La vita

"Pagine corsare"
Vita

Pasolini, l'addio al Friuli
Sessant’anni fa, assieme alla madre Susanna, il poeta di Casarsa abbandonava la nostra regione. Un distacco doloroso e mai ricucito. Che apre a un interrogativo
Daniele Micheluz
http://www.ilfriuli.it/if/, 28 gennaio 2010
La stazione ferroviaria di Casarsa in una foto d'epoca

“Fuggii con mia madre e una valigia e un po’ di gioie che risultarono false, su un treno lento come un merci, per la pianura friulana coperta da un leggero e duro strato di neve. Andavamo verso Roma. Avevamo dunque, abbandonato mio padre accanto a una stufetta di poveri, col suo vecchio pastrano militare e le sue orrende furie di malato di cirrosi e sindromi paranoidee. Ho vissuto quella pagina di romanzo, l’unica della mia vita: per il resto, che volete, son vissuto dentro una lirica come ogni ossesso”.
Pasolini e la madre Susanna - Per gentile concessione della Rai
Sessant’anni fa Pier Paolo Pasolini lasciava il Friuli. La mattina del 28 gennaio 1950, assieme alla madre Susanna, partiva dalla stazione di Casarsa Della Delizia. Un viaggio su un treno che in seguito avrebbe definito «il rapido della decisione più importante della mia vita».Verso Roma. Verso un futuro che lo portava alla gloria e, nello stesso tempo, alla fine. Alle spalle rimaneva il Friuli. Quello che lo aveva tradito dopo lo scandalo scoppiato in seguito ai fatti di Ramuscello dell’ottobre precedente, quando Pier Paolo si era appartato con due minorenni durante la sagra locale. 

Episodio che gli era costato l’espulsione dal Pci e dalla scuola media di Valvasone dove insegnava. Il 31 ottobre del 1949 scriveva a Ferdinando Mautino della sezione del Pci di Udine: «Mia madre ieri mattina è stata per impazzire, mio padre è in condizioni indescrivibili: l’ho sentito piangere e gemere tutta la notte. Io sono senza posto, cioè ridotto all’accattonaggio. Tutto questo perché sono comunista. Non mi meraviglio della diabolica perfidia democristiana; mi meraviglio invece della vostra disumanità; capisci bene che parlare di deviazione ideologica è una cretineria. Malgrado voi, resto e resterò comunista, nel senso più autentico di questa parola. (…) Un altro al mio posto si ammazzerebbe; disgraziatamente devo vivere per mia madre».

Senza lavoro, scaricato dal partito e con un padre sempre più preda dell’alcol, perso il fratello Guido sulle montagne di Porzus, Pasolini si era trovato terribilmente solo. E allora, addio Friuli. Quello che aveva tanto amato nonostante attorno a sé il mondo stesse andasse in frantumi  sotto i colpi della pazzia nazifascista. Addio tuffi nel Tagliamento, addio alla parlata che nelle orecchie gli sembrava più dolce di ogni altra melodia. Addio amori, battaglie, discussioni. Addio ai ricordi condivisi con il cugino Nico Naldini. Addio, illusioni. Anche lui tradito, anche lui membro di una meglio gioventù cacciata a pedate, protagonista dei suoi versi, quando ne La meglio gioventù conclude:

Vegnèit, trenos, puartàit lontàn la zoventút
a sercià par il mond chel che cà a è pierdút.
Puartàit, trenos, pal mond paràs via dal país, 
chis-ciu legris fantàs a no ridi mai pí.

Venite, treni, portate lontano la gioventù,/ a cercare per il mondo ciò che qui è perduto./ Portate, treni, per il mondo, scacciati dal paese/ questi allegri ragazzi a non ridere mai più. 

Cosa ha perso il Friuli sessant’anni fa? Una domanda a cui è difficile dare una risposta. Forse Pasolini a un certo punto sarebbe 'scappato' comunque, in cerca di una realtà diversa che gli permettesse di placare la sua sete di vita e di fama. E’ certo, però, che quel 28 gennaio la nostra terra ha perduto un pezzo di anima. Se non altro una voce che da dentro non smetteva mai di ricordarle i propri difetti. [...] Chi ha raccolto l’eredità di Pasolini in Friuli, in ambito letterario, politico, intellettuale? Una domanda a cui vorremmo ci aiutaste a trovare risposta.

 

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Pasolini, l'addio al Friuli, di Daniele Micheluz

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