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Saggistica San Paolo, l'apostolo
delle genti
Il film prende l’avvio a Gerusalemme, un mese circa dopo la morte di Gesù in croce. Saulo viene subito in primo piano con un’azione simbolica. Lui, fariseo, e Ruben, sadduceo, si stanno sfidando in una specie di lotta rituale dentro una piccola arena. Il tema drammatico è ormai posto. La cifra narrativa è lo scontro tra due amici-nemici, tra due correnti di pensiero che interpretano in modo opposto la stessa fede religiosa, tra due uomini che alla fine si vengono a trovare su lati opposti della barricata. Dovunque si trovi ad agire, Saulo-Paolo scatena una tempesta ideologica, perché in lui la legge di Cristo combatte un duello senza fine con la legge di Mosè. La sua conversione, che avviene sulla via verso Damasco, è rappresentata con efficacia da due immagini. Paolo consegna la spada di ferro, per assumere la spada tagliente della parola che annuncia il Vangelo. Paolo brucia la lettera di pergamena che gli dà l’autorità di arrestare i cristiani, per scrivere d’ora in avanti lettere di straordinaria intensità alle comunità da lui fondate. In passato non sono corsi
buoni rapporti tra il cinema e san Paolo. La "fabbrica dei sogni" ha tenuto
sempre ai margini questo indiscusso protagonista della Chiesa delle origini.
Eppure, la sua vita è stata un susseguirsi di eventi spettacolari,
il più delle volte drammatici, in qualche caso rocamboleschi: fughe
notturne,
prigionie, naufragi e flagellazioni, lunghi viaggi per terra e per mare.
La sceneggiatura di Pasolini Nell’esistenza spericolata di Paolo, la cui attività ha avuto come epicentro il cosiddetto "mondo dell’ulivo" dove spiccavano i centri urbani di Atene, Corinto, Tessalonica, Troade ed Efeso, non sono mancate nemmeno le figure femminili, altro elemento che il cinema sa bene come valorizzare. Non è difficile pensare, allora, che siano state la complessità della sua figura e l’abissale profondità del suo pensiero a scoraggiare l’incontro dell’apostolo per eccellenza con la settima arte. Il tentativo più noto di far incrociare le strade di Paolo con quelle del cinema fu operato da Pier Paolo Pasolini quando, su richiesta dell’allora direttore della Sampaolo Film don Emilio Cordero, scrisse 154 pagine, datate maggio-giugno 1968, con il primo abbozzo di sceneggiatura – che il regista definiva appunti per il direttore di produzione – per realizzare un film su Paolo di Tarso. Pasolini aveva gettato Paolo nel mondo di oggi, sradicandolo dal suo tempo; la sua predicazione incendiava le megalopoli occidentali: Parigi, Bonn, Barcellona, Monaco, Napoli; e lo faceva morire ammazzato in uno squallido alberghetto di New York. Per diversi motivi – alcuni
noti, altri portati nella tomba o sepolti nella memoria – il progetto non
andò in porto. Né allora né quando, una ventina di
anni dopo, Krzysztof Zanussi, regista polacco, riprese in mano l’incandescente
"materiale" scritto da Pasolini.
Gli zeloti e i fedayn Meno conosciuta, invece, è l’operazione "ideologica" di Gianni Toti. L’inviato speciale de L’Unità, amico di Che Guevara e di Salvador Allende, artista poliedrico, aveva già messo mano a due lavori per il cinema – e il mondo del cinema, (in)consciamente, non li volle, colto alla sprovvista o forse semplicemente terrorizzato. Il primo è ...e di Shaùl e dei sicari sulla via di Damasco, cui seguì Alice nel paese delle cartaviglie: due tentativi di proporre un’idea di cinema che esulasse dalla prassi istituzionale senza sconfinare nel campo puro – e proprio per questo a tratti respingente, magmatico, indistinto – dell’avanguardia. Il primo, non proprio un film "su" san Paolo, ma un film "a partire da" san Paolo. Il regista guarda "da sinistra" la vicenda di Paolo e la sua relazione conflittuale con gli zeloti, setta di estremisti ebrei che combattevano l’imperialismo di Roma. Gli zeloti-terroristi di allora si potrebbero paragonare ai fedayn di oggi. Il dibattito è centrato sul rapporto tra la dottrina messianica di Paolo, la coscienza critica e l’utopia rivoluzionaria. Un film-saggio, che si sofferma anche a spiegare al pubblico alcuni "trucchi" cinematografici adottati. Roger Young e Gianni Toti. Due sole volte Paolo è diventato protagonista nella finzione cinematografica. La terza, quella appena immaginata da Pier Paolo Pasolini, è rimasta soltanto un’ombra. * * *
«È un artista, dici, la verità lo abbarbaglia. Ma l’artista, dice lei, è uno che non si lascia abbagliare. Semmai si stupisce, che la verità inesista, suggerisce quest’altro. L’artista è uno che non ci crede, che solo nella menzogna crede. Che non ci crede. Che. L’artista non. Ecco. Solo non. Scrutalo quando non ti vede, quando non si pensa, quando la sua téchne non è techniké. Non sa nulla, è soltanto attraversato. Lascia tutte le porte aperte, spalancate anzi, non ha nemmeno porte. È, una porta negata. Se lo guardi, poi, non c’è più, scompare alla vista. L’artista è una parola, un nome, un sogno di uomo, di donna, di. Per questo io mi lascio dire artista. Perché non.» |
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