p. 239.
54 Pier Paolo Pasolini,
Calderón,
Milano, Garzanti, 1973.
55 Pier Paolo Pasolini,
Trasumanar
e organizzar, Milano, Garzanti, 1971.
56 La serie dei rifacimenti
cinematografici di opere letterarie da parte di Pasolini viene inaugurata
dall’Edipo Re (1967). Fanno seguito Medea,
Il Decameron,
I
racconti di Canterbury,
Il Fiore delle Mille e una notte e
Salò
o le 120 giornate di Sodoma.
Edipo Re apre inoltre un ciclo
di opere che attingono il loro soggetto direttamente alla mitologia e alla
tragedia greca, cui appartengono la tragedia
Pilade, il film
Medea
e, in parte, il documentario Appunti per un’Orestiade africana.
Pasolini aveva pubblicato la sua traduzione dell’Orestiade
di Eschilo
già nel 1960 (Torino, Einaudi).
57 Pier Paolo Pasolini,
La
nuova gioventù, Torino, Einaudi, 1975.
58 Per Franco Fortini La
nuova gioventù è il «libro atroce di un ‘morto
vivente’» (I poeti del Novecento, Bari, Laterza, 1977, p.
188).
59 Pier Paolo Pasolini,
Scritti
corsari, cit., p. 134 (corsivi nel testo).
60 Pier Paolo Pasolini,
Tetis,
in Erotismo, eversione, merce, a cura di Vittorio Boarini, Bologna,
Cappelli, 1973, p. 102.
61 Cfr.
Abiura dalla
«Trilogia della vita», «Corriere della Sera»,
9 novembre 1975. Scritta, come risulta dal testo, il 15 giugno 1975, l’Abiura
è
stata pubblicata come introduzione a Pier Paolo Pasolini,
Trilogia della
vita. Il Decameron, I racconti di Canterbury, Il fiore delle Mille e una
notte, Bologna, Cappelli, 1975, e quindi in Pier Paolo Pasolini, Lettere
luterane, Torino, Einaudi, 1976, pp. 71-76.
62
Il sentimento della
storia (lettera a Carlo Lizzani), «Cinema nuovo», n. 205,
maggio 1970 (ora in sla II, p. 2820).
63
Tetis, in Erotismo,
eversione, merce, cit., p. 103.
64
Il mio ‘Accattone’
in Tv dopo il genocidio, «Corriere della Sera», 8 ottobre
1975, poi in Lettere luterane, cit., p. 155.
65 Si vedano i brevi riferimenti
al romanzo in gestazione contenuti nelle interviste rilasciate da Pasolini
a Carlotta Tagliarini («Il Mondo», 26 dicembre 1974), a Luisella
Re («Stampa Sera», 10 gennaio 1975) e a Lorenzo Mondo («La
Stampa», ancora il 10 gennaio 1975). Nell’intervista a Carlotta Tagliarini
Pasolini dichiara d’essere arrivato «a pagina 600» nella stesura
del romanzo.
66 Nelle indicazione dei
luoghi in cui il protagonista è nato e vissuto (contenute negli
Appunti 4, 5 e 6) non mancano alcune incongruenze, che Pasolini avrebbe
dovuto eliminare in una redazione definitiva del testo: si veda la Nota
filologica di Aurelio Roncaglia in Pier Paolo Pasolini,
Petrolio,
Torino, Einaudi, 1992, p. 573.
67
Petrolio, cit.,
p. 541.
68 I quattro Appunti dedicati
alle metamorfosi transessuali del protagonista (51, 58, 82, 127) sono definiti
«momenti basilari del poema» (cfr. ivi, pp. 194, 265, 394,
504-505). Il tema della metamorfosi, del trapasso incessante dell’io nell’altro
percorre in modo ossessivo il romanzo.
