"Pagine
corsare"
Saggistica
da
Marco Antonio Bazzocchi
Corpi che parlano. Il
nudo nella letteratura italiana del Novecento
(Bruno Mondadori, 2005)
Corpi
giovani [1]
L’accusa di Pasolini contro
la cultura giovanile all’inizio degli anni settanta passa attraverso una
diagnosi fisica. Pasolini, che sta cercando una via d’uscita poetica al
cinema con la Trilogia della Vita, una serie di film quasi esclusivamente
dedicata ai giovani, pensa che anche la rappresentazione del corpo e della
sessualità sia ormai intaccata dal nuovo Potere consumistico. Il
corpo dei giovani è diventato oggetto di mercato, le “mode” sono
segnali di asservimento al Potere, quelle che erano facce sono ormai maschere,
«le maschere del nuovo rito capitalistico». Eppure, ancora
fino al Fiore delle Mille e una notte, lui stesso pensa di poter
indicare una smagliatura nel sistema, prima che la prigione si chiuda definitivamente
con le porte della grande villa neoclassica di Salò.
Dopo la morte di Pasolini sembra che le sua diagnosi siano state dimenticate,
o forse scavalcate. Gli anni Ottanta e Novanta ritornano con determinazione
al corpo, spesso con modalità gioiose, con un lungo processo di
“estetizzazione” che dura ancor oggi e che si diffonde capillarmente, dal
cinema alla pubblicità. E i giovani sono, anche in letteratura,
i fruitori privilegiati di un mercato creato solo per loro, o quasi esclusivamente
per loro. L’esibizione della sessualità sta al centro di questo
mercato, come se tutto il discorso pasoliniano sul corpo avesse acquistato
un rinnovato vigore, invertendosi però di segno: non più
“abiura” del corpo giovane, e di tutti i corpi, [2]
ma sua esaltazione incondizionata. Prima di arrivare al contesto attuale
cercherò di recuperare qualcosa che si trova a monte della contemporaneità,
e che ci serve, per contrasto, a capirla.
Atti impuri
Il primo romanzo italiano
esplicitamente dedicato alla sessualità giovanile, se si esclude
Ernesto di Saba (che esce postumo, nel 1975, e comunque viene composto
a partire dal ’53) è Agostino di Alberto Moravia, pubblicato
nel ’45 quando lo scrittore ha 38 anni e ha già una certa serie
di opere a suo carico. Il successo da allora continuo del racconto è
dovuto al fatto che, in una trama essenziale e rigorosa, Moravia descrive
tutte le fasi della crescita sessuale di un adolescente, secondo una scansione
classica. All’inizio del racconto Agostino vive completamente immerso nella
sfera materna, e progressivamente se ne allontana restando comunque legato
alla figura femminile principale di riferimento. L’apprendistato intellettuale
di Agostino passa attraverso il desiderio di «non amare più
sua madre», desiderio che rimane comunque frustrato perché
l’atto definitivo di distacco, cioè la conoscenza di un corpo femminile
diverso da quello materno, non si realizza mai, anche se alla fine del
racconto, quando con un amico decide di recarsi in una casa di tolleranza,
Agostino, lasciato fuori per la giovane età, si deve accontentare
di vedere un corpo femminile attraverso una finestra: «Era vero che
aveva veduto per un momento la donna desiderata, ritta nella sua veste
di velo, il petto nudo; ma intuiva oscuramente che questa immagine insufficiente
e ambigua sarebbe stata la sola ad accompagnarlo nel ricordo per lunghi
anni infelici». Questo blocco sessuale risolto in immagine costituisce
l’approdo della iniziazione di Agostino, anzi potremmo dire che Moravia,
adottando uno schema poi ripreso in altre opere, fa della visione sessuale
il momento essenziale della formazione del personaggio, momento privilegiato
in quanto consente di vedere il corpo dell’altro ma lo tiene a distanza,
lo rende un oggetto di protratta elaborazione intellettuale.
Il simbolismo utilizzato da Moravia è elementare e essenziale, risponde
a una visione naturalistica e mitica del corpo femminile, spiato come una
realtà definitiva, anzi come l’unica realtà, la Realtà.
Agostino guarda, senza essere visto, la madre che si spoglia, e vede in
lei una creatura affascinante e potente, una dea che attira e può
distruggere: «Ella non era nuda come aveva quasi presentito e sperato
affacciandosi, bensì in parte spogliata e in atto di togliersi davanti
allo specchio la collana e gli orecchini. indossava una camiciola di velo
che non le giungeva che a mezz’anca. Poi, sotto i due rigonfi ineguali
e sbilanciati dei lombi, uno più alto e come contratto l’altro più
basso e come disteso e indolente, le gambe eleganti, si assottigliavano
in un atteggiamento neghittoso dalle cosce lunghe e forti giù giù
per il polpaccio fino all’esiguità del calcagno. Le braccia alzate
a staccare la fibbia della collana imprimevano al dorso tutto un movimento
visibile entro la trasparenza del velo, per cui il solco che spartiva quella
larga carne bruna pareva confondersi e annullarsi in due groppe diverse,
l’una in basso sotto le reni, l’altra in alto sotto la nuca. Le ascelle
si spalancavano all’aria come due fauci di serpenti: e come lingue nere
e sottili ne sporgevano i lunghi peli molli che parevano avidi di stendersi
senza più la costrizione pesante e sudata del braccio». Il
particolare animalesco dei peli delle ascelle rientra nella logica visiva
tipica della cultura occidentale, così come l’ha interpretata sfacciatamente
Camille Paglia: «Il linguaggio esplicito, di natura maschile, della
pornografia, rende visibile ciò che è invisibile, l’interiorità
ctonia della donna» [3].
