|
|
|
Libri Pier Paolo Pasolini
sceneggiatore
Nel suo Gli intellettuali italiani e il cinema Gian Piero Brunetta dedica l’ultimo capitolo a Pasolini, quasi a voler dichiarare compiuto il cammino di avvicinamento del mondo intellettuale italiano al cinema nel corso del Novecento che, nel suo libro, ha puntualmente analizzato: “Con Pasolini si compie un passo ulteriore nel viaggio finora compiuto e si assiste alla progressiva e perfetta simbiosi tra attività letteraria e cinematografica e all’uso indifferente dell’una o dell’altra scrittura”. Di più: è evidente che, proprio la sceneggiatura, che dovrebbe costituire una sorta di forma ibrida e intermedia tra letteratura e cinema, acquisisce grazie a Pasolini una propria statura indipendente, paradossalmente proprio per la sua vocazione a farsi struttura che vuol essere altra struttura: “in questa nota quello che mi interessa della sceneggiatura è il momento in cui la sceneggiatura può essere considerata una ‘tecnica’ autonoma, un’opera integra e compiuta in se stessa” affermava il regista nelle prime righe del suo testo teorico del 1965. In questo excursus dedicato esclusivamente all’attività di Pasolini sceneggiatore di film altrui, cercheremo di comprendere quanto dello scrittore sia passato nel cinema di quegli anni immediatamente precedenti al suo esordio dietro la macchina da presa e quanto di quell’esperienza di scrittura insieme ad alcuni tra i maggiori uomini di cinema italiani si sia riversata in seguito nella sua opera di regista. L’inizio di una lettera a Leonardo Sciascia, inviata il 12 marzo 1954: “Trascinato dagli eventi cinematografici a Comacchio…” [1] tradisce l’entusiasmo per l’inizio dell’avventura di Pasolini in quello che lui chiama il “mestiere di sceneggiatore”, che, grazie all’interessamento di Giorgio Bassani, incomincia con La donna del fiume (film ascrivibile a quel “cinema delle mondine” allora in voga) alla cui sceneggiatura lavorano anche Florestano Vancini e Antonio Altoviti. Il regista è Mario Soldati, con il quale, insieme a Bassani, Pasolini si aggira nel marzo del ’54 per le nebbiose e fredde valli di Comacchio in cerca di location. [2] Pasolini ricorderà simpaticamente quel debutto, tanto da inserirlo in un episodio di Una vita violenta, quando manda Tommaso e Irene al cinema Odeon di piazza Esedra. Nei primi mesi del 1955, Pasolini collabora ad altre sceneggiature, ancora con Bassani, sperimentando gli eccentrici orari di lavoro dei cineasti romani. Si tratta di Il sole nel ventre, scritto con Alberto Lattuada sulla base del romanzo omonimo di Jean Hougron, e di un soggetto elaborato sempre con Bassani ispirato a Il Dio di Roserio di Giovanni Testori, su una gara ciclistica popolare. La storia del cinema è piena di progetti non realizzati, rubando il titolo a un libro di Ennio Flaiano, di “storie inedite per film mai fatti”. I lavori restano purtroppo sulla carta, primi di una mole di scritti cinematografici pasoliniani e ideale incipit alla sua riflessione sulla forma letterario-cinematografica della sceneggiatura (che nasce per essere trasposta in immagini e non si propone alcuna valenza letteraria, almeno in partenza), che sfocerà nel fondamentale saggio “La sceneggiatura come «struttura che vuol essere altra struttura»” (in Empirismo eretico, 1972). In luglio arriva un film vero: Pasolini è a Ortisei con Bassani per la sceneggiatura del film Il prigioniero della montagna, di Luis Trenker, un regista specializzato in “cinema di montagna”, genere molto in voga nella cinematografia tedesca degli anni Trenta e Quaranta. Il film, mal riuscito, verrà rimontato e rabberciato da Ermanno Olmi. È proprio con il futuro autore di L’albero degli zoccoli, conosciuto già nel ’54 tramite il comune amico Goffredo Parise, che Pasolini scrive nel 1956 il commento a Manon finestra 2, uno dei numerosi documentari industriali realizzati dal regista bergamasco dedicato alla costruzione delle dighe di alta montagna. Il 1956 è un anno particolarmente importante: Federico Fellini lo vuole tra i collaboratori alla sceneggiatura di Le notti di Cabiria. Il maestro riminese, dopo aver letto Ragazzi di vita, lo chiama in una fase avanzata dell’elaborazione scritta del film - cui avevano già lavorato Ennio Flaiano e Tullio Pinelli - che riprendeva e sviluppava il personaggio di una prostituta, una specie di “sorella traviata di Gelsomina”, apparsa in una scena notturna de Lo sceicco bianco, ed evidentemente ancora in gran parte inespressa. Secondo Lino Del Frà, la collaborazione di Pasolini riguarda soprattutto i dialoghi che si svolgono presso il Divino Amore e i battibecchi delle prostitute alla Passeggiata archeologica. Riguardo a quest’ultimo episodio, Sergio Citti rammenta di aver lavorato con Pasolini alla costruzione dei dialoghi, e