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Cinema Pasolini, un film per
la verità
È Marco Tullio Giordana. Ha scritto un film, non su Pasolini ma sulla morte di Pasolini, insieme agli ormai ' quasi mitici' Rulli e Petraglia. Ci ha lavorato insieme a loro per più di un anno. Un anno a studiare, leggere, rileggere: quel che ha scritto Pasolini, e quello che gli altri hanno scritto di lui, libri, giornali e atti processuali. Adesso, fra un mese o poco più, dovrebbe cominciare a girare. C' è un produttore, Claudio Bonivento: "Ho trovato in lui" dice Giordana senza vergognarsi di un sentimento abbastanza impopolare fra gli autori, ed è la gratitudine, "un produttore entusiasta del progetto, uno che non si è mai spaventato, sin dall' inizio, né del personaggio Pasolini, né dalla probabile durata del film superiore agli standard abituali, nè dalla lunghezza del lavoro preparatorio. Né si è lasciato bloccare dalla sua personale odissea produttiva, in quanto è riuscito a trovare finanziamenti per questo film in Francia, in Germania, in Inghilterra, e persino in America, mentre non ne ha ancora trovati in Italia: in ciò servendo involontariamente da specchio a questo nostro Paese in cui c' è l'assoluto rifiuto per l' intel- ligenza, e l' altrettanto assoluto disprezzo per lo spettatore cinematografico, che si pensa debba avere e volere unicamente l' evasione... Del resto proprio Pasolini lo dimostra: è considerato un tesoro dell' umanità in tutto il mondo, e da noi viene ancora vissuto come un personaggio ingombrante, 'un noioso' , come si dice da qualche tempo di qualsiasi cosa o persona che ci costringa per davvero a pensare". Il problema di trovare un attore che sia Pier Paolo Pasolini sullo schermo: "... Non è risolto: è difficilissimo. Perché Pasolini è troppo presente nella memoria di tutti, con quella sua voce speciale, quel suo viso tutto sommato così poco italiano... E così alla fine abbiamo deciso che Pasolini, sullo schermo, sarà proprio e soltanto lui: Pasolini, come risulta dai filmati e dai documenti... Il racconto sarà intervallato dalle sue apparizioni...". Nessuna tesi preconcetta. L' andamento del film: "È costruito un po' come il Salvatore Giuliano di Rosi: è un film corale con tantissimi personaggi che cercheremo di rispettare, portando alla luce tutti i punti di vista, e le ragioni di tutti. E la maggior parte delle testimonianze, ivi comprese quelle contro, saranno una dimostrazione per assurdo della grandezza di Pier Paolo Pasolini". La tesi del film: "Nessuna tesi preconcetta. Noi volevamo esporre tutte le tesi esistenti, per fornire allo spettatore la reale possibilità di scegliere e di decidere personalmente. Attentissimi a non forzare mai la mano". La domanda è: insomma, il contrario di quello che ha fatto Oliver Stone con il film sulla morte di Kennedy? La risposta: "...Il riferimento è piuttosto, come dicevo, a Salvatore Giuliano, fermo restando l'infinito rispetto e ammirazione per il film di Stone, ricco soprattutto di un linguaggio cinematografico straordinario." La sceneggiatura: "Si parte dalla morte: dall'affollarsi intorno a questa morte dell'intero nostro Paese... Non sarà un caso che nel corso degli incontri e delle lunghe interviste che abbiamo fatto alle persone coinvolte nel processo, ma anche a osservatori quasi totalmente esterni, tutti ci abbiano raccontato dov'erano e cosa facevano nel momento in cui apprendevano della morte di Pasolini: sensazioni e luoghi avevano resistito agli anni, e ritornavano a galla con una precisione di dettagli assoluta: è evidente che quella morte ha un significato di discrimine epocale... Abbiamo fatto nostra l'opinione dello stesso Pasolini, quando scriveva, in Empirismo eretico, ' la morte opera una rapida sintesi della vita passata, e la luce retroattiva che essa rimanda su tale vita ne trasceglie i punti essenziali, facendone degli atti mitici o morali, fuori dal tempo' . E abbiamo lavorato in questa direzione: abbiamo capito che il momento della morte, e il pathos che ha creato nel Paese, misto di ammirazione e volontà di linciaggio, di adorazione e di presa di distanza, doveva essere il punto di partenza del nostro racconto". Il film e gli atti processuali,
ivi comprese le successive sentenze che incolpavano e discolpavano il Pelosi
ed eventuali complici: "...Curioso: il processo di primo grado accertò
che Pelosi aveva "agito in concorso con ignoti", lui fu riconosciuto "immaturo",
e gli fu comminato il minimo della pena, consistente in nove anni, sette
mesi e dieci giorni. E il dispositivo della sentenza conteneva evidentemente
un avviso di reato in base al quale si doveva procedere ad accertare chi
fossero gli "ignoti" chiamati in causa. Invece poi successe che la Procura
generale impugnò la sentenza proprio nella dicitura "in concorso con ignoti",
anziché impugnare la cosa davvero più azzardata di quella prima sentenza,
ed era quella dichiarazione sulla"immaturità" del Pelosi: è stato un
po' come se lo Stato volesse in qualche modo tutelare questi "ignoti",
proteggerli. Tant' è che, dopo, non fu più fatta nessuna indagine in
quella direzione, e dire che di piste, da seguire, ce n'erano, e tante:
almeno una decina di indizi che dimostravano in maniera imponente la presenza
di più persone a quell'orrendo omicidio. Ma in appello scomparvero anche
gli indizi, non foss'altro nel senso che anziché essere esaminati accorpati,
furono separati, e, visto uno ad uno, nessuno era di per sé probante...