La madre è una divinità velata che si offre, nella sua bellezza,
allo sguardo del figlio, ma lo scrittore non può esimersi dal lasciare
un segnale che parla del pericolo implicito in quel corpo, così
come a proposito della figura maschile del Saro, che tenta un approccio
omosessuale con Agostino, sarà un altro particolare, le dita della
mano, a segnalare il rischio della cattura seduttiva: «Agostino guardò
l’uomo. Era grande e grosso, poteva avere un po’ meno di cinquant’anni.
aveva una testa sorniona e freddamente benevola. Calvo, con la fronte curiosamente
conformata come una sella, i piccoli occhi ammiccanti, il naso rosso e
aquilino, le narici scoperte e piene di venuzze vermiglie ripugnanti a
vedersi. (…)» Ultimo particolare che accrebbe in Agostino il primo
ribrezzo, egli si accorse che «il Saro, così si chiamava il
bagnino, aveva in ambo le mani non cinque ma sei dita che davano alle mani
un aspetto enorme e numeroso e più che dita parevano tozzi tentacoli».
Questo simbolismo collegato a particolari corporei, sempre allusivi alla
sfera sessuale e alla sua potenzialità negativa, costituisce per
il giovane personaggio di Moravia la base di un processo di elaborazione
intellettuale. Infatti (e questo è un elemento che rimane costante
nello scrittore) la sessualità non viene vissuta in sintonia o affinità
con la componente sentimentale, emotiva dell’individuo, secondo una concezione
di ascendenza romantica. Moravia fa della sessualità l’unico fondamento
del processo di crescita razionale dell’individuo. Agostino diventa adulto
rendendosi conto della impossibilità vera di fare i conti con gli
oggetti sessuali che lo scrittore rappresenta con le trasposizioni simboliche
che abbiamo visto. In un certo senso, potremmo ipotizzare che Freud fornisca
a Moravia gli strumenti per interpretare la formazione dell’individuo permettendogli
di tenere sotto controllo le forze distruttive della sessualità,
forze che più avanti lo scrittore metterà in rapporto con
quelle del denaro, facendone le chiavi di lettura della società
capitalistica.
Qui, negli anni Quaranta, Agostino vive la sua ribellione solipsistica
contro la figura materna procurandosi con un piccolo imbroglio il denaro
necessario per andare al bordello, ma non riesce a condurre fino in fondo
la profanazione della madre. La famiglia, luogo costante nella letteratura
borghese per tutto il secolo, è l’ambiente dove nasce il turbamento
sessuale e dove questo stesso turbamento trova una, seppur momentanea,
soluzione. Per Moravia è un blocco, uno stallo che poi si riflette
sull’incapacità dell’individuo borghese di entrare in rapporto con
la realtà, osservandone affascinato i fenomeni ma senza poter realmente
agire. La realtà è, per molti personaggi dei futuri romanzi
di Moravia, come la madre che si sveste davanti allo specchio e che si
può ammirare solo dalla fessura della porta.
Se usassimo a questo punto una suggestione che viene da Michel Foucault,
potremmo dire che, anche se a distanza di un secolo, la famiglia ristretta,
coniugale, “cellulare”, formatasi nel XVIII secolo, svolge ancora il suo
compito, che è quello di tenere sotto sorveglianza la sessualità
dei figli, controllandone lo sviluppo legato principalmente all’atto della
masturbazione: «Si tratta di costituire la famiglia-canguro: il corpo
del bambino come elemento nucleare del corpo della famiglia. La famigliola
si cristallizza intorno al letto tiepido ed equivoco dell’adolescente.
Quella che potremmo chiamare la grande, o, se si vuole, la piccola involuzione
culturale della famiglia, attorno al rapporto genitore-figlio, ha avuto
come strumento, elemento, vettore di costituzione, la messa in evidenza
del corpo sessualizzato del bambino, del suo corpo autoerotizzato».
[4] Ma nella esecuzione letteraria che
abbiamo visto, la sessualizzazione della famiglia, con il relativo asse
obliquo che unisce madre e figlio, è diventata talmente pervasiva
da aver perso il suo ruolo di controllo e averne assunto uno simbolicamente
più ampio, tanto ampio da perdere quasi di specificità.
