"Pagine
corsare"
Saggistica
Pasolini in nove punti
di Roberto Cotroneo,
l'Unità, 2005
1. Trent’anni. Il 2 novembre
del 2005 saranno trent’anni dalla morte di Pier Paolo Pasolini. Una morte
violenta. Un assassinio, mai chiarito del tutto. Il 2 novembre, il giorno
in cui si commemorano i morti. Nella storia della Repubblica, nella storia
sociale e culturale di questo paese, quella data è cruciale. Ferma
i ricordi di tutti. La radio, con la voce neutra dell’annunciatore diceva
che era stato trovato il corpo senza vita dello scrittore Pier Paolo Pasolini.
In una località isolata, vicino Ostia. L’assassino verrà
identificato il giorno dopo. Attraverso una serie di incongruenze e di
incertezze che non verranno mai risolte. Ma in quella data si è
rotto qualcosa. Da quel giorno c’era poco da tornare indietro. Certo tre
anni
dopo ci sarebbe stato il
16 marzo del rapimento di Aldo Moro e dell’uccisione dei suoi uomini di
scorta, ancora due anni e il 2 di agosto, a Bologna, le macerie della stazione
avrebbero
ferito a morte tutto il
paese, nello scempio di una strage che rende inutile qualsiasi parola.
Ma quel 2 novembre c’era lo scrittore Pasolini. E c’era un paese che si
svegliava strano, con una tremenda inquietudine.
2. Eppure di violenza se
n’era già vista troppa. Ragazzi morti alle manifestazioni. Scontri
di piazza, violenza politica, terrorismo che muoveva i primi passi. Poliziotti
e Carabinieri uccisi. Per non dire delle bombe, a cominciare da piazza
Fontana, per continuare con l’Italicus nel 1974. Non si era ancora all’apice,
ma la strada della violenza era tutta in discesa. Eppure le parole del
radiocronista quella mattina erano asettiche. Il corpo dello scrittore
Pasolini. In quella frase c’era tutto quello che si doveva sapere. Il corpo,
il corpo di uno scrittore e di un poeta, massacrato. Quel corpo scandaloso
era stato una delle provocazioni più forti e più intollerabili
dentro quella società borghese. Come si diceva allora. Pasolini
era colpevole di scrivere per il “Corriere della sera”. Pasolini era colpevole
di essere un uomo che voleva processare la Dc e di volerlo fare dalla tribuna
più forte, più alta, e più rispettabile del paese.
Dal giornale che fu di Albertini, e poi di Spadolini. Dal giornale della
borghesia milanese. E voleva processare la Dc uno che non era cattolico,
non era liberale, non era nemmeno comunista: ovvero un avversario istituzionale.
Lo scrittore Pasolini. Uno scrittore dei tempi in cui si diceva “lo scrittore:
lo scrittore Bassani, lo scrittore Moravia, la scrittrice Elsa Morante.
Alle signore si aggiungeva il nome proprio. Lo scrittore Pasolini, appunto.
Oggi non si usa più.
Non si dice lo scrittore
Baricco, lo scrittore Faletti, la scrittrice Margaret Mazzantini. Ancora
si usa per Alberto Arbasino. Per Umberto Eco. Per quelli lì, che
fanno gli scrittori oggi e li facevano anche allora. Senza star troppo
a sottilizzare se le s devono essere maiuscole o minuscole. Era un mondo,
una categoria dello spirito, una riconoscibilità per tutti. Il macellaio
sotto casa mia, lo ricordo, disse a mia madre, un po’ a bassa voce, quasi
bisbigliando. «È stato ammazzato lo scrittore Pasolini».
E mia madre annuì, perché lo aveva sentito alla radio, anche
lei. Lo scrittore Pasolini era scrittore per tutti, anche se poi magari
i suoi articoli non
erano per tutti, e neppure
le sue poesie o i suoi film. Così quando l’appuntato Cuzzupè
pesca un sanguinante Pino Pelosi, detto la Rana, alla guida di una Alfa
GT dalle parti del Policlinico a Roma, e lo arresta per furto di auto.