di aver suggerito qualche situazione, nonché di aver rifiutato un piccolo ruolo, quello di un “papponcello”. Numerosi gli interventi a carattere linguistico, sociologico, formale dovuti a Pasolini: un accurato lavoro sulle fonti che Pasolini definirebbe da filologo inesistente, e che dimostra la collaborazione a tutto il film. In una lettera ai redattori di Officina del 13 maggio 1957, Pasolini asserisce di stare ancora lavorando “per un film bello, di Fellini”. Ciò vuol dire che la sua assistenza a Le notti di Cabiria (presentato al festival di Cannes proprio nel maggio del 1957) si prolungò senz’altro fino al doppiaggio, fase in cui Fellini era solito modificare ampiamente anche le battute della sceneggiatura definitiva. Sfruttando la divisione del film in cinque episodi che ne fa Tullio Kezich, [3] la mano pasoliniana è presente soprattutto nel secondo, Cabiria e il divo e nel terzo, Cabiria al Divino Amore, non considerando gli episodi cestinati, uno dei quali, La corsa pazza, diventerà il film di Mauro Bolognini La notte brava, episodio posto tra quello dell’attore e quello del Divino Amore, in cui, nella versione contenuta nel trattamento iniziale, Cabiria e Matilde venivano assoldate presso la Passeggiata archeologica da un fattore (Ciro) e da un suo amico studente in agraria, poi trasformati dagli sceneggiatori di Cabiria in due soldati, Carlo e Toni. Pasolini propose di sostituire l’episodio dei soldati con quello della Corsa pazza, dove Bruno e Scintillone, dopo che le due prostitute decidono di accompagnare lo storpio in pellegrinaggio, fanno salire Cabiria e Matilde su una Fiat 1100 carica di pezze di stoffa rubate. I due, euforici e ubriachi, conducono l’auto a tutta velocità verso i prati della periferia e, in uno spiazzo dell’Appia Antica, si appartano con le due. All’alba Bruno e Scintillone se ne vanno, lasciando a piedi Cabiria e Matilde. La sceneggiatura per Bolognini verrà elaborata sviluppando personaggi e situazioni tratti da questo episodio nonché da altre notti come quella raccontata da Agnolo a Riccetto in Ragazzi di vita, o quella che occupa gran parte del capitolo Notte nella città di Dio in Una vita violenta. Nel film, l’antefatto del Divino Amore si conclude con l’arrivo di un camionista che distoglie Cabiria dalla processione, relitto dell’episodio sceneggiato da Pasolini. Tra gli episodi cestinati, o addirittura girati, montati e poi tagliati, c’è quello dell’Uomo col sacco, un misterioso benefattore che passava le notti portando cibo ai miserabili di Roma, e quello della Bomba atomica, una prostituta dalla leggendaria bellezza. L’episodio dell’Uomo col sacco, dopo una prima proiezione integrale del film al festival di Cannes del 1957, fu tagliato per problemi con la censura cattolica, [4] mentre quello della Bomba atomica non fu realizzato. Il contributo al travagliato finale è testimoniato da un dattiloscritto con correzioni autografe che pare attribuibile a Pasolini per l’uso di certi termini, ma non certo per l’ammorbidimento dell’urto drammatico, di quella violenza nel finale che le sceneggiature prevedevano. Una lettera del 20 agosto ’57 di Fellini a Pasolini: […] nello stato di depressione in cui mi trovo mi sono venuti dei dubbi sul finale. Aspetta un momento, non dei dubbi, ma da qualche giorno mi infastidisce un’altra soluzione che vorrei accennarti se non altro per avere la conferma che il finale del copione è molto più bello, più libero e soprattutto più sincero e coerente con me stesso. Questo lo so; sono sicuro che sarà così, però ho un gran bisogno di ascoltarlo dalla tua vocetta pacata e gentile.[…] tra dieci o dodici giorni girerò il finale. [5]Il finale dattiloscritto è diverso da quello che gli autori avevano immaginato fin dal trattamento, e che fu poi effettivamente realizzato. Si può ragionevolmente pensare che il dattiloscritto riporti, sceneggiata, quell’“altra soluzione” che infastidiva Fellini in quei giorni. Intorno al giugno 1957 nasce
anche il sodalizio con Mauro Bolognini, con il quale realizzerà
cinque film (sei con La viaccia). Marisa la civetta, definito
dallo stesso Pasolini “nella sua estrema esilità, un elegante prodotto
epigono del neorealismo”, [6] è il
primo della serie: Pasolini collabora alla sceneggiatura insieme allo stesso
Bolognini e a Tatina Demby.
Per il secondo film con Bolognini, Giovani mariti, Pasolini si occupa sia della sceneggiatura sia dei dialoghi. Nel 1958 collabora ai dialoghi dei personaggi italiani di A Farewell to Arm (Addio alle armi), tratto dall’omonimo celebre romanzo di Ernest Hemingway e realizzato da King Vidor. Con lui lavorano Leopoldo Trieste e Cesare Zavattini (le cui scene non vennero realizzate). Ci sono poi due cortometraggi:
Il mago di Mario Gallo e Ignoti alla città di Cecilia
Mangini.