Moravia deve reinvestire la sessualità di altri significati, farne,
attraverso lo schema freudiano, un modo di conoscenza del reale interno
al processo di crescita. La nudità della madre turba il figlio,
e lo porta a elaborare un pensiero di allontanamento da lei alla ricerca
di realtà sostitutive, capaci di riempire il vuoto che si apre con
l’esperienza della fascinazione.
La seconda donna che Agostino vede, sempre rimanendo in posizione voyeuristica,
è una prostituta che indossa «una ampia veste di velo
azzurrino», non per niente simile alle «camicie materne».
Ma questa immagine è solo la premessa a quella che lo scrittore
definisce «esperienza liberatrice», cioè al raggiungimento
di una posizione adulta: «Nulla era accaduto, pensava, egli non aveva
potuto possedere alcuna donna (…). Era vero che aveva veduto per un momento
la donna desiderata, ritta nella sua veste di velo, il petto nudo; ma intuiva
oscuramente che questa immagine insufficiente e ambigua sarebbe stata la
sola ad accompagnarlo nel ricordo per lunghi anni avvenire. Erano infatti
anni e anni che si frapponevano, vuoti e infelici, tra lui e quell’esperienza
liberatrice». La sessualità fa parte del processo di sviluppo
del giovane, ne è la premessa indispensabile ma anche la direttrice
su cui si modelleranno le esperienze future. Nella seconda parte del Novecento,
lo vedremo, questo ampio schema conoscitivo perderà gradualmente
valore, aleggiando come un ricordo lontano sulle scritture dei nuovi giovani
autori.
Quasi in contemporanea con Moravia, tra il ’43 e il ’45 Pasolini
(che ha poco più di vent’anni) scrive numerose pagine di diario
e di confessione dove cerca di dare forma alla rappresentazione della
propria omosessualità. Ne viene un duplice romanzo, narrato in prima
e in terza persona, e uscito solo nel 1982 col titolo Atti impuri –
Amado mio. Questi tentativi sono importanti non solo per la storia
di Pasolini, ma anche perché rappresentano il primo momento in cui
nella letteratura italiana compare la figura dell’omosessuale, modellata
su esperienze precedenti di origine europea (Wilde, Gide, Proust) [5]
ma destinata a assumere una posizione specifica proprio nella prospettiva
che ci interessa. Pasolini non dà una rappresentazione complessa
dell’omosessualità, anzi potremmo dire che in queste sue scritture
giovanili (riscoperte di recente), si fa strada una visione passionale,
neoromantica del legame amoroso, tanto che potremmo riutilizzare nel suo
caso la vecchia definizione di “amore passione” in contrasto con l’amore
sentimentale: «Sul piano dei rapporti interpersonali, l’amore passione
è particolarmente distruttivo, in un senso molto simile al carisma.
Esso sradica l’individuo dal mondo terreno generandovi la disponibilità
ad accettare scelte radicali o sacrifici. Per questo motivo, dal punto
di vista delle responsabilità e dell’ordine sociale, l’amore passione
è pericoloso» [6].
L’amore di Paolo per Nisiuti, un ragazzo friulano di famiglia contadina,
si manifesta secondo queste regole. Pasolini costruisce uno scenario idillico,
un paese di tramonti e luci lunari, spiritualizzate, per inquadrarvi la
natura di un amore che sente come impuro. I giovani inseguiti sono “angeli”
da corrompere, figure incorporee e impossibili che sembrano desunte dalla
tradizione della poesia stilnovista: «Uscivo in bicicletta nelle
prime ore del pomeriggio, e mi allontanavo dal paese facendo lunghe diversioni
per le borgate circostanti. Con l’impreparazione di un ragazzo cresciuto
in città, cercavo le mie “divine” presenze di adolescenti disposti
a peccare, proprio là dove non li avrei mai trovati: lungo le strade
provinciali, per i campi semideserti, presso i cascinali e i borghi affogati
in una noia impenetrabile» [7].
Il problema di Pasolini è quello di rendere plausibile il proprio
amore di fronte a se stesso e di fronte alla comunità di cui si
trova a far parte, e in cui anzi ha un ruolo di intellettuale (ha aperto
una scuola con la madre per i figli dei contadini che si trovano senza
guida durante i mesi della guerra). Per questo in lui non funziona il processo
di formazione che abbiamo visto essere in atto nel racconto di Moravia:
la trasgressione si consuma più di fronte alla collettività
che di fronte alla famiglia e necessita di strategie ambigue di occultamento
e confessione. Tanto che l’autore vive uno sdoppiamento della propria sessualità,
e scopre l’amore fisico con un ragazzino che è all’opposto dell’amato
Nisiuti: «… Bruno, un bambino senza una vera e propria bellezza:
aveva i capelli nerissimi ma scialbi, due occhi di cui solo in seguito
mi avrebbe colpito la luminosità viola, un viso scolorito e irregolare,
molto bruciato