La saggistica

"Pagine corsare"
Saggistica

RILETTURA:
Il PCI ai giovani!, di Pier Paolo Pasolini
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In un suo articolo sul "Corriere della Sera" del 2 settembre 1998, Maria Antonietta Macciocchi, rivolgendosi a Marcello Veneziani (giornalista e scrittore, emblema culturale della destra politica italiana) che aveva riaffermato l'"odio di Pasolini per i giovani del Sessantotto", scrive quanto in parte è riportato qui di seguito. È da ricordare che alla Macciocchi, direttrice del settimanale comunista “Vie Nuove”, è attribuita l’"invenzione del Pasolini giornalista": nel maggio del 1960 lo invitò a collaborare al suo giornale con una rubrica fissa, “Dialoghi con Pasolini” (Pier Paolo Pasolini. Le belle bandiere, a cura di Gian Carlo Ferretti, Editori Riuniti 1996; ora in Pasolini. Saggi sulla politica e sulla società, Meridiani Mondadori 1999). La collaborazione di Pasolini con la Macciocchi fu attiva fino al 1965. 

«Non la finiranno mai certi pensatori nostrani di aggrapparsi a Pasolini per sbeffeggiare il Sessantotto, o di proteggersi dietro le spalle del poeta per appropriarsene esternando il malanimo verso quei moti perché ai loro occhi non abbastanza rivoluzionari, e per lo scrittore Veneziani anzi da ritualizzare come "contestazione di destra". [...] Non sono i giovani sessantottini che egli "odia", ma gli uomini del palazzo, gli intellettuali. Anzi, ai giovani comunisti, dopo il Sessantotto, Pasolini [in "Il PCI ai giovani!!"] affida il compito di rinnovare il partito per liberarlo da ciò che nel Pci c'è ancora di borghese. Sempre ai giovani, nello stesso anno, dedica Vittoria, dove lancia il suo terribile j'accuse: "Nella più perfetta solitudine - j'accuse (...), non il governo, la grande proprietà fondiaria e i monopoli, no - ma gli sfruttatori vestiti delle loro lucenti livree di impiegati: gli intellettuali italiani, tutti, anche quelli che si ritengono i miei migliori amici". Sta qui la centralità di Pasolini, quella più pertinente con il Sessantotto. Anzi, Pier Paolo raggiunge il cuore stesso del movimento con la messa a morte dei nostri maîtres à penser. Sartre davanti agli studenti della Sorbona dà le sue "dimissioni" [che da noi non è mai accaduto, Pasolini li chiama "servi del potere ma questi restano imperturbabili (...)".
La mania della verità non abbandona un istante Pasolini verso le nuove generazioni. Come ho scritto in Pasolini (Grasset editore, Parigi, il libro tratto dal seminario che ho tenuto all'università di Vincennes), quel che terrorizza Pier Paolo Pasolini nel Sessantotto è la questione antica: che ogni rivoluzione si mummifichi nella restaurazione.
A Jean Michel Garnier, che lo intervista per "Le Monde" (26 gennaio 1971) sulla poesia polemica verso gli studenti, Pasolini risponde: "Io non posso credere alla rivoluzione, ma non posso non essere a fianco dei giovani che si battono per essa"».
"Dottor Benway" è il soprannome che si è scelto il giovane estensore di un blog, nel quale tra l'altro analizza gli "Appunti in versi" pasoliniani. Più che altro non gli preme soffermarsi sui contenuti dei versi pasoliniani, quanto piuttosto su cosa abbia spinto Pasolini a scriverli e ad entrare in modo polemico nella discussione su uno dei fenomeni propulsivi del Sessantotto: il movimento studentesco". Ecco in parte ciò che egli scrive:
«Il punto di partenza della visione pasoliniana era che si stesse realizzando in quei frangenti di storia non una “lotta di classe”, come veniva universalmente decantato, quanto piuttosto una “guerra civile”, e quindi generazionale, tutta interna alla borghesia, attraverso cui i giovani dabbene intendevano così distaccarsi dal coacervo di obbligazioni e moralismi che caratterizzava il mondo dei loro padri, lasciando però intatta la predisposizione culturale borghese di base, che anzi il movimento enfatizzava. Il movimento studentesco, insomma, pareva a Pasolini una forma integrale di borghesia, uno strumento tramite il quale gli studenti, dietro le parole d’ordine della “lotta di classe”, chiedevano in realtà la liberazione da qualsivoglia responsabilità verso il mondo, cioè - in termini pasoliniani - da qualsiasi visione “umanistica”, “religiosa” o “razionale” del mondo. Esso rappresentava, in ultima analisi, uno dei momenti, insieme alla nascita del linguaggio televisivo,  attraverso cui la borghesia neocapitalista con quella sua enfasi  sul consumo, su una visione tecnicamente laica del mondo, avrebbe raggiunto la piena legittimazione etica, venendo così a coincidere con il “mondo intero”, con la “storia stessa”. [...]