Oltre la città nasce una nuova città, nascono nuove leggi dove la legge è nemica, nasce nuova dignità dove non c’è più dignità, nascono gerarchie e convenzioni spietate nelle distese di lotti, nelle zone sconfinate dove credi finisca la città, che ricomincia, invece, ricomincia nemica per migliaia di volte in polverosi labirinti, in fronti di case che coprono interi orizzonti. [9]Sono le tematiche già apparse nei suoi due romanzi Ragazzi di vita e Una vita violenta. Un lavoro a cavallo tra letteratura e cinema che dirotterà decisamente nell’ontologia del reale delle immagini del suo primo film di cui Ignoti alla città pare essere un prologo. Riguardo al film Le notti dei Teddy Boys, diretto da Leopoldo Savona nel 1959, Pasolini non compare nei titoli di testa. Stefania Parigi, nel suo approfondito saggio Su Pasolini sceneggiatore, [10] raccoglie una testimonianza di Franco Giraldi, autore del soggetto di partenza dal titolo La banda degli innamorati, e collaboratore alla sceneggiatura insieme a Elio Petri, Tommaso Chiaretti e Savona stesso. Giraldi stesso contattò Pasolini che “… fornì delle idee, qualche paginetta con lo schema dei personaggi, i loro nomi e il loro background sociale, di cui gli sceneggiatori tennero conto”. [11] Il 1959 è l’anno del terzo film con Bolognini: La notte brava, una storia che si sviluppa tutta nell’arco di una nottata. Pasolini firma soggetto e sceneggiatura, per la prima volta da solo: La notte brava è il primo film che ho interamente ideato, scritto e sceneggiato da solo. […] I produttori Cervi e Iacovoni mi hanno chiesto un film di ambiente romano. Ci ho pensato un po’ e poi ho capito che l’avevo già in mente da tempo: sia in Ragazzi di vita che in Una vita violenta, c’era la storia di una notte, una notte ideale, dilatata, violentata. Lo schema dunque era pronto: rientrava nel mio sistema stilistico. Anche il motivo della ricerca della grana era un motivo mio. Mi ci è voluto poco: non si trattava che di raccogliere e organizzare degli elementi già fermentati e maturi in me”. [12]Nell’intervista Pasolini non cita l’episodio La notte pazza, scritto per Le notti di Cabiria e poi non realizzato, vero trait d’union tra le notti dei romanzi e il film di Bolognini. In novembre, dopo che il film era già realizzato, Edoardo Bruno invita Pasolini a pubblicarne su Filmcritica alcuni brani di sceneggiatura. La lettera introduttiva è una importante testimonianza sull’itinerario di una sceneggiatura dalla carta alla pellicola e, alle volte, di nuovo sulla carta (come alcuni film americani di successo da cui si desume un romanzo senz’altro redditizio); quella sceneggiatura, immagine scritta, (luoghi, personaggi, luce, interno-esterno, fino talvolta alle indicazioni sull’inquadratura), che poi viene “resa ridicolmente astratta dalla urgente realtà delle cose” che anima il set. L’irrompere della realtà sconvolge anche il più minuzioso dei progetti scritti: nonostante il lavoro dei sopralluoghi e le numerose stesure ulteriori, la distanza tra le cose e il codice scritto per descriverle, neppure la proverbiale “sceneggiatura di ferro” può colmarla. Scrive Pasolini: Ti mando due brani: l’inizio del film fino al funerale del Mosciarella, e la parte centrale, l’episodio dell’ala rubata. Il primo brano servirà di introduzione e di campione per il “filologo” (quando, finalmente, ci si occuperà di cinema filologicamente) che volesse operare dei confronti tra testo scritto e testo girato. Il secondo brano invece è quasi del tutto solo scritto, perché nel film, la scena si è ridotta a un moncone, mentre nella sceneggiatura è un vero e proprio episodietto. È abbastanza interessante che esca completo nella tua rivista perché, come forse saprai, darò prima o dopo a Garzanti un racconto che si intitolerà appunto “La notte brava”, e che sarà la riduzione narrativa della sceneggiatura. Vero e proprio monstrum delle nuove lettere. In tal racconto la parte centrale sarà l’unica cambiata: sarà molto più realistica e infinitamente meno natalizia. Perciò questo episodio dell’ala vedrà la luce solo in Filmcritica. Piccola pezza d’appoggio per il filologo inesistente. [13]Con La notte brava Pasolini compie il doppio salto letteratura/cinema, fase del processo di natura sperimentale, teso alla commistione di “generi, tecniche, linguaggi e stili appartenenti a serie e campi espressivi diversi”, [14] fino all’apice di Teorema, “un racconto da cui il film è tratto e che dal film è stato corretto” [15] Pasolini stesso ammette implicitamente che la sceneggiatura in mano a Bolognini non è stata realizzata alla lettera. Ed ecco appare Sergio Citti, che già aveva aiutato Pasolini a scrivere la sceneggiatura, e che Bolognini vuole al suo fianco per tutto il film come assistente ai dialoghi e location manager; la produzione gli corrisponde 15.000 lire come settimanale, Sergio colma dei buchi di sceneggiatura. La scena in cui Anna Maria Ferrero (Nicoletta, la terza