"Pagine
corsare"
Saggistica
La Grecia barbarica
di Pier Paolo Pasolini
di Massimo Fusillo
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Pochi artisti si sono espressi
in una gamma così ampia di linguaggi come Pasolini: dalla poesia al teatro,
dal romanzo al film, dalla sceneggiatura alla pittura, affiancandovi inoltre
una intensa attività critica e teorica. Questo eclettismo ossessivo e
questa tendenza alla contaminazione svelano comunque un tratto più profondo:
il desiderio edipico di violare i codici, con una carica vitale che ricorda
le avanguardie storiche da lui tanto amate (mentre non amava le avanguardie
tecnologiche degli anni Sessanta). Il passare da un linguaggio all'altro
non esclude affatto la presenza di alcune costanti tematiche, che ricoprono
spesso tutto l'arco della sua attività multiforme: potremmo dire, per
usare una parola cara a Pasolini, di alcune
«ossessioni». Il mito
antico e la tragedia greca appartengono senz’altro a queste ossessioni:
le opere direttamente ispirate dalla grecità ricoprono tutto il decennio
più fecondo di Pasolini, dal 1960, anno in cui appare la traduzione dell'Orestea
di Eschilo, al 1970, anno in cui esce il film Medea (tenendo conto
degli inediti e delle opere incompiute l'arco si allarga in entrambi i
sensi).
Fra le Poesie mondane
incluse nella raccolta Poesia in forma di rosa compare uno dei brani
pasoliniani più citati e anche autocitati (sulle colonne di «Vie Nuove»
e poi nella
Ricotta per bocca del regista impersonato da Orson Welles):
Io sono una forza
del Passato.
Solo nella tradizione è
il mio amore.
Vengo dai ruderi, dalle
chiese,
dalle pale d'altare, dai
borghi
abbandonati sugli Appennini
o le Prealpi,
dove sono vissuti i fratelli.
Tutta l'opera pasoliniana si
può facilmente schematizzare in una serie di opposizioni binarie, che
ruotano intorno ad un'opposizione primaria, biografica: quella cioè tra
il mondo (amato) della madre, e il mondo (odiato) del padre. Il Passato
esaltato in questi versi si può allineare quindi sull'asse materno assieme
al mito, al Friuli contadino, al sottoproletariato urbano, al Terzo Mondo,
e in genere a tutta la sfera emotiva, viscerale, corporea, prerazionale
e prelinguistica; mentre sull'asse paterno si possono allineare il presente
neocapitalistico, l'illuminismo, la borghesia, la civiltà industriale.
Da un lato il mondo di Edipo e degli oppressi, oggetto primario del suo
eros, e dall'altro il mondo oppressivo di Laio, contro il quale Pasolini
si comportò fino alla morte come «sfidatore e lottatore» (così secondo
le parole con cui Gianfranco Contini concluse una toccante testimonianza
umana). Lo stesso contrasto che si crea, per passare dal mito greco al
mondo cristiano, fra il Cristo umano e diverso e il Dio autoritario e oppressivo.
Ho detto per l'appunto «schematizzare»: sarebbe infatti assolutamente
riduttivo contrapporre il polo positivo della maternità e quello negativo
della paternità in una sorta di visione manichea. In ogni testo artistico
interagiscono continuamente istanze contraddittorie, forze della repressione
e forze del represso per dirla in termini freudiani. Ciò è particolarmente
vero in un artista che ha elevato la contraddizione a cifra idiosincratica,
rivendicandone il diritto contro ogni dogma ideologico; basta rileggere
i famosi versi delle Ceneri di Gramsci: «Lo scandalo del contraddirmi,
dell'essere / con te e contro te; con te nel cuore / in luce, contro te
nelle buie viscere», dove le «buie viscere» sono una ovvia figura della
maternità, come è altrettanto ovvio che il «cuore» e la «luce» ottengono
un pari rilievo. In tutta l'opera pasoliniana, soprattutto nell'ultima
fase, la paternità gioca infatti un ruolo complesso, assai variegato,
per nulla riducibile all'oggetto di una libido parricida; allo stesso modo,
Pasolini non abbandonò mai i modelli di lettura razionale del mondo appresi
dalla psicanalisi freudiana e dal marxismo, anche nei periodi più 'regressivi',
anche quando inseguiva le religioni misteriche, le alchimie
junghiane. La stessa ambivalenza
la si ritrova anche nei confronti dell'origine borghese e perfino della
tanto odiata civiltà industriale. È insomma una continua polarità fra
corpo e storia, fra caos e istituzioni, fra carne e potere, per usare una
serie di termini pasoliniani: polarità presente in tante poesie (ad esempio
ne Il glicine), e poi radicalizzata nel romanzo-summa rimasto incompiuto,
Petrolio,
cupo e negativo come gli ultimi film (Porcile,
Salò): opere
che ritraggono ogni forma di società come una violenza perversa.
