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Saggistica La Grecia barbarica
Come in molte rielaborazioni del Novecento (Hofmannsthal, Cocteau, Berkoff), Edipo non è più l’eroe razionale di Sofocle, famoso per aver risolto l’enigma della Sfinge (che in questo film è eliminato), ma è un giovane incosciente, in preda a pulsioni violente, e che si affida al caso. Con Medea (1970) si
passa dal piano ontogenetico della persona al piano filogenetico della
storia culturale: tutto costruito in forma bipolare, dall’incipit con
il sacrificio umano officiato da Medea in un silenzio sacrale alla vendetta
della protagonista narrata due volte, prima in forma onirica e poi reale,
il film esalta il mondo arcaico come un mondo dotato di una sua diversa
temporalità, di un suo pensiero peculiare; un mondo che viene violato
dall'aggressione colonialista di Giasone, dettata da un cinico pragmatismo.
Per opera di un violento eros fisico Medea perde così il legame profondo
con il suo ambiente magico: come in Teorema, il sesso è il sostituto
della sacralità. La problematica colonialista costituisce ancor più il
centro degli Appunti per un'Orestiade africana, film-documentario
di enorme fascino visivo, in cui Pasolini cerca un’ultima volta in Africa
quella sintesi fra cultura arcaica magico-sacrale e cultura moderna e razionale
simboleggiata nella trasformazione della Erinni in Eumenidi che chiude
Ad una tematica barbarica
corrisponde un'ambientazione barbarica, con piena solidarietà tra forma
dell'espressione e forma del contenuto. I film di Pasolini sono quanto
di più lontano si possa immaginare dalla ricostruzione archeologica (che,
nel caso di soggetti antichi, scade quasi inevitabilmente nel kitsch):
alla solarità accecante del Marocco (dove è girata la parte mitica dell'Edipo
re), alle architetture arcaiche in pietra della Cappadocia (la Colchide
di Medea), ai bastioni di una città siriaca, Alep (Corinto in Medea,
contaminata con la piazza dei Miracoli di Pisa) sono associati costumi
in cui si incrociano svariate culture arcaiche, e musiche provenienti per
lo più da aree non occidentali (africane, tibetane, giapponesi, rumene);
Con le armi della contaminazione
e del pastiche Pasolini vuole dunque ricreare il linguaggio atemporale
del mito, un linguaggio primario in cui si inscrive quella civiltà contadina
«illimitata» e «transnazionale» oggetto del suo amore più antico.
Questo rapporto tra il mito greco e il mondo contadino ruota principalmente
intorno al concetto di ciclicità. Sia Edipo re che Medea
(in parte anche il dramma Affabulazione ) sono caratterizzati da
un forte senso ciclico: «la vita finisce dove comincia», come suona l'ultima
battuta pronunciata da Edipo. Negli Scritti corsari Pasolini teorizza
più volte la ciclicità del mondo contadino, che ha assorbito e vanificato
la
Quest'immagine prerazionale, barbarica, atemporale (o meglio ciclica), della Grecia non è comunque l'unica che ci trasmetta Pasolini. Nello stesso periodo in cui concepisce la prima trasposizione cinematografica del più celebre dramma greco, si dedica anche alla stesura di sei tragedie, accompagnate da uno scritto programmatico, il Manifesto per un nuovo teatro (1968). Pasolini stesso ha raccontato la genesi atipica di queste opere teatrali: nel 1966, costretto a restare a letto per due mesi di fila da una violenta ulcera, ne compose di getto la prima versione, stimolato fra l'altro dalla lettura dei dialoghi di Platone. Una lettura che ha certo lasciato la sua impronta su questi testi dal chiaro impianto ideologico: le tesi mai perentorie si costruiscono per gradi, nell'interazione dei dialoghi. Il teatro di Pasolini è infatti un teatro di parola, che si scaglia tanto contro l'accademismo vuoto della scena tradizionale quanto contro l'avanguardia dell'«Urlo e del Gesto». Il modello di questo Nuovo Teatro è proprio il teatro greco, imitato non solo nella struttura a episodi, ma anche e soprattutto nell'idea base di rito sociale, di assemblea civile. A questo punto si potrebbe