prostituta) viene dileggiata e presa a secchiate d’acqua e lanci di immondizia da Ruggeretto e Scintillone, ad esempio, la scrive con Guglielmo Spoletini, più noto con lo pseudonimo di William Bogart, attore di western all’italiana negli anni ’60 e ’70. Lo stesso Spoletini ricorda che lui e Citti scrissero insieme la scena in un bar di Tor de’ Schiavi, in quanto la Ferrero aveva ancora tre pose da fare e mancava una parte della sceneggiatura (quella successiva al furto del portafoglio da parte delle tre mondane). Forse anche per questo, Anna (Elsa Martinelli) e Crocefissa (Antonella Lualdi), dopo la scena del furto del portafoglio scompaiono dal film. Tornando a Citti, si può affermare che collabora su un set cinematografico per la prima volta, comparendo anche in una scena, riconoscibile tra gli avventori di un bar. Al film seguirono alcune polemiche tra Bolognini e Pasolini riguardo l’uso di attori francesi (Laurent Terzieff e Jean-Claude Brialy) al posto di altri presi dalla strada, come avrebbe voluto Pasolini. Due posizioni antitetiche: da una parte l’ossessivo realismo di Pasolini (che era comunque ben conscio del percorso di trasposizione e quindi di cambiamento di un testo), dall’altra l’elegante stilizzazione di Bolognini. Del 1959 è anche la collaborazione per La dolce vita, dove il nome di Pasolini non compare nei titoli di testa. Al Fondo Pasolini sono conservati alcuni dattiloscritti comprendenti tre scene soppresse sul personaggio di Dolores (Marcello dà da leggere il suo libro a una scrittrice, una donna di mezza età, che lo boccia), una scena dal titolo Rissa al portico di Ottavia, che non c’è nella sceneggiatura, ma si desume che sia immediatamente precedente alla festa nella villa del principe (alcuni fascisti oltraggiano i caduti alle Fosse Ardeatine gettando immondizia sulle lapidi commemorative, Marcello e Paparazzo reagiscono, ne nasce una rissa, dove interviene una caldarrostaia che versa cenere bollente sui fascisti; arriva la celere, la macchina fotografica di Paparazzo è distrutta, Marcello ha un occhio nero), delle scene titolate La serata nella villa del principe. Sergio Citti ricorda di aver scritto con Pasolini in un’osteria di Ponte Mammolo l’episodio dell’incontro di Marcello Rubini (Mastroianni) e Maddalena (Anouk Aimée) con una prostituta a piazza del Popolo, e i successivi sviluppi (la casa allagata della prostituta ai Cessati Spiriti, il pappone che compare all’inizio e alla fine della scena). Nel film ritroviamo quest’ultima scena per intero e poche tracce di quella intitolata La serata nella villa del principe, mentre la sceneggiatura pubblicata da Cappelli nel 1960 a cura di Tullio Kezich riporta solo quest’ultimo episodio dei tre contenuti nei dattiloscritti. Per quanto riguarda la scena di Dolores, sono sempre le parole di Pasolini a chiarire l’intricato quadro di progetti, ripensamenti, modifiche: […] vado da Fellini, che dietro ai villini di Fregene, dietro la pineta, gira con la rediviva Louise Rainer un episodio de La dolce vita: mi presento sfuggente e vergognoso. Dovevo aiutare Fellini a scrivere alcuni dialoghi per questo episodio (una scrittrice è la protagonista) e invece me ne sono andato in giro per le spiagge del Tirreno. […] ora non so che faccia fare, davanti a questa troupe feroce, a questi visitatori crudeli, ciechi di snobismo, a lui, che se ne sta là, in piedi, col guancione e l’occhio bistrato dalla fatica, a gridare patetici diminutivi, davanti alla mostruosa conchiglia, posto di supreme eleganze, che egli ha eletto sede della sua eroina-ragno. Ormai sono proprio a Roma. [16]Si tratta proprio dell’episodio di Dolores, che quindi venne effettivamente girato, e scartato successivamente in moviola. Durante l’estate del 1959 c’è un altro lavoro che non si concretizza: si tratta di Lettere di una novizia, da Piovene, per un certo P.C. (Carlo Ponti), ridotto insieme a Ennio De Concini, che doveva essere realizzato da Bolognini (non ci sono legami alcuno tra questo progetto e Lettere di una novizia di Alberto Lattuada, girato nel 1960). In agosto Pasolini riceve l’incarico dal giovane produttore Alfredo Bini (che poi avrà il merito di far esordire Pasolini alla regia con Accattone nel 1961) di sceneggiare per Bolognini un romanzo di Vitaliano Brancati, Il bell’Antonio, progetto inseguito dal regista fin da quando era aiuto di Zampa, già materia di diversi infruttuosi tentativi di sceneggiatura, tra i quali uno di Brancati stesso. Bini affida il libro e un trattamento di Gino Vicentini a Pasolini affinché ne tragga una sceneggiatura finalmente “filmabile”. In un articolo apparso su Reporter nel febbraio del 1960, scritto dopo una visione privata del film, Pasolini fa delle interessanti osservazioni sul sistema usato nella scrittura, oltre che alcune notazioni comparative tra cinema e letteratura degne del più vivo interesse, e canoniche per un aspirante sceneggiatore: Per prima cosa ho riletto