Gli dice partecipe, anche lui: «Hai rubato a uno scrittore famoso».
Cuzzupè non sa che lo scrittore famoso giace in un mare di sangue
all’idroscalo di Ostia, pensa che gli è solo capitata la sventura
di un furto d’auto, e per mano di un diciassettenne. Questo lo scopriranno
dopo. Quando Maria Teresa Lollobrigida, scende dalla macchina, alle 6.30
del mattino pronta a passare una domenica di festa, nella baracca abusiva
sul grigiastro mare di Ostia, assieme al marito e al figlio. E vede una
specie di sacco, o così a lei sembra in quella luce incerta. Pensa
alla spazzatura, si avvicina e scopre che di spazzatura non si tratta.
Ma purtroppo è il corpo di un uomo morto.
3. Hai rubato a uno scrittore
famoso. Dice il milite Cuzzupè. Un milite di oggi avrebbe detto:
hai rubato a uno famoso. Oggi si è famosi per essere famosi. Allora
si era famosi per qualcosa. Pasolini, in particolare, era famoso per essere
uno scrittore. E a bassa voce per essere uno scrittore che non aveva mai
fatto alcun mistero, tutt’altro, della sua omosessualità. Le due
cose, in quella morte vanno assieme. Assassinio in ambiente omosessuale.
L’ambiente era lo sterrato di quel campo di calcio. In un posto dimenticato
da dio, senza un lampione, con una strada piena di buche. È inutile
ripetere oggi che tutto quello che accadde quella notte, e poi dopo, e
anche prima, non è mai stato chiarito. Sono stati scritti libri,
sono stati girati film, sono state fatte inchieste giornalistiche. Solo
che la versione di quel paese, la storia raccontata dopo, aveva qualcosa
di terribilmente datato già allora. Come se una brutta letteratura,
che faceva malamente il verso alla cosiddetta letteratura pasoliniana (che
di fatto, però, non è mai esistita) si fosse impossessata
anche della dinamica della morte di Pasolini. Qualcuno ci ha voluto far
credere che Pasolini si sia scritto da solo le pagine della sua morte,
ed è stato fatto con uno stile, con un modo che aveva qualcosa di
verosimile, e al tempo stesso suonava esageratamente didascalico.
4. Pensate a quella Roma,
Pasolini era un uomo forte, un buon calciatore, un pugile dilettante, con
una voce sottile. Quel giorno era in maglietta, aveva un paio di jeans.
Va a cena con il suo amico Ninetto Davoli, i due figli e la moglie di Davoli
da “Pomodorino” una trattoria di San Lorenzo, quartiere popolare di Roma,
accanto alla stazione Termini. Ancora
oggi, popolato di localini
e studenti universitari. Non è di buon umore. Nel pomeriggio ha
passato qualche ora dando un’intervista a Furio Colombo, per il quotidiano
“La Stampa”.
Sarà l’ultima intervista
di Pasolini che uscirà il successivo 8 novembre. Il titolo è
profetico: “Siamo tutti in pericolo”. Pasolini dice che per arrivare alla
trattoria non ha guardato in
faccia nessuno. che la gente
sta diventando violenta. Sembra persino che abbia paura. Dopo aver cenato
con la famiglia Davoli prende la sua Alfa GT, gli piacciono le auto veloci,
le Alfa Romeo, e si dirige dalle parti della stazione Termini. Sta cercando
qualcuno. E qualcuno trova. Nella versione di Pelosi, Pasolini accosta
vicino a un gruppo di ragazzi, con la sua
macchina color argento.
E Pelosi dirà: «l’ho riconosciuto subito, era quel Pasolini».
Il resto della storia è una ricostruzione posticcia, e piena di
incongruenze, ma rientra perfettamente nel luogo comune della vicenda e
della messa in scena. Pelosi ha 17 anni e 4 mesi. Otto mesi ancora e rischiava
30 anni di carcere. Quegli otto mesi gli rendono la pena più tollerabile.