69 Questo tema viene affrontato
da Pasolini in forma di esplicita denuncia nell’articolo
Che cos’è
questo golpe?, pubblicato sul «Corriere della Sera» il
14 novembre 1974 e quindi riproposto in Scritti corsari
con il titolo
14
novembre 1974. Il romanzo delle stragi. In apertura dell’Appunto 103
il quarto degli anonimi «narratori » che si susseguono nel
corso della sezione L’Epochè (Appunti 98-103) dichiara che,
se ha ben capito, in tutte le «storie» che essi hanno raccontato
«si ripete sempre la stessa storia […] che potrebbe essere intitolata:
“Storia di un Colpo di Stato fallito”»: egli si accinge a raccontare
proprio questa storia (Petrolio, cit., p. 444).
70 Nella traccia del romanzo
stesa nel 1972 lo scoppio della bomba viene riferito dapprima alla Stazione
Termini, poi, con una variante annotata a margine e nell’interlinea, viene
spostato a quella di Bologna: cfr. Petrolio, cit., pp. 542 e 564;
cfr inoltre rr ii, p. 1999. Anche in due appunti non datati l’esplosione
della bomba si verifica alla Stazione di Bologna (cfr.
Petrolio,
cit. pp. 546-7). Nel testo del romanzo l’esplosione colpisce invece la
stazione di Torino; Carlo si reca a osservare le macerie della stazione
distrutta: cfr. ivi, pp. 472-477 (cfr. inoltre p. 398).
71 Pubblicato per la prima
volta in «Nuovi argomenti», ottobre-dicembre 1969. Da un’idea
di Pasolini è stato realizzato il film Dodici dicembre, diretto
e prodotto da Giovanni Bonfanti, soggetto e sceneggiatura dello stesso
Bonfanti e di Goffredo Fofi (1972). Si tratta in realtà di un’opera
collettiva: Pasolini ha diretto circa la metà del film. Si veda
l’intervista Le bombe secondo Pasolini, «Panorama»,
31 dicembre 1970 (ora in pc II, pp. 2987-2990).
72
Petrolio, cit.,
p. 542.
73 Cfr. ivi, pp. 118 e 458.
74 Ivi, pp. 3-4. A conferma
di questa costruzione frammentaria Pasolini sottolinea più volte
che il suo «non è un romanzo ‘a schidionata’, ma ‘a brulichio’»
(ivi, p. 97; cfr. inoltre pp. 117 e 418).
75 Ivi, p. 396 (cfr. inoltre
l’Appunto 133, L’irrisione (dal “Progetto”).
76 Si veda inoltre la nota
posta dopo l’Appunto 103a (Al posto dei racconti Zen), contenente
la traccia di «due storie sull’Epochè» (ivi,
p. 453).
77 Cfr.
Io e il Boccaccio,
intervista rilasciata a Dario Bellezza, «L’Espresso», 22 novembre
1970 (ora in sps, p. 1650).
78
Trasumanar e organizzar,
cit., p. 56.
79 Ivi, p. 154. Il tema
affiora anche nella Nuova gioventù, cit.: cfr., pp. 164 e
174.
80
Io e il Boccaccio,
sps, pp. 1650-1652.
81 Gianfranco Contini, Dialetto
e poesia in Italia, cit., p. 13.
82 Cfr. Marshall McLuhan,
Gli
strumenti del comunicare, trad. it., Milano, Garzanti, 1974, pp. 312-323.
83 Cfr. Marshall McLuhan,
Quentin Fiore,
Guerra e pace nel villaggio globale. Inventario di alcune
situazioni spastiche di oggi, che si potrebbero eliminare con una quantità
maggiore di “feedforward”, trad. it., Milano, Apogeo (Libri urra),
1995.
84 Cfr. MarshallMcLuhan,
Bruce R. Powers, Il villaggio globale.
XXI secolo:
trasformazioni nella vita e nei media,
trad. it., Milano, SugarCo, 1992, pp. 111-169.
* * *
Leggi anche la Presentazione
(in format pdf) del prof. Guido Santato dal primo numero di "Studi pasoliniani" (2007)
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