Una polarità di questo genere
anima anche il rapporto con il mondo greco, che oscilla tra una lettura
viscerale e barbarica (senz'altro dominante) e una lettura ideologica e
didascalica: due poli che corrispondono grosso modo ai due media con cui
Pasolini ha riscritto i modelli greci, il cinema e il teatro.
Il primo approccio di Pasolini
al dramma greco (la traduzione dell'Orestea) coincide più o meno
con un momento capitale del suo itinerario creativo: la conversione al
cinema. Si tratta di una coincidenza fortuita (la traduzione gli fu commissionata
da Vittorio Gassman per uno spettacolo a Siracusa), ma possiamo attribuirvi
comunque un valore quasi simbolico: nel cinema Pasolini trovò infatti
la sua idea di linguaggio del mito e del sacro. Il passaggio all'attività
di regista cinematografico, che rappresentò un momento di rottura con
il purismo umanistico della società letteraria italiana, coincide anche
con una svolta nell’attività di poeta: Pasolini abbandona il suo espressionismo
in favore di uno diarismo spoglio; come nota Walter Siti, il cinema rappresenta
per lui una forma esasperata di espressionismo, una violenza più diretta
al reale. Nel Poeta delle ceneri, una sorta di autointervista in
versi, Pasolini risponde alla domanda
inevitabile «Perché sono
passato dalla letteratura al cinema» elencando prima una serie di risposte
parziali e insufficienti - cambiare tecnica per dire la stessa cosa, o
usare una nuova tecnica per dire cose nuove - e aggiunge poi di aver capito
solo in seguito che si trattava non di una semplice tecnica letteraria,
ma di un'altra lingua, e quindi di una nuova «esperienza filosofica».
In realtà sono tutte motivazioni concomitanti, che corrispondono a diverse
fasi e a diverse componenti dell'universo pasoliniano. Non c'è dubbio
che all'inizio il cinema fu soprattutto un mezzo per trascrivere con una
tecnica nuova il mondo dei romanzi: Accattone è
molto vicino a Ragazzi
di vita (e meno edificante di Una vita violenta). Subentra poi
l'insoddisfazione per la realtà italiana degli anni Sessanta e per la
sua modernizzazione selvaggia: in un articolo giornalistico del 1974, poi
ripubblicato negli Scritti corsari con il titolo Limitatezza
della storia e immensità del mondo contadino, Pasolini dichiara di
non rimpiangere - come invece lo si accusava - l'Italietta piccolo borghese,
fascista e democristiana, che lo ha perseguitato per due decenni; oggetto
del suo rimpianto è invece l’«illimitato mondo contadino prenazionale
e preindustriale, sopravvissuto fino a solo pochi anni fa». In quanto
arte transnazionale, il cinema rappresentò appunto un modo per evadere
dall'Italia ormai irriconoscibile, e per ritrovare il suo mondo contadino
perduto nei paesi del Terzo Mondo, soprattutto nell'Africa vissuta come
«unica alternativa». Esiste infine una motivazione meno contingente,
espressa da una serie di scritti teorici che vedono nel cinema, con ingenua
provocazione, «la lingua
scritta della Realtà». Con il dialetto friulano nelle prime liriche,
e poi con quello romanesco nei romanzi, Pasolini aveva già cercato di
liberarsi dalla prigione simbolica del linguaggio verbale, dalla sua asfittica
convenzionalità, per cercare una fisicità della parola. Nell'esperienza
del cinema confluisce quindi la sua sfiducia nel logos, la ricerca dell'immediato,
del primitivo, del primigenio, che corrisponde, a livello psichico, alla
nostalgia della simbiosi con il corpo della madre. Nei saggi di Empirismo
eretico leggiamo: «Il mondo non sembra essere per me che un insieme
di padri e di madri, verso cui ho un trasporto totale, fatto di rispetto
venerante, e di bisogno di violare tale rispetto venerante attraverso dissacrazioni
anche violente e scandalose». La realtà è dunque per Pasolini qualcosa
di sacro, di ontologicamente poetico, che in quanto tale gli suscita un
desiderio di possesso totale; ma nello stesso tempo è anche la realtà
che lo ha escluso in quanto omosessuale: la violazione dei codici non è
quindi che un'affermazione della propria diversità (o una maniera per
esorcizzarla). Il cinema offre la possibilità preziosa di rispondere a
queste due esigenze solo apparentemente contraddittorie: grazie alla sua
immediatezza, permette un possesso del reale nel suo carattere di infinito;
essendo poi un'arte giovane e poco codificata, concede una libertà stilistica
quasi assoluta.
