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Saggistica Quale lingua per la
letteratura?
Nel 1964, Pier Paolo Pasolini apriva un dibattito che sarebbe durato parecchi mesi sia sulle riviste di cultura che sui giornali. Per lo scrittore italiano la nascita di una nuova borghesia italiana negli anni del boom economico comportava la nascita dell’italiano nazionale. Ma l’italiano nazionale voleva dire la fine della convivenza delle molteplici forme linguistiche – regionali, comunali, dialettali – che avevano caratterizzato l’Italia sino a quel momento. Non solo: questa nuova borghesia avrebbe imposto in Italia, in un processo di omologazione violenta, una visione egemonica della vita politica, sociale, economica e culturale del paese. Nell’Ottocento, un’altra borghesia, quella che promosse il processo di unificazione nazionale o “Risorgimento”, era convinta che i modelli a cui l’Italia doveva aspirare erano la lingua fiorentina e la cultura toscaneggiante. Questa borghesia, però, aveva confermato il valore primordiale della lingua italiana: la sua espressività, cioè, la sua capacità di esprimere, sulla base del fiorentino, variegate forme linguistiche che testimoniavano il ricchissimo patrimonio culturale regionale e dialettale. Per Pasolini il fenomeno più allarmante dell’omologazione diffusa dalla nuova borghesia è la trasformazione o, anzi, la sostituzione del principio di espressività per quello della comunicabilità. Ma comunicabilità vuole dire che la nuova lingua aspira all’esattezza, ripudia le ambiguità della forma e del significato, contrasta la tradizione linguistica dell’italiano, debitrice della sintassi latina, ed impone l’idea di una lingua efficace, economica e spendibile socialmente. In poche parole, alla vecchia idea della letteratura come godimento della forma s’impone l’idea del consumo. Con queste lucide osservazioni, lo scrittore italiano poneva una domanda complessa: cosa fare con la nuova lingua italiana, che nella sua tendenza all’appiattimento e alla semplificazione generale, nella sua sottomissione ai mezzi di comunicazione di massa, rappresenta una sola idea d’Italia? Come scrivere un romanzo o una poesia senza essere consapevoli che l’Italia stava rompendo i ponti con la vecchia tradizione umanistica? [Pier Paolo Pasolini, “Nuove questioni linguistiche” (1964), in Empirismo eretico, Garzanti, Milano] Il saggio e gli articoli in cui Pasolini polemizzò anche in modo violento con altri scrittori e intellettuali dell’epoca, è sorprendentemente attuale e vigente. In primo luogo, perché pone una domanda che rimane tuttora aperta. In secondo luogo, perché mette in chiaro che per molti autori contemporanei la crisi dell’identità letteraria dell’Italia, iniziata in quegli anni, appare chiara e imponente, latente e quotidiana. 21 settembre 2005
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