il romanzo, dopo alcuni anni (e l’avevo quasi del tutto dimenticato). Mi è piaciuto poco: il mondo ideologico di Brancati era confuso: in realtà egli non aveva altro di autentico da dire che la propria scontentezza, le proprie impuntature morali, la propria disperata sensualità. E non è poco, intendiamoci: e infatti Il bell’Antonio è pieno di belle pagine, di scene deliziose, amare, pungenti, eleganti. Anche la maniera stilistica non aveva che dei lati esteriori in comune con quella della formazione e in parte della maturità di Brancati: non era prosa d’arte adattata al romanzo. Era qualcosa di diverso, seppure talvolta altrettanto preziosa, compiaciuta e fine: l’eleganza di Brancati era più nei concetti, nelle trovate, che nel vero e proprio stile in sé […] Tuttavia, sotto questa scorza vibrante e autentica, non esisteva un vero e proprio contenuto ideologico: non c’era struttura. […] In altre parole la visione del mondo di Brancati era limitata a una critica amara moralistica ed elegante della società, e in un non profondo lirismo delle psicologie dei personaggi, stravaganti e tipici: sempre sull’orlo della macchietta e dell’aneddoto. […] Tutto ciò significa che nel romanzo di Brancati, c’erano tante belle scene, tanti bei personaggi, maggiori o minori, ma non c’era il film. Voi sapete che il film deve rozzamente basarsi su dei dati molto semplici e accessibili: deve avere una ragione di essere precisa e quasi ovvia (la morale) e una struttura altrettanto precisa e ovvia (la trama). Nel romanzo di Brancati la morale era ambigua ed elegante: egli anzi non dava giudizi se non particolari, sporadici o capricciosi. Il suo romanzo non ha messaggio: e benché sia così puntigliosamente infarcito di aneddoti e puntate politiche (antifasciste, perché si svolge nell’anteguerra), era apolitico per definizione. Infatti non basta affatto, specie dopo il fascismo, essere antifascisti. Il motivo centrale, che poteva essere splendido, ossia l’impossibilità a essere cittadino, con oggettivi problemi morali e politici, per chi ha una vita privata troppo particolare e prepotente (nel caso del bell’Antonio l’impotenza sessuale), era nel libro del tutto eluso. Ora non starò a dire qual è la “morale” e la “trama” con cui sceneggiando, ho reso filmabile il romanzo, lasciando intatti i fatti e le scene singole: il lettore lo vedrà quando sarà spettatore. Anticiperò soltanto la trovata che ha reso filmabile il romanzo da un punto di vista… sessuale. Sì, il grande scoglio era questo: come rappresentare davanti al pubblico l’impotenza del bell’Antonio? La si poteva rendere accettabile, digeribile?Il film è un successo, miete premi in diversi festival anche grazie alla superba, intensissima interpretazione di Marcello Mastroianni, subentrato a Jacques Charrier all’ultimo momento (l’attore francese non se la sentì di interpretare il ruolo di un impotente). Alla fine dell’anno esce Morte di un amico, diretto dal Franco Rossi già autore del bellissimo Amici per la pelle e del futuro Odissea nuda, fortemente rimaneggiato dal produttore Sandro Ghenzi (che nei titoli firma la supervisione alla sceneggiatura) attraverso la penna di Franco Riganti, tanto da indurre un inferocito Pasolini a ritirare la firma dalla sceneggiatura (a cui aveva collaborato anche l’immancabile Sergio Citti, che aiutò Franco Rossi anche nella scelta di alcune ambientazioni e propose dei personaggi). Pasolini appare nei titoli del film solo tra gli autori del soggetto con Giuseppe Berto e Oreste Biancoli, oltre a Riganti stesso, che firma la sceneggiatura insieme a Rossi e Ugo Guerra): un esempio di quanto tortuoso e infido possa essere il percorso di una sceneggiatura. Da un articolo di Pasolini per Reporter, datato febbraio 1960, in risposta a una indiretta polemica innescata su L’Europeo da una recensione di Giuseppe Marotta, si ripercorre la storia del film (oltre al soggetto attinto dalla viva realtà). Un esempio-tentativo di filologia produttiva (come dire un esempio di utopia: quanti particolari sono sepolti per sempre nelle memorie?) della inestricabile matassa di influenze che caratterizza l’opificio cinematografico, il film come arte collettiva (cui sola fase di massimo controllo è la selezione e giustapposizione del girato, ossia il montaggio), e di come il cinema abbia il primato di arte compromessa con l’industria, col denaro, male necessario. Circa due anni fa, il vecchio, simpatico uomo di cinema Franco Riganti, si è rivolto a me per un soggetto di ambiente romano: anzi un soggetto esisteva già, una grigiorosa, castellaniana storia di due amici: ma a me è piaciuta così poco, che ho preferito ricominciare tutto daccapo. Il soggetto ce l’avevo, in natura. Pochi giorni prima, infatti, alla Garbatella […] avevo rivisto un mio vecchio amico: vecchio, naturalmente, per modo di dire, perché avrà avuto allora diciotto o diciannove anni: ma io lo conoscevo da quando ne aveva quattordici. Si chiamava