Pasolini voleva avere un rapporto sessuale. Pelosi si rifiuta. Pasolini
lo rincorre,
Pelosi lo colpisce, poi
non capisce più nulla, continua a colpirlo. Finché non prende
la macchina e passa sopra il corpo dello scrittore fuggendo verso la città.
Un atto sessuale richiesto, non voluto, che ha generato una reazione. Nell’Italia
di quegli anni lo scrittore Pasolini finisce per rendere pubblica, tragicamente,
una vita che ha tenuto sotto traccia. E quella fine è come se invalidasse
un po’ tutto. Gli scritti corsari, quell’etica straordinaria che ha fatto
dello scrittore e poeta friulano la voce più intensa e più
suggestiva di tutto il dopoguerra. In questo senso Pasolini è stato
ucciso due volte. E probabilmente è stato ucciso in questo modo
perché era importante che si inficiasse profondamente l’altro Pasolini.
Quello della prima pagina del “Corriere della sera”. Quello che parlava
in quel modo. E si badi bene, non era l’unico a farlo in quella maniera,
anche se lui era forse il più lucido: ma era l’unico a farlo rivolgendosi
a un mondo che da quelle cose, che da quel metodo, che da quel
rigore, non doveva essere
trascinato, un mondo di moderati che non doveva percorrere i sentieri del
dubbio.
5. Le ultime parole pubbliche
di Pasolini sono quelle dette a Furio Colombo il 1 novembre 1975. E pubblicate
postume sulla “Stampa”. «Quello che impedisce un vero dialogo con
Moravia, ma soprattutto con Firpo, per esempio, è che sembriamo
persone che non vedono la stessa scena, che non conoscono la stessa gente,
che non ascoltano le stesse voci. Per voi una cosa accade quando è
cronaca, bella, fatta, impaginata, tagliata e intitolata. Ma cosa c’è
sotto? Qui manca il chirurgo che ha il coraggio di esaminare il tessuto
e di dire: signori, questo è cancro, non è un fatterello
benigno. Cos’è il cancro? È una cosa che cambia tutte le
cellule, che le fa crescere tutte in modo pazzesco, fuori da qualsiasi
logica precedente. È un
nostalgico il malato che
sogna la salute che aveva prima? (...) Io ascolto i politici con le loro
formulette, tutti i politici e divento pazzo. Non sanno di che Paese stanno
parlando, sono
lontani come la Luna. E
i letterati. E i sociologi. E gli esperti di tutti i generi». Perché
pensi che per te certe cose siano talmente più chiare? «Non
vorrei parlare più di me, forse ho detto fin troppo. Lo sanno tutti
che io le mie esperienze le pago di persona. Ma ci sono anche i miei libri
e i miei film. Forse sono io che sbaglio. Ma io continuo a dire che siamo
tutti in pericolo».
6. Sarebbe facile dire che
furono parole profetiche. Ma invece non lo furono affatto. Era semplicemente
la capacità di capire il carico di violenza che stava scatenandosi
nel paese.
Non c’è profezia
in Pasolini, mai. C’è consapevolezza. Una lettura più attenta
del presente, non l’intuizione del futuro. Di questa consapevolezza del
presente lui ne avrebbe fatto le spese per primo. Il 14 novembre 1975,
Oriana Fallaci, sull’“Europeo”, riferirà di testimoni che giuravano
di aver visto due motociclisti con catene che colpivano Pasolini. Non era
più in quel caso l’atto di un ragazzino indignato e spaventato per
profferte sessuali, ma un complotto. Perché se erano in tre, e Pelosi
diceva, come riferivano anonimi testimoni: «E mo’ mi lasciate
qui, e mo’ che fate...»
fu complotto. Se Pelosi, mentiva e copriva qualcuno, fu complotto. Se mentiva
e si attribuiva tra l’altro un omicidio non commesso, era anche più
di un complotto.
Per la verità processuale
cambia molto. E per le coscienze individuali un po’ meno. Per la storia
del nostro paese, probabilmente poco.