Per Pasolini il cinema è un'arte
irregolare, onirica, barbarica, pregrammaticale, corporea: insomma un'arte
in cui si esprime al massimo grado la sua tendenza regressiva verso lo
stadio infantile, prima del complesso di Edipo, cioè prima dell’obbligo
di conoscere, verso un eden
fuori della storia. Un mondo
che non può che avere i caratteri del sogno, come nel finale del Decameron
(«perché realizzare un'opera quando è così bello sognarla soltanto?").
Dopo la crisi dell'impegno marxista, nel cinema trova dunque espressione
una sfiducia crescente nel logos, e una passione altrettanto crescente
per i linguaggi non verbali, per il gesto, per il rito, unita alla vecchia
«folgorazione figurativa» dovuta a Roberto Longhi (il critico d’arte
a cui è dedicato Mamma Roma).
Tutto ciò vale ovviamente
di più per un cinema che si liberi dalla convenzionalità narrativa; in
proposito Pasolini cita spesso una serie di classici: Dreyer, Mizogouchi,
Chaplin, Rossellini, su cui modella uno stile di ripresa tutto peculiare,
che si distanzia sia dalla grande stagione
neorealistica, sia dal grande
modello postneorealista, Fellini, considerato troppo artificioso, sia infine
dalla ricerca contemporanea di Antonioni e della nouvelle vague,
da lui stesso codificata come «cinema di poesia» e con cui i contatti
erano certo consistenti, ma che in ultima analisi gli sembrava cristallizzarsi
in un nuovo codice della trasgressione. A tutto ciò contrapponeva un cinema
apertamente primitivo e povero, basato sulla fissità ieratica dei primi
piani, sull'impianto figurativo delle inquadrature frontali, sull'uso insistito
di campi e controcampi, sull'assenza di movimenti di quinta, sulle lunghe
panoramiche, sul procedere per frammenti, sul predominio di immagini semisoggettive,
e soprattutto - come novità più dirompenti, anche se ereditate dal neorealismo
- sull'uso di attori non professionisti e sul rifiuto della ricostruzione
nel set, in favore della ripresa in luoghi esotici. Un cinema che oscilla
quindi fra una tendenza onirica - talvolta più programmatica che reale
- e una tendenza documentaria («un film o è un sogno o è un documento»,
secondo la suggestiva espressione di Ingmar Bergman): tra il recupero di
una visione arcaica e la fascinazione feticistica dei corpi e dei luoghi,
o, meglio, del corpo come luogo di passione, come fondamento di una nuova
estetica. L'arte più tecnologica doveva servire dunque all'espressione
del mito e del sacro.
Proprio un cinema così inteso
era la forma più adatta per una rilettura della tragedia greca, fortemente
innovativa sia rispetto ai cliché classicistici che dominavano ancora
la cultura italiana degli anni Sessanta, sia rispetto alle trasposizioni
sullo schermo del teatro non solo greco, in genere verbose e letterarie
(come i pur apprezzabili film di Cacoyannis, o l'Oedipus the King
di Philippe Saville uscito nello stesso anno dell'Edipo re), mentre
i film pasoliniani sono prevalentemente visivi e assolutamente antiletterari.
O meglio: sviluppano una drammaturgia originale, che riscrive liberamente
quella dei modelli greci e in cui la parola non gioca un ruolo dominante,
ma coopera con tutti gli altri codici: suono, immagine, gesto, musica,
costumi, riducendo quindi il ruolo del logos in favore di una poetica barbarica.
