La saggistica

"Pagine corsare"
Saggistica

RILETTURA:
Il PCI ai giovani!, di Pier Paolo Pasolini
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 Ha scritto Enzo Siciliano
«Dai versi Il Pci ai giovani !!, scritti a caldo sui fatti di Valle Giulia nel Sessantotto, con la "difesa dei poliziotti" contro "i figli di papà", fino all'articolo sui capelli lunghi o a quello sulla scomparsa delle lucciole, Pasolini andò a figurare nelle polemiche giornalistiche come un campione antiprogressista, una specie di profeta sordo, incapace di accettare i mutamenti di una società in aperto divenire. Credo che il tempo abbia fatto giustizia di questa parzialissima valutazione di una delle figure più significative espresse nel dopoguerra dalla cultura italiana. [...] Alla distanza si è capito che il suo parlare di "mutazione antropologica" come di un'incidenza perversa dentro cui la nostra società andava avvolgendosi, esprimendo i lati peggiori di sé - avventurismo culturale, sprezzante rifiuto nei confronti di tutto quanto sembrasse limitare il suo vorace egotismo - aveva un significato persino profetico.». 
Rispondendo (febbraio 1998) a Giuliano Ferrara, scriveva ancora Enzo Siciliano, rifacendosi anche  e soprattutto a ciò che è scritto nell'«Apologia»: 
«Pasolini ha voluto deliberatamente provocare gli studenti di allora, "l'ultima generazione degli operai e dei contadini". Pasolini temeva con ragione l'"entropia borghese" ("la borghesia sta diventando la condizione umana"); e aggiungeva che "chi è nato in questa entropia, non può in nessun modo, metafisicamente, esserne fuori". Di qui la provocazione ai giovani, proprio agli studenti ("in che altro modo mettermi in rapporto con loro, se non così?"). E, questa provocazione, che effetti avrebbe dovuto ottenere? Spingerli a liberarsi - "al di fuori così della sociologia come dei classici del marxismo" - del loro essere piccoli borghesi, a diventare "intellettuali", a usare in senso critico, non più ideologico o cristallizzante, la propria intelligenza. A liquidare il cinismo metodico del piccolo borghese, per cui tutto è visto come spicciolo pragmatismo, malandrinata, spazzatura». 
Il tempo, purtroppo, ha fatto soltanto in parte giustizia (a differenza di ciò che si augurava Siciliano) se è vero come è vero che ancora oggi molti "giudicano" Pasolini estrapolando dai suoi scritti quanto può essere di supporto al sostegno delle loro tesi, arrivando al delirio dei neofascisti dei giorni nostri che, vergognosamente, tentano di inserire Pasolini in un loro "pantheon" ideale, dopo averlo letteralmente perseguitato, schernito e in qualche occasioe malmenato nel corso di tutta la sua vita e anche dopo la morte.

Più avanti, Pasolini fu prevalentemente accanto ai giovani e ai loro problemi; collaborò attivamente con "Lotta continua", firmando da direttore responsabile il quotidiano di quel movimento, ideando e dando poi un originale contributo al film 12 dicembre. Partecipò a lungo alla vita e alle iniziative della Federazione dei Giovani Comunisti Italiani: per loro e con loro scrisse interventi, partecipò a pubbliche manifestazioni e dibattiti.

La poesia di Pasolini al completo è pubblicata nelle pagine dell'Espresso:

http://temi.repubblica.it/espresso-il68/1968/06/16/il-pci-ai-giovani/
http://temi.repubblica.it/espresso-il68/1968/06/16/il-pci-ai-giovani/?h=1
http://temi.repubblica.it/espresso-il68/1968/06/16/il-pci-ai-giovani/?h=2
http://temi.repubblica.it/espresso-il68/1968/06/16/il-pci-ai-giovani/?h=3
nell'ambito di un ampio resoconto sul '68 pubblicato dallo stesso periodico. L'Espresso pubblicò la poesia di Pier Paolo Pasolini il 16 giugno 1968 titolandola Vi odio cari studenti, un titolo che si guardò bene dal riportare nelle pagine pubblicate due anni fa in occasione dei quarant'anni dagli eventi del Sessantotto. L'Espresso non pubblicò (e non propone neppure in questo "speciale" sul '68) l'«Apologia», che molto avrebbe potuto chiarire rispetto alle posizioni di Pasolini, e che avrebbe potuto evitare probabilmene le strumentalizzazioni che, allora e nei decenni seguenti, seguirono puntualmente. Strumentalizzazioni che, contando anche su una progressiva mancanza di analisi e di riferimenti culturali e storico-politici, ha ridotto gradualmente la poesia stessa ad alcui slogan ("contro gli studenti", "a favore dei poliziotti") del tutto inadeguati e fuorvianti per chiarire il pensiero pasoliniano.

Per  meglio  intendere in quale misura si sia attuato lo stravolgimento dei versi del PCI ai giovani !! può essere utile anzitutto leggere quanto lo stesso Pasolini scrisse sul periodico «Tempo» del 17 maggio 1969 (poi pubblicato in «Caos», Mondadori, Milano 1988; ora in Pasolini. Saggi sulla Letteratura e sull'Arte, tomo I, Meridiani Mondadori 1999). 

«[...] Proprio un anno fa ho scritto una poesia sugli studenti, che la massa degli studenti, innocentemente, ha "ricevuto" come si riceve un prodotto di massa: cioè alienandolo dalla sua natura, attraverso la più elementare semplificazione. Infatti quei miei versi, che avevo scritto per una rivista "per pochi", "Nuovi Argomenti", erano stati proditoriamente pubblicati da un rotocalco, "L'Espresso" (io avevo dato il mio consenso solo per qualche estratto): il titolo dato dal rotocalco non era il mio, ma era uno slogan inventato dal rotocalco stesso, slogan ("Vi odio, cari studenti") che si è impresso nella testa vuota della massa consumatrice come se fosse cosa mia

Potrei analizzare a uno a uno quei versi nella loro oggettiva trasformazione da ciò che erano (per "Nuovi Argomenti") a ciò che sono divenuti attraverso un medium di massa ("L'Espresso"). Mi limiterò a una nota per quel che riguarda il passo sui poliziotti. Nella mia poesia dicevo, in due versi, di simpatizzare per i poliziotti, figli di poveri, piuttosto che per i signorini della facoltà di architettura di Roma [...]; nessuno dei consumatori si è accorto che questa non era che una boutade, una piccola furberia oratoria paradossale, per richiamare l'attenzione del lettore, e dirigerla su ciò che veniva dopo, in una dozzina di versi, dove i poliziotti erano visti come oggetti di un odio razziale a rovescia, in quanto il potere oltre che additare all'odio razziale i poveri - gli spossessati del mondo - ha la possibilità anche di fare di questi poveri degli strumenti, creando verso di loro un'altra specie di odio razziale; le caserme dei poliziotti vi erano dunque viste come "ghetti" particolari, in cui Ia "qualità di vita"  è ingiusta,  più  gravemente  ingiusta  ancora  che  nelle  università».

Alcuni commentatori non hanno mancato di approfondire i significati dello scritto pasoliniano, mettendo in risalto molti elementi che dissolvono anche gli equivoci e rendono in qualche modo "patetiche" le strumentalizzazioni. Si è già visto ciò che ne rilevò Enzo Siciliano; qui di seguito darò conto di interventi, ancora di Siciliano e di altri. 

"La lettura della realtà a partire dalle proprie esperienze e dalla propria omosessualità caratterizza, in maniera massiccia, anche i testi più lontani dalla autobiografia, come quelli di natura saggistica e giornalistica", scrive Francesco  Gnerre, e aggiunge: "Si pensi alla lettura che Pasolini fa del processo di “omologazione culturale” che vive come una tragedia personale. Nella “Apologia” che fa seguito ai “brutti versi” Il PCI ai giovani !!, egli scrive:

«Ora, io, personalmente (la mia privata esclusione, ben più atroce di quella che tocca mettiamo a un negro o a un ebreo, da ragazzo) e pubblicamente (il fascismo e la guerra, con cui ho aperto gli occhi alla vita: quante impiccagioni, quante uncinazioni!) sono troppo traumatizzato dalla borghesia, e il mio odio verso di lei è ormai patologico. Non posso sperare nulla né da essa, in quanto totalità, né da essa in quanto creatrice di anticorpi contro se stessa»."
Il già citato Enzo Siciliano allarga il discorso sulla capacità di Pasolini di prevedere con largo anticipo i guasti della società in cui era immerso, e di indicarli efficacemente. 
«Il rifiuto sistematico che Pasolini teorizzò della logica delle comunicazioni di massa, del cosiddetto progresso e della loro inevitabile dittatura, il suo giudizio senza appello sull'uso feticista della tv che prese a dilagare sulla metà degli anni Settanta, come strumento di una informazione sempre più blindata da interessi di parte tutt'altro che conoscitivi, lo portò a capire in anticipo su tanti a cosa potesse ridursi una società che supinamente accettava la tirannia di un mezzo che, nel modo in cui veniva usato, distruggeva il senso primo del conoscere, l'acquisizione per la mente umana di significati, l'obliterazione della propria storia, poiché là, in quel bagaglio di idee e costumi, nel potenziamento di essi, essa invece avrebbe trovato la forza di affrontare quella rigenerazione che la modernità imponeva». 
Da tutt'altro punto di vista, che considera anche e soprattutto la vicinanza del poeta con i giovani del Sessantotto, ne parla Adriano Sofri, negli anni della contestazione giovanile alla guida del movimento "Lotta continua". Per tale movimento, come accennato, Pasolini elaborò all'inizio del 1970 anche "l'idea" di raccontare in un film lo stato della lotta in Italia a un anno esatto dalla strage di piazza Fontana. Ne venne fuori un ritratto in parte drammatico, perchè si vedono gli operai e le masse proletarie che un po' ovunque - dalle grandi fabbriche del triangolo industriale alle disperate città del sud - prendono coscienza della possibilità di sovvertire finalmente l'ordine borghese e padronale che li sta schiacciando. Il documentario 12 dicembre, fu pronto per l'inizio del '72 ed ebbe la sua visibilità passando anche al festival di Berlino (dove Pasolini portava I racconti di Canterbury). Lo stesso anno Pasolini si prese anche due denunce, per istigazione alla disobbedienza delle leggi dello Stato, istigazione a delinquere e apologia di reato, in quanto prestava generosamente la sua firma di direttore responsabile (oltre a sovvenzioni in denaro) per il giornale "Lotta continua".
«Aveva una voglia matta di essere riconosciuto dai ragazzi del '68 ma era troppo orgoglioso per poterlo chiedere esplicitamente, non li avrebbe mai adulati. Allora usò i suoi mezzi, e ingaggiò come sempre un corpo a corpo che era foriero poi di una riconciliazione. [...] Rapporto pedagogico e agonistico insieme, nient'affatto da padre, e piuttosto da fratello maggiore. Di sfida, e di desiderio di essere accolto». [...] «Nell'estate del '68, Pasolini venne con altri, Zavattini fra loro, il più simpatico e inerme, in un'assemblea nazionale di militanti studenteschi a Ca' Foscari a Venezia: e fu accolto dal dileggio e buttato fuori a spintoni e insulti. Esattamente come aveva immaginato, certo. (Aveva detto di sé e del proprio scandalo, in una lettera del '49: "amore a sputi in faccia"). Ebbe sì e no il tempo di dire questo: che la poesia era probabilmente brutta, che era stata probabilmente un errore, e che era stata una provocazione - "In che altro modo mettermi altrimenti in rapporto con loro, se non così?" - una richiesta di amore. Ho un ricordo preciso di quella piccola gazzarra, del resto più di maniera che entusiasta, e di una sua appendice, dalla quale sarebbe venuta presto la mia amicizia con Pasolini. Benché se ne sappia abbastanza, non sarebbe male che si ricordasse come stettero davvero le cose, tutte le infinite volte che si torna a citare la poesia di Pasolini sui poliziotti. E che non si continuasse a chiudere studenti, poliziotti, e Pasolini in quel cliché facile e apocrifo; altrettanto facile e apocrifo di quello sullo Sciascia dei "professionisti dell'antimafia", formula che, come Sciascia avrebbe ricordato tante volte invano, non era stata sua, bensì di un titolista del Corriere».
 
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RILETTURA: Il PCI ai giovani!, di Pier Paolo Pasolini - 2 / 5

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