7. La morte di Pasolini è
stata come la morte di Antonio Gramsci. Più che un assassinio, e
più che un assassinio politico, come molti hanno sostenuto, la fine
di una possibilità, lo
spegnersi forzato, violento
e vile di un’intelligenza che serviva, che era allora indispensabile, da
cui non si poteva prescindere. E che doveva suscitare rabbia. Sono stati
molti gli intellettuali importanti in questo dopoguerra. Abbiamo guardato
l’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta con gli occhi di Moravia, della
Morante, dei fratelli d’Italia di Arbasino, dietro le nebbie della Ferrara
di Bassani, attraverso la lente vivida e nitida di Paolo Volponi, con il
sarcasmo amaro di Ottiero Ottieri, e con la volteriana sicilianità
di Leonardo Sciascia.
Abbiamo imparato a leggere
i segni del mondo da Umberto Eco e ci siamo mossi con rispetto e attenzione
nei sentieri che si biforcano di Italo Calvino. Ma Pasolini era altro.
Moderno in una maniera strana. Con squarci improvvisi di futuro, e allo
stesso tempo passaggi desueti. Uomo di letteratura, uomo di versi, e uomo
di cinema. Un cinema, il suo, al limite del genio, che coesisteva a una
letteratura di un neorealismo superato. L’intuito della poesia friulana,
che lo proiettava in un passato indefinibile e gli scritti corsari, che
sono il prototipo di ogni visione da polemista che sia mai esistita in
futuro.. Reazionario e rivoluzionario, progressista certo e con un’idea
moderna e spiazzante della politica e del lavoro politico. L’unico che
è riuscito a scrivere il seguito vero di Letteratura e vita nazionale.
Eppure nel suo modo di essere intellettuale, nel suo modo di essere apocalittico
era quanto di più lontano da Antonio Gramsci che si potesse immaginare.
8. Questi trent’anni cosa
sono stati? Sono stati un nodo irrisolto. La morte di Pasolini è
una delle tragedie che fanno di questo paese un paese incompiuto. Assieme
alla morte di Moro, soprattutto. Qualcuno ci ha chiuso una finestra che
si era miracolosamente aperta. Gli anni Sessanta in Italia, il 68, il terrorismo,
sono stati letti da Pasolini in un modo che andrebbe meditato ancora oggi.
Con la sua morte si è spezzata una corda. Tesa al massimo. «Siamo
tutti in pericolo», ha detto nelle sue ultime parole, e ha aggiunto:
«ho sempre pagato di persona». In troppi hanno approfittato
della sua morte credendo che tutto sarebbe tornato normale, nei binari
di un paese oscuro e ingiusto. E sembrava dovesse accadere come in quella
scena di Salò, il suo ultimo film, dove, dopo tutti gli orrori della
guerra civile, i due giovani repubblichini provano a imparare a ballare
al suono di un grammofono.
9. Ma i nodi sono ancora
tutti lì, tutti aperti. Come se quell’assassinio, quella “messa
in scena pasoliniana” sia servita solo a insegnarci che non vanno raccontate
solo le cose che si vedono. Ma vanno prima di tutto raccontate le cose
che ci sono. Ora Pino Pelosi dice che non è stato lui. Che c’erano
altri tre e dicevano: «sporco comunista, fetuso e fetente».
Dice che era «gente del sud». E dice che parla adesso perché
i suoi genitori sono morti. È un mistero continuo in questo paese,
non abbastanza marginale perché non ci sia arrogantemente
il bisogno di negare persino i misteri, né sufficientemente civile
perché i misteri vengano assolutamente chiariti. Pochi giorni fa
piazza Fontana, nessun colpevole, il macigno Moro, la strage di Bologna,
la strage dell’Italicus, quella di piazza della Loggia a
Brescia... le trame nere,
la strategia della tensione, l’omicidio Pecorelli... rimane tutto lì
a dispetto di tutto, a dispetto dell’oblio che farebbe comodo a troppi.
In fondo c’è forse una forma di verità incancellabile, che
esce uguale anche se la schiacci in fondo in tutti i modi...
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