scorgere una contraddizione fra la visione della Grecia proposta dal cinema
pasoliniano, 'prerazionale' e dominata dai linguaggi non verbali, e quella
proposta dal teatro, affidata interamente alla parola, e ad una parola
ideologica e razionale. Come si è già accennato, la contraddizione è
la cifra dell'opera pasoliniana, apertamente rivendicata e
![]() Il teatro greco è dunque per Pasolini un teatro del logos, nella duplice accezione del termine come «parola» e come «ragione»; un teatro quindi alle origini di quella razionalità occidentale da cui Pasolini non volle mai uscire, nemmeno nei momenti di nichilismo più disperato. Ma nello stesso tempo è un teatro che permette di recuperare gli strati più arcaici della cultura occidentale, i livelli più profondi della psiche umana, le forme viscerali ed emotive della comunicazione non verbale; tutti elementi che l'ideologia pasoliniana ha sempre voluto preservare contro gli attacchi del neocapitalismo, e contro il dogmatismo marxista, e che la sua poetica barbarica ha privilegiato sempre di più nel corso del tempo. Il secondo versante, quello barbarico, ottiene perciò alla fine un predominio netto. Mentre i drammi - di cui Pasolini non ha mai curato una versione definitiva - risentono un po' di una certa confusione ideologica e di una certa verbosità, i tre film tratti dalla tragedia greca sono da annoverare, a mio parere, fra le sue opere più mature e più riuscite (soprattutto Edipo re), anche se hanno avuto un'accoglienza critica controversa, soprattutto in Italia. I tre grandi miti a cui Pasolini
si è dedicato, Oreste, Edipo, Medea, corrispondono alle tre opere più
celebri dei tre tragici greci, e nello stesso tempo corrispondono anche
ai tre assi tematici su cui procede la rilettura pasoliniana della Grecia
classica: politico, psicanalitico, antropologico. Ovviamente i tre
assi interagiscono tra loro, ma non c'è dubbio che vi sia sempre una dominante.
La rilettura dell'Orestea di Eschilo non si è mai concretizzata
in un'unica opera, ma solo nella traduzione del dramma, nell'ideale continuazione
del plot di Eschilo concepita nel Pilade e nel film documentario
Appunti per un'Orestiade africana. Queste tre esperienze sono comunque
accomunate da un filo rosso chiaramente politico: come la democrazia moderna
possa assimilare gli elementi della civiltà primitiva; una sintesi che
al momento della traduzione (1960) gli sembrò ancora un modello proponibile,
e che già nel 1966, al momento cioè della prima stesura di Pilade,
appariva invece un'utopia lontana (salvo a ricercarla poi un'ultima volta
nel 1969 nell'Africa nera), scalzata dall'aggressività del potere consumista.
Nell'affrontare l'Edipo re di Sofocle il centro tematico si sposta
invece al campo psichico, e alla famosa interpretazione freudiana, utilizzata
soprattutto per leggere la propria esperienza biografica e la propria diversità
di artista (anche se non mancano nel finale suggestioni marxiste). Infine,
con la Medea di Euripide viene ripreso il problema politico della
sintesi fra le culture, universalizando-
Il mito greco è un tema
in cui si condensa un tratto radicato in tutto l'universo multiforme di
Pasolini: la ricerca di un linguaggio che potesse cogliere il mistero ontologico
del reale, quel mistero che, a differenza dell'enigma, non può essere
decodificato dalla ragione. Un linguaggio che non mira alla riproduzione
meccanica del reale, ed è dunque assai lontano dal naturalismo (rischio
latente forse solo nei romanzi). La poetica pasoliniana si inserisce in
modo assai personale e innovativo nell'ossessiva ricerca di 'realismo'
che accomuna buona parte della cultura italiana di quegli anni: personale
e innovativo proprio grazie alla frizione continua fra
Ebbene, ti confiderò, prima di lasciarti, |
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