Memmo. Era un tipo “Rudi”: tenero di pelle, pallido, con basette lunghe, capelli lisci e neri, adolescente fino al midollo: uno degli eterni adolescenti romani: non era affatto cambiato da quando era ragazzino. Lo capii subito, da quel minimo di cambiamento che c’era in lui, una specie di riserva un po’ incallita in ogni suo atto, che faceva il pappone. Così giovincello - l’ho saputo dopo - era il cocco di tutte le prostitute della zona: la sua vita era tutta data, gettata, senza speranza. E non gliene importava niente. In una specie di muta passività, con tutta la sua allegria di giovane malandrino, di dolce Rudi, si lasciava trascinare via. Era proprio il suo destino morire, come morì, qualche mese dopo, tisico. Lo ha accompagnato un autentico, poetico dolore in tutto quell’ambiente che nei giornali si dice “equivoco”: un gruppo di povere donne e poveri uomini, che lottano, a ragione, una lotta indegna e disperata. Bene, caro nemico, ho elaborato questa materia con Riganti e gli altri che compaiono nei titoli di testa del film: ne è venuto fuori un trattamento che, gira e gira, è capitato tra gli artigli ben curati del produttore Ghenzi. Questi, per aprioristica stima verso lo scrittore, si è rivolto a me (la regia allora avrebbe dovuto essere di Emmer), perché facessi la sceneggiatura. L’ho fatta, togliendo al trattamento quel tanto di inevitabilmente conformista, roseo, commerciabile che doveva servire per i produttori volgari: non per Ghenzi, che si presentava come produttore qualificato. Ne è venuta fuori una sceneggiatura forte, dura, tetra, benché continuamente allegra e spiritosa, come sono sempre allegri e spiritosi i ragazzi romani anche se sono destinati a morire. Il linguaggio, per intenderci, era quello della Notte brava […] La mia sceneggiatura ha atterrito Ghenzi, che, dando in isteriche escandescenze, ha impedito qualsiasi dialogo tra noi: io mi sono arrabbiato - perché credevo in assoluta buona fede a quello che avevo scritto, e ci credo tanto che ne sto facendo un racconto - e me ne sono andato. Ghenzi ha fatto riguardare la sceneggiatura da Riganti, perché vi rimettesse tutto quello che avevo espunto: il grigiorosa castellaniano, il linguaggio ibrido e infantile, le trovatine cinematografiche ecc. ma, soprattutto, il conformismo, il conformismo borghese, senza il quale Ghenzi, e tutti voi, siete morti, annaspate nell’ombra. Si capisce, la storia era rimasta uguale, il seguito degli avvenimenti e degli sviluppi dei personaggi, il montaggio delle scene era rimasto come l’avevo scritto io: ma tutto era stato involgarito, sfatto, smussato, addolcito. […] non ho potuto accettare un simile scempio; e non ho voluto che la mia firma comparisse nei titoli del film. [18] Ecco un altro esempio di come alcuni produttori fossero poco comprensivi verso ricerche espressive che potessero compromettere la comprensibilità dei dialoghi, e il ritorno economico. Il film fu un flop, e la censura severissima. In novembre Pasolini è a Milano per Polenta e sangue, poi Milano nera, che uscirà nelle sale nel 1963 per la regia di Gian Rocco e Pino Serpi. In un articolo su Paese Sera del dicembre 1961, col titolo “Cronaca di una giornata”, Pasolini parla del suo contributo a questo film, iniziando con un lungo sfogo sui propri crediti finanziari: Si tratta ancora una volta di un milanese […], un certo T. (Renzo Tresoldi, produttore del film) – di famiglia ricca e onorata, da far conoscere a Gadda - il quale, probabilmente, come desumo, incantato da due ispirati, due registi di cui ora non mi viene in mente il nome, l’inverno passato arriva, con un colpevole occhio smarrito - insieme ai due ispirati, uno istriano e uno siciliano - e mi chiede di sceneggiargli un film sui teddy–boys milanesi. […] Insomma: vado a Milano, passo venti giorni atroci in un alberghetto a lavorare come un cane, lavoro altri atroci venti giorni a Roma. La prima metà del prezzo pattuito riesco a strapparla: la seconda metà l’avete vista voi? [19]Pasolini consegnerà la sceneggiatura a Edoardo Bruno affinché sia pubblicata su Filmcritica, nel 1960, come fu per La notte brava l’anno prima. Il critico per problemi pratici ne rinvia la pubblicazione, poi “dopo un travagliato iter da un cassetto a un altro, da una casa a un’altra, da un amico a cui lo avevo prestato perché finisse un suo libro su Pasolini, il dattiloscritto scomparve misteriosamente senza lasciare tracce” [20]. Bruno lo ritrova nel 1993, e dedica l’intero numero natalizio di Filmcritica del 1995 a La nebbiosa, titolo che ne sostituiva un altro, La rovina della società, testo definito da Bruno “agghiacciante nella sua forza drammatica”, [21] dove è interessante l’ambientazione trasposta dalle borgate romane alla periferia milanese, il lessico milanese affrontato come problema di linguaggio e stilistico. Infine un soggetto dal titolo I morti di Roma, diviso in cinque episodi, con delle note introduttive, contenuto nel volume