«Grecia barbarica» è certo un ossimoro, che sarebbe risultato incomprensibile
a un greco della classicità, per il quale tutto ciò che non era greco
era automaticamente barbaro (una parola che suggeriva per onomatopea il
balbettio di lingue incomprensibili). Ma la Grecia secondo Pasolini è
una Grecia barbarica perché rifiuta ogni idealizzazione neoclassica: ogni
immagine di olimpica freddezza e di equilibrio razionale. Una visione barbarica
dell'antico si era già propagata nella cultura europea grazie all'influsso
di Nietzsche (Hofmannsthal-Strauss, Hauptmann, e vari altri); più però
che a questo filone, Pasolini si ispira invece apertamente a
due scienze che frequentò
molto negli anni Sessanta, e che presero sempre più il posto di Marx (mai
comunque rinnegato): l'antropologia e la psicanalisi. Pasolini enunciava
con passione la propria poetica barbarica: «La parola barbarie - lo confesso
- è la parola al mondo che amo di più». C'è senz'altro un sostrato
romantico e decadente in questa esaltazione della
barbarie, come anche nell'illusione
di possedere la realtà al di là dei codici grazie al mezzo cinematografico.
Oltre all'amato Rimbaud, gioca un ruolo incisivo la figura di Pascoli,
con la sua regressione ossessiva verso lo stadio infantile, e forse anche
il vitalismo di D'Annunzio, poeta invece tanto detestato. Ma si tratta
per l'appunto di un sostrato, ampiamente rielaborato in una chiave per
nulla decadente e irrazionalistica. Pasolini non giunge mai alla celebrazione
anarcoide di un desiderio illimitato, di una visceralità senza freni,
ma è attratto piuttosto da tutto ciò che rientra, per citare un famoso
titolo di Freud, nel «disagio della civiltà». I valori della razionalità
e della storia non sono mai abbandonati del tutto; ma, a partire da Le
ceneri di Gramsci e ancor più, da Uccellacci e uccellini, geniale
apologo sulla crisi dell'ideologia, il suo interesse si concentra sempre
più su tutto ciò che si pone al di fuori di questi valori: sul sogno,
sul mito, sul sacro, sull'eros fuori dalle norme. La sua identificazione
poetica si orienta perciò verso i fenomeni regressivi che negano il principio
di realtà, che rifiutano il contratto sociale, che si pongono fuori dalla
temporalità lineare del progresso: fenomeni che la letteratura e l'arte
hanno sempre privilegiato. Ma è un'identificazione controllata: la barbarie
va sempre e comunque integrata nella dinamica sociale, secondo una metafora-guida
tratta da Eschilo, la trasformazione delle Erinni in Eumenidi, vista come
sublimazione della furia ossessiva. Il nemico per eccellenza è il razionalismo
pseudoilluminista della società neocapitalista, che si illude di poter
rimuovere per sempre questi fenomeni imprescindibili dell'esperienza umana.
La stessa metafora è utilizzata comunque anche per la critica al marxismo
ortodosso: nei dialoghi con i lettori del settimanale comunista «Vie nuove»
Pasolini cita appunto l'Orestea per sottolineare come la Russia
abbia conosciuto l'intervento razionale di Atena, ma non abbia ancora trasformato
le Erinni, non abbia cioè ancora sublimato l'elemento irrazionale (questi
temi proromperanno poi nella polemica con la sinistra non solo italiana
sul Vangelo secondo Matteo). Bisogna infatti ricordare che la cerchia
di intellettuali di cui Pasolini era un protagonista attivo (Moravia ma
assai più Elsa Morante) ha svolto un ruolo di continuo stimolo e di provocazione
rispetto ai dogmi del marxismo ufficiale: basta pensare alla recensione
di Pasolini al Mondo salvato dai ragazzini, considerato un possibile
manifesto della nuova sinistra. Questo tipo di rapporto con l'«irrazionale»
viene splendidamente evocato nella Lettera aperta a Silvana Mangano
del 1968, servendosi di una metafora greca, Dioniso e le Baccanti, un mito
alla base del film Teorema dello stesso anno: chi ha conosciuto
la grazia, la dolcezza, ma anche l'orrore e la violenza di questo dio della
libertà e del mutamento non può che vivere isolato, rifiutando il buon
senso della maggioranza, chiuso o nella nevrotica rinuncia (così
Silvana Mangano) o nel nevrotico
impegno (così Pasolini).
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