Insomma, se Pelosi, come ha deciso la sentenza di appello, ha agito da
solo, doveva cadere la ragione per la quale il primo tribunale lo aveva
dichiarato "immaturo", e gli aveva comminato il minimo della pena. Non
è andata così: la sentenza di appello ha eliminato gli ignoti, e ha conservato
per Pelosi la stessa pena da "immaturo"... Oggi è quanto mai impopolare
muovere obiezioni alla magistratura, però bisogna avere il coraggio di
tornare indietro, a vent'anni fa, e riesaminare gli insabbiamenti dell'
epoca, anche in quella zona". Il film potrà servire a riaprire il processo?
Cominciamo col dire che Pelosi ha comunque pagato il suo debito, forse anche al di là di quello che avrebbe pagato se la sua vittima non fosse stata così illustre. Personalmente aggiungo anche che io provo una profonda pietà per questo ragazzo, perché penso che abbia avuto una responsabilità addirittura marginale in quello che è successo" dice Giordana "e la prova di quello che dico sta nel fatto che si mostrò, dopo il delitto, che le immagini ci hanno mostrato mostruoso per violenza distruttrice nei confronti del corpo di Pasolini, senza uno strappo sul pullover, con una sola macchiolina di sangue sul polso della camicia, dalla quale mancava un unico bottone". E alla domanda su chi darà
volto e credibilità a Pelosi sullo schermo, la risposta è: "Stiamo ancora
cercando un ragazzo di diciassette anni, sconosciuto, e capace di restituire
una psicologia che non è di oggi ma di un Paese, il nostro, e il suo sottoproletariato,
di diciotto anni fa... Il cinema è particolarmente difficile da questo
punto di vista: è come una radiografia, che mostra, attraverso un volto,
quello che pensa, e che magari compra, o vorrebbe comprare
Giordana: storia di
una passione
Racconta, Giordana: "Non ho mai conosciuto Pasolini, e credo che proprio questo mi abbia dato più forza rispetto al mio film e al mio libro su di lui. Parlavo di questo con Bernardo Bertolucci che, come tutti sanno, ha molto lavorato con Pier Paolo Pasolini: lui mi diceva che gli sarebbe piaciuto fare qualcosa su un uomo, un poeta e un autore di cinema che è stato suo maestro ed amico, una persona che lui ha molto amato, e mi confidava di non esserci riuscito, per eccesso di coinvolgimento... Forse è giusto che lo faccia adesso qualcuno come me, uno che abbia, come io ho, un grande debito culturale, politico e morale nei confronti di Pasolini, e un debito affettivo che però è soprattutto conseguente agli altri tre: e nonostante tutto parlare e scrivere di lui, mi mette in una soggezione terribile". Ricorda ancora il regista
di "Maledetti vi amerò", che già in quel suo primo film, quattordici
anni fa, aveva messo in scena una sua passione anche edipica nei confronti
dell' autore delle "Ceneri di Gramsci": "Quando Pasolini è stato ucciso,
io avevo venticinque anni: era stato una figura formativa della mia adolescenza,
l'avevo sempre considerato un 'maestro' secondo una accezione che oggi
purtroppo non usa più. Così mi è venuto subito naturale mettermi, nei
suoi confronti, nella posizione dell'allievo che ascolta: è la posizione
che conservo a tutt'oggi, nel fare questo film su di lui e sulla sua morte".
Sui due schermi affiancati di due Macintosh "specializzati in cinema" sui
quali il film viene montato da una bravissima e rapida Cecilia (Zanuso),
con il bianco e nero dei documenti d'epoca (ecco Moravia, accorso all'
Idroscalo, che dice la famosa frase che allora parve persino riduttiva,
"è morto un poeta, e, di poeti, ce ne sono pochi: ne nascono due o tre
ogni secolo...") che si succede, si alterna, si sovrappone, e qua e là
persino si stempera nei colori del girato delle dieci settimane della lavorazione
del film appena concluse, l'assassino di Pasolini ha i ricci, lo sguardo
ambiguo e innocente del vero Pino Pelosi. Ma ad interpretarlo è un ragazzo
scoperto in un bar di periferia, a Roma, dal-
Dicevamo che Pasolini. Un delitto italiano si propone di riaprire il caso della morte di Pasolini, troppo presto archiviata come responsabilità di uno solo: quel Pelosi, che peraltro, in proposito, ha già scontato la sua condanna. "E, quando il film sarà in sala, io mi aspetto di essere convocato dal magistrato: anzi, ne sono certo...": è Marco Tullio Giordana che parla, presentando il suo film, del quale già si è detto e scritto che riapre l'ipotesi, troppo presto rimossa dai magistrati, dell'omicidio di gruppo. Ancora Giordana: "È un film che cerca di dar voce ai tanti e diversissimi sentimenti che Pasolini ha suscitato, e non sono solo di ammirazione, c'erano anche l'ostilità e la violenza: la scommessa del film è di raccontare il suo protagonista persino attraverso la voce dei suoi accusatori". Le basteranno le due ore canoniche per tutto questo che lei vuol dire nel suo film? "Mi devono bastare: non voglio che il film abbia una durata superiore. Con un protagonista come Pier Paolo Pasolini, io non voglio annoiare, ma anzi affascinare la gente. Così come faceva lui, che non ha mai conquistato il suo pubblico mettendolo in soggezione". Per stringere tutto nelle due ore di un film, lei avrà dovuto fare delle scelte: quali? "Io ho messo una particolare cura nel restituire immagini a un'Italia, quella del '75, che non c'è più: il mio, oltre che su Pasolini e la sua morte, è un film persino antropologico, sui visi, i corpi, i linguaggi di un'Italia scomparsa, cancellata dalla televisione". Nell' enormità del materiale, dei temi e degli spunti per un film sulla morte, ma anche sulla vita di Pier Paolo Pasolini, qual è stato il criterio che lei ha adottato per scegliere e scartare? Qual è stata la stella polare da cui si è fatto guidare? "Nel selezionare la parte documentaristica, ho privilegiato il Pasolini ' solare' , allegro, innamorato della vita: quello della 'disperata vitalità' . Ho scelto, al posto del Pasolini solito - solitudine, ambienti chiusi e occhiali neri - il Pasolini meno frequente del rapporto con gli altri, con la natura, con gli amici, con il gioco... Ho ricostruito la casa dove Pasolini viveva, con l' aiuto e la collaborazione di Graziella Chiarcossi, che mi ha prestato i mobili veri della sua casa vera: e ancora la ringrazio. Anche la macchina da scrivere che si vede nel film, è quella autentica che usava Pier Paolo Pasolini: forse al pubblico potrà non interessare, a me però tutto questo ha dato un' energia in più, nel girare questo film...". In qualche modo questo film si mette sulle orme del "JFK" di Stone; come quest' ultimo, parte da un omicidio, cercando di riscostruire la verità di quell'omicidio troppo presto giudicato "risolto"; come il film di Stone, punta sul montaggio, insieme, di materiale documentario e di finzione. Il suo Pasolini avrà qualche parentela con il film di Stone? "Premesso che si tratta di due omicidi che non mi sembra abbiano grandi parentele tra di loro, è vero che i due film avranno un linguaggio comune, ed è quello dell' estrema libertà che tutti e due hanno, nello accostare le immagini della realtà documentaristica a quelle della finzione cinematografica... Posso anche aggiungere che da questo punto di vista, forse sono anche un po' debitore di Stone: mi ha dato una maggiore sicurezza nell'affontare questo lavoro di collage". Mentre lei si batteva nei
tre anni di preparazione di questo film per dare alla luce il suo Pasolini,
è uscito il "Caro Diario" di Nanni Moretti, che l' ha in qualche modo
preceduto nel raccontare al mondo intero il secondo omicidio compiuto su
Pasolini, ed è lo squallore di quella tomba
L' appuntamento sugli schermi italiani (e quelli del Festival di Cannes?) è fra tre o quattro mesi. Per adesso, ci sono immagini, forti e composte, la musica, che sarà forse quella, straordinaria, di Geoffrey Oryema. E, dietro alla musica e alle immagini, ad ordinarle, sceglierle, al fine di dar vita a una storia chiusa e composta, c'è il sentimento, forte, di Marco Tullio Giordana: "È anche un film che racconta chi fossero le persone più feroci, anche dal punto di vista della violenza fisica, nei confronti di Pasolini: e furono i fascisti, che lo picchiarono più di una volta. Adesso quegli stessi fascisti sono al governo, anzi, al sottogoverno. Spero che questo film sia un album di famiglia di quello che è stato il neofascismo in Italia, tanto da aiutare a far capire anche il post-neofascismo di oggi...". Giordana: lei dice di aver fatto un film per Pasolini, e persino per l'Italia. E per sé? "Pazienza se qualcuno mi troverà ridicolo. Ma io non posso, davvero non posso dissociare la mia fortuna personale da quella della mia patria nel senso pasoliniano di questo termine. E scriva proprio così, mi raccomando: ' patria' ..."
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"la Repubblica", 20 febbraio 1993 |