Storie della città di Dio. Racconti e cronache romane 1950–1966, curato da Walter Siti. I cinque episodi che vogliono comporre un “Grande servizio su Roma” sono tutti intrecciati intorno al Tevere e ai suoi 21 ponti, e vogliono “Dipingere questo senso di morte - tragica, virulenta, belliana - attraverso la rappresentazione del più esplosivo e allegro vitalismo”. Nel 1960 Pasolini è più impegnato che in passato in scritti per il cinema. Ne esistono testimonianze dirette: in una lettera inviata a Luciano Anceschi in gennaio, così le elenca: Devo raccontare, in modo tecnicamente esatto, i racconti romani di Moravia, in un racconto per il regista Bolognini, che si intitolerà La giornata balorda; devo raccontare, di nuovo, in una nuova tecnica, per il regista Brusati, Una vita violenta; sto finendo di raccontare, sempre coatto dalla tecnica, Una notte del ’43 di Bassani, per il regista Vancini; e sto infine scrivendo il “trattamento” (processo tecnico del tutto vergine di ripercussioni critiche) di un film che girerò io come regista, La commare secca. [22]In una lettera a Lanfranco Caretti, inviata in marzo, scrive che deve “finire due sceneggiature” (probabilmente La giornata balorda e Una notte del ’43) e, nell’articolo che apre la collaborazione con il periodico Vie Nuove (i famosi “Dialoghi”), il 28 maggio scrive: “sto lavorando a tre sceneggiature, sto preparando un film di cui sarò regista” [23]che Nico Naldini identifica in quelle de La giornata balorda, Il carro armato dell’8 settembre e La lunga notte del ’43, mentre il film è Accattone. Sempre per Vie Nuove, in luglio scrive: In questi ultimi quattro o cinque mesi, ecco il lavoro che ho svolto: cinque sceneggiature (La vita urlata, La lunga notte del ’43, La giornata balorda, Il carro armato, Il gobbo del Quarticciolo), e ne ho iniziata una sesta (quella del mio film Accattone) […]. [24]Questa serie di indicazioni di sua mano aiutano a mettere un po’ di ordine, pur lasciando qualche dubbio (che fine ha fatto La vita urlata?). Il film realizzato per primo fu La lunga notte del ’43, le cui riprese iniziarono nel febbraio dello stesso anno, per la regia dell’esordiente Florestano Vancini - che vinse il premio Opera Prima al festival di Venezia - e grazie al coraggio di due giovani produttori, Alessandro Jacovoni e Tonino Cervi, che già avevano realizzato La notte brava (ma poi si fecero sfuggire Accattone!). Il film era tratto da un racconto di Giorgio Bassani, ispirato a un tragico episodio realmente accaduto a Ferrara durante la dittatura fascista, di cui Vancini era stato testimone oculare. Il regista ferrarese ne ricava un trattamento, che poi sceneggia insieme a Ennio De Concini e Pasolini, che in un dialogo per Vie Nuove pubblicato in ottobre poco dopo l’uscita del film ne fornisce un’esauriente resoconto: […] prima Bassani, poi il regista Vancini – che ha fatto l’adattamento cinematografico del racconto – e infine, De Concini e io, sceneggiatori, ci siamo documentati direttamente sulla storia: sia attraverso testimonianze orali, sia attraverso la stampa e le pubblicazioni dell’epoca […] Io avrei voluto usare tali testimonianze fino alla lettera; esservi fedele senza alcun compromesso. Ciò non era evidentemente possibile. Comunque io ho tentato: e nella sceneggiatura si può leggere una scena - che poi non è stata, con mio grande dolore, girata – in cui Pino Barilari, dalla finestra, all’alba, guardando i morti sul marciapiede, dice alla moglie, muta, i nomi di alcuni dei fucilati, riconoscendoli. Questa semplice enumerazione poteva essere un momento quasi epico, dolorosamente umano. E c’era poi una variante della sceneggiatura, in cui io avevo scritto un rapido dialogo tra alcune donne davanti a cui passava Anna, che dava altre circostanze “vere” di quella notte. [25]Per quanto riguarda La giornata balorda, scritto da Pasolini insieme a Moravia (dai cui Racconti romani e Nuovi racconti romani il film è tratto) e Marco Visconti, con il solito apporto di Sergio Citti, che ricorda le riunioni di sceneggiatura a casa di Moravia, e diretto da Mauro Bolognini, e Il carro armato dell’8 settembre (da un soggetto di Rodolfo Sonego, sceneggiatura di Pasolini, Elio Bartolini, Goffredo Parise e Gianni Puccini, che lo dirigerà), i due film sono accomunati da una polemica nata ancor prima che vengano realizzati: l’allora ministro Tupini legge in parlamento alcuni stralci di sceneggiatura, accusando il cinema italiano di scurrilità, oscenità e turpiloquio. Dalle pagine di Cinemasud, come risposta Pasolini pubblicherà alcuni stralci di sceneggiatura de La giornata balorda, utili per quel filologo inesistente da lui inventato, proseguendo idealmente il lavoro di recupero di brani di sceneggiatura non realizzati iniziato provocatoriamente su Filmcritica con La notte brava. Rimanendo in tema di censura, un film falcidiato fu Il gobbo del Quarticciolo di Carlo Lizzani, scritto dallo stesso regista con Rodolfo