La saggistica

"Pagine corsare"
Saggistica

L'asimmetria di Pasolini
di Romano Luperini
in “CARTA”, 14/20 marzo 2002, anno IV, n. 10

Che cosa resta di Pasolini autore letterario? Non il narratore: dell'edificio di un suo possibile capolavoro, Petrolio, rimangono solo alcune travi maestre. Certo, rimane il poeta, ma non in modo netto, lampante: Pasolini non supera il livello di una decina di contemporanei che hanno esordito come lui negli anni Quaranta e Cinquanta, fra Fortini, Sereni e Zanzotto da un lato e Pagliarani e Sanguineti dall'altro. Resta invece il Pasolini corsaro e luterano, il Pasolini intellettuale e saggista che si muove al confine fra generi diversi, grandissimo critico letterario e grandissimo scrittore "moralista" e politico. Come è noto, il saggio nasce con Machiavelli: presuppone la dichiarazione di una verità non condivisa, sostenuta in modo provocatorio, per via metaforica e audacia stilistica non meno che per vigore argomentativo; e presuppone un intellettuale che si espone in quanto tale, compromettendosi di persona, forte solo delle proprie esperienze e delle proprie idee, e della propria capacità di dare voce alle une e alle altre, senza garanzia all'infuori del proprio ragionamento e del timbro della propria pronuncia. 

Fu questo elemento individuale - che, dalla seconda metà dell'Ottocento a oggi, implica anche l'esposizione del corpo e lo scandalo dell'esibizione - che distanziò subito Pasolini dagli intellettuali tradizionali che, fra gli anni Cinquanta e Settanta, parlavano ancora in nome di verità condivise, di partito o di schieramento. Esso fece parlare, allora, di "americanizzazione del dissenso". E in effetti Pasolini è stato anche una sorta di geniale Chomsky all'italiana. Se è sfuggito al double blind di cui parla Carla Benedetti, è perché ha rifiutato la logica di schieramento tipica delle avanguardie artistiche e politiche. Pasolini scrittore "moralista" e saggista non opta né per la letteratura né per la politica, bensì punta sulla letteraturizzazione della politica e sulla politicizzazione della letteratura. Porta nella saggistica politica l'imprevedibilità della parola indiretta e nella letteratura la immediatezza diretta della denuncia e dell'analisi. Ha perfettamente colto, descritto e criticato un passaggio di civiltà [il trionfo della "omologazione neocapitalistica", vale a dire della globalizzazione allora incipiente], facendo ricorso a categorie strabiche, "dilettantesche", provvisorie e spesso teoricamente deboli e tuttavia sempre spiazzanti e non omologabili. 

Con questi mezzi Pasolini sfugge sia alla razionalità reificata dei saperi istituzionali, sia all'irrazionalismo autobiografico e narcisistico [oggi molto di moda, magari all'ombra di un pasolinismo minore]. In realtà Pasolini da un lato inventa nuove metafore e dall'altro assume strumentalmente dalla linguistica e dalla sociologia correnti una rete di concetti già noti rielaborandoli in una costruzione originale e socialmente efficace. Non prescinde dalla cultura comune perché è convinto che la verità sia una costruzione sociale e non intende affatto rinunciare a convincere i propri interlocutori; e infatti porta introiettata nel suo stile la responsabilità d'ordine morale che deriva da tale persuasione. Ha combattuto una sua guerra - si direbbe oggi - "asimmetrica"; e l'ha vinta.

 

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INVITO ALLA LETTURA:
BRANI DI PIER PAOLO PASOLINI


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DA OTTOBRE 1998









 


L'asimmetria di Pasolini, di Romano Luperini

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