Pasolini vedeva in questo mito del fare da anteporre a qualsiasi pensiero un sostanziale svuotamento dell’azione responsabile e, in definitiva, un’apologia della società lavorista, produttiva, consumistica, con annessi valori. [...]
Infine, il mito delle assemblee collettive, dei lavori collettivi, della socializzazione forzata, con cui gli studenti credevano di ricalcare un’organizzazione socialista dello studio e della cultura e che, invece, finiva per diventare un luogo di spersonalizzazione, di perdita del singolare e del pensiero, di creazione di bisogni di gruppo, di mode, del tutto analogo a quelli della civiltà dei consumi, massificata, basata sulla vertigine della crescita: prodotto-consumo, prodotto-consumo-crescita, secondo la quale anche le azioni sarebbero dovute essere pesate con questo metro - omologante -  di giudizio. In definitiva Pasolini vede, quindi, nel Sessantotto un riordino dei modi del potere in termini generazionali, che sarebbe da lì a poco diventato, attraverso l’imbarbarimento dei linguaggi televisivo e tecnico-amministrativo, ancora più crudele e impalpabile, e non una sospensione critica dello stesso. 
Il regista Bernardo Bertolucci, intervistato nel 2008 sulla sua conoscenza ed esperienza del Sessantotto in Francia e in Italia, ricorda in particolare la sua prima esperienza di aiuto.regista di Pasolini in Accattone e insiste sul valore formativo che ha rappresentato per lui l'amicizia, la frequentazione con lo scrittore-regista. In una intervista del maggio 2008 di Daniele Basso ed Emiliano Morreale del "Corriere della Sera", alla domanda su quali fossero le posizioni di Pier Paolo Pasolini rispetto al Sessantotto in Italia, Bertolucci rispose:
«Mio padre si lamentava perché non facevo l’università ma la mia università è stata il tempo passato con Elsa e Pier Paolo. “Vado all’università quando ceno con loro” rispondevo a mio padre. C’era anche Moravia. La Morante e Pasolini discutevano spesso, essendo entrambi ammirati l’una dal lavoro dell’altro, c’era tra i due un continuo scambio. Pasolini era molto conflittuale, su Valle Giulia aveva scritto quella poesia Il Pci ai giovani in cui dice: vi odio, cari studenti, siete paurosi e disperati ma anche prepotenti e ricattatori. Questa poesia lo aveva reso inviso agli studenti. Si trattava di un discorso molto sentimentale: "io sto con i giovani del Sud, figli di contadini, costretti a fare i poliziotti; non sto con voi, con i capelli lunghi". [...] In Abiura per la trilogia della vita descrive i ragazzi di allora, la loro presunzione di essere i padroni della propria libertà dicendo loro: “Non è vero, non siete liberi, ripetete dei cliché che vi vengono imposti”, dichiarazione del tutto attuale. Qualche mese dopo i fatti di Valle Giulia, durante il contestato Festival del cinema di Venezia, Pasolini andò all’università e gli studenti gli sputarono addosso. Pier Paolo era alla ricerca di punizione e di redenzione, prese gli sputi e disse “Discutiamo”. Si sedette e alla fine tutti lo seguivano con ammirazione. Era riuscito a far ascoltare anche le sue idee».
Lo storico Carlo Felice Casula, dal 2001 docente di storia contemporanea, storia sociale e storia e cinema alla Facoltà di Scienze della formazione dell'Università degli Studi di Roma Tre (dopo la laurea in Scienze politiche conseguita a Roma nel 1971), ricorda molto bene sia la poesia indirizzata agli studenti da Pasolini nel '68, sia l'eco e le polemiche che seguirono alla pubblicazione  di quei versi sull'"Espresso".
«Il Movimento studentesco reagì sdegnato e offeso e così pure non pochi uomini di cultura [...] Sotto accusa per tutti era la presunta incapacità di Pasolini di cogliere le ragioni dello scontro in atto e di comprendere il ruolo di repressione svolto dalle forze di polizia in difesa del vecchio ordine. Facevo allora parte del "collettivo fuorisede", composto da giovani studenti universitari, anch'essi per lo più poveri e meridionali. [...] si sviluppò al nostro interno una discussione accesa e prolungata su queste sue affermazioni. A differenza, tuttavia, dei nostri compagni del Movimento studentesco e, in particolare, di quella componente che chiamavamo i "pariolini", quasi istintivamente, riuscimmo a cogliere la "verità interna" contenuta nella poesia incriminata. Ci ragionammo molto insieme, in seguito, quando Pasolini ritornò sull’argomento sul settimanale "Tempo", a distanza di un anno, il 17 maggio del 1969 [Casula si riferisce all'"Apologia"]. [...] Proprio in quei mesi avevamo [...] fatto una singolare convergente esperienza sul campo. In centinaia, per protestare contro le disfunzioni della mensa universitaria, per diversi giorni portavamo i tavolini per strada e mangiavamo all'aperto, bloccando così il traffico. La polizia non tardò ad arrivare, ma non fu da noi accolta con gli usuali fischi e improperi. Con il megafono, a più voci, parlammo-dialogammo con passione con i poliziotti in tutti i dialetti del meridione; l'ufficiale che li comandava già pronto a ordinare la carica, con tanto di fascia e di trombettiere a fianco, percepì, anch'egli, come noi, tra i suoi ragazzi in divisa, una stupefacente onda di vera e propria commozione-simpatia nei confronti di quegli studenti che provenivano dagli stessi paesi e forse anche dalle stesse famiglie. L'episodio fu riportato nella cronaca cittadina dei giornali della Capitale; Pasolini; sempre attento a questo tipo di avvenimenti, per vie traverse ci comunicò che era curioso e contento di incontrarci. [...] Ci andammo in tre, i "leader", con grande riservatezza, perché avevamo il timore di comprometterci con gli altri collettivi del Movimento studentesco. Aggressivi e indifesi, come tanti suoi giovani personaggi, parlammo e ascoltammo a lungo con grande emozione [...] [Alla fine dell'incontro] Pasolini: ci diede una grossa somma di denaro per le nostre iniziative e al meno "politicizzato" di noi tre promise di farlo lavorare in uno dei suoi film. Cosa che poi puntualmente avvenne, con grande gioia dell'interessato e molto orgoglio da parte nostra. [...] Forse Pier Paolo Pasolini in questo unico intenso [...] incontro, aveva visto dei giovani capaci di rendersi conto, individuando cause e responsabilità, che nell'Italia industrializzata e secolarizzata, ma non per questo più ricca per usare una sua notissima metafora, ai bordi delle strade "erano improvvisamente scomparse le lucciole». 
Del portale "Reti invisibili" (network di associazioni italiane impegnate nella memoria storica, nella ricerca della verità e della giustizia su molte vicende che hanno insanguinato il nostro Paese dal dopoguerra ad oggi) è coordinatore Francesco "Baro" Barilli, autore anche di un blog che rientra nei canoni di quella "informazione alternativa" a cui questo autore si dedica da sempre. Ed è proprio da "Reti invisibili" che è tratto ciò che Francesco Barilli ha scritto sul PCI ai giovani!!
«Già nella poesia si poteva capire quanta ironia e quanti livelli di lettura ci fossero nel testo, ma in molti non seppero cogliere queste sfumature. Pasolini comunque precisò più tardi il proprio pensiero [seguono a questo punto alcune citazioni dall'"Apologia"].  Il discorso lo si potrebbe anche chiudere qui, non fosse che di quella poesia, indipendentemente dalle successive precisazioni dell'autore, nella "testa vuota della massa consumatrice" ANCORA OGGI è rimasta solo la traccia superficiale della prima lettura. Anche in tempi recenti si è cercato di strumentalizzare quelle parole quasi fossero una semplicistica ed acritica presa di posizione a favore dei celerini e contro gli studenti, e quasi le si potesse usare come una clava virtuale per demolire la nuova stagione di rinnovate lotte sociali. [...] 
Sapeva che le forze dell'ordine, in Italia come all'estero, si erano ferocemente distinte per numerosi omicidi a danni di manifestanti, e questo ancora prima del 1968. Sapeva che il nocciolo della questione non stava nel poliziotto sottoproletario malpagato, ma nel ruolo che a questo era stato attribuito. Sapeva, in altre parole, che sicuramente esistevano poliziotti "buoni" e poliziotti "cattivi", ma che, in quanto tutori di un dato ordine costituito, TUTTI i poliziotti rappresentavano un'unica entità omogenea, usata come strumento di repressione. La divisione del mondo fra ricchi e poveri andava inasprendosi, ed il vero nemico (il Potere) era abbastanza scaltro da riuscire ad utilizzare strumentalmente anche "certi" poveri verso "altri" poveri: nella sua poesia Pasolini intendeva sottolineare quanto di paradossale e pericoloso ci fosse in tutto questo.
Ma se la scandalosa strumentalizzazione delle parole di Pasolini da parte della destra è comprensibile, nella perversa logica della lotta politica "all'italiana" (fatta spesso NON di fatti e di idee, ma di uso distorto dei primi e delle seconde), la miopia della sinistra di fronte all'articolata presa di posizione dell'intellettuale risulta meno scusabile; e soprattutto sembra avere avuto effetti anche più disastrosi. È opportuno precisare che il modello di poliziotto "sottoproletario e malpagato" da tempo non è più attuale, ma è innegabile che a sinistra non ci si sia resi conto di quanto importante fosse la battaglia per arrivare ad un maggiore "spirito democratico" interno alle forze dell'ordine e ad una loro formazione non-violenta, rassegnandosi ad assegnare alle forze di polizia il ruolo di "nemico" a priori».
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RILETTURA: Il PCI ai giovani!, di Pier Paolo Pasolini - 3 / 5

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