Sonego, Ugo Pirro, Mario Socrate, con la collaborazione di Pasolini e Sergio Citti, che ricordava bene quel fatto di cronaca nera accaduto a Roma. La prima stesura di Pasolini e Citti non venne accettata integralmente. [26] Alla fine Pasolini farà un piccolo ruolo, quello del bandito Leandro il monco. Il film subì la bellezza di 52 tagli, fu censurata perfino la musica del maestro Piero Piccioni perché, in una scena dove i partigiani depongono le armi nelle mani degli americani, echeggiavano le note di Bandiera rossa, e costò a Pirro, in seguito alle sue dichiarazioni polemiche contro la Direzione dello Spettacolo, un anno di esclusione dal suo lavoro. Lizzani su Pasolini: […] ebbi l’idea, bene accolta da De Laurentiis, di fargli dare una guardata ai dialoghi. Ci fu un certo conflitto tra Pirro e Pasolini, che però fu da me composto e prendemmo il meglio che ci poteva dare Pasolini, non mutando comunque la struttura che avevamo pensato e su cui Pasolini voleva intervenire. Poi Pasolini accettò la mia proposta di fare questo personaggio del monco. […] Ogni giorno, caso raro per un attore anche se non professionista, come è raro per uno sceneggiatore, si tratteneva a lungo sul set oltre l’orario, a vedere gli attori, a interessarsi degli obiettivi, e di quello che facevano tutti i vari componenti la troupe. Insomma si affezionò alla vita del set. [27]Su Una vita violenta, scritto e diretto in tandem da Paolo Heusch e Brunello Rondi negli ultimi mesi del 1961, trattamento di Franco Solinas, con la mano di Pasolini nella sceneggiatura (come Pasolini stesso indica nella lettera ad Anceschi sopra citata, con Franco Brusati come regista) le parole di Rondi: Avemmo la grande chance di avere Pasolini come collaboratore alla sceneggiatura, Pasolini ci diede dei pezzi di sceneggiatura tratti dal suo romanzo, scritti di suo pugno; non so più per quale motivo di produzione non li abbiamo realizzati, e questa fu una grave colpa. Il film non si rifaceva in nessun modo al modello di Accattone, perché - adesso non ricordo bene le date - noi non l’avevamo ancora visto. Ci fu una contemporaneità che giocò interamente a nostro completo sfavore. Forse quando noi girammo Una vita violenta Pasolini non aveva ancora cominciato Accattone. [28]Per La commare secca, celebre figura allegorica del Belli per designare la morte, nella citata lettera ad Anceschi, Pasolini lo classifica come “film che girerò io”, idea lasciata nel cassetto per l’irrompere di Accattone, di cui parla per la prima volta in una risposta a un lettore nei “Dialoghi” su Vie Nuove, in luglio (vedi sopra). Pasolini aveva già un contratto con Cervi e Jacovoni dell’Ajace per il soggetto de La commare secca, tralasciato per montare la laboriosa e travagliata produzione di Accattone. Successivamente, la sceneggiatura viene affidata a Bernardo Bertolucci e Sergio Citti, [29] che già avevano affiancato Pasolini durante le riprese di Accattone. I due modificano qualcosa dal soggetto iniziale (cui aveva messo mano anche De Concini): pur rimanendo identico il meccanismo della storia (un’inchiesta, con ciascun personaggio che, per così dire, confessa la propria vita) i personaggi cambiano: la vittima da omosessuale diventa prostituta, l’assassino da adolescente diviene un friulano trapiantato a Roma, alcuni indiziati scompaiono (certi sottoproletari “tipici”) e altri se ne aggiungono, come il soldatino. La regia doveva essere di Leopoldo Savona, che Alfredo Bini aveva affiancato a Pasolini durante le riprese di Accattone. A un certo punto, saltato Savona, è lo stesso Pasolini (impegnato nella preparazione di Mamma Roma) a suggerire a Cervi, che premeva per sfruttare l’onda del successo di Accattone, il nome di Bertolucci per la regia. Sergio Citti collaborò saltuariamente anche durante le riprese, trovando le facce giuste di alcuni personaggi (l’uomo con gli zoccoli, la prostituta assassinata, Francolicchio). Il film partecipa al festival di Venezia del 1962, ma la critica non è favorevole e lo liquida generalmente come un’espressione di “pasolinismo senza Pasolini”. Concludendo l’excursus, ricordiamo il secondo cortometraggio con Mario Gallo, Caschi d’oro, un documentario a soggetto scritto da Pasolini e prodotto dalla Documento Film, che “assume a campione di analisi un ‘movimento’ presessantottino (formato da giovani consumatori notturni di jazz in locali-scantinato della capitale, borghesi anticonformisti pariolini ossigenati) in voga fra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60”. Pasolini trova anche il tempo per una riduzione - rifacimento de I promessi sposi, con Ennio De Concini, su commissione di Carlo Ponti, lavora con Valerio Zurlini per La ragazza con la valigia, [30] e per La ragazza in vetrina di Luciano Emmer. Oltre ai suoi film, è certo che Pasolini scriverà insieme a Sergio Citti i primi due film di questo, Ostia e Storie scellerate. Ma questa è un’altra storia. ---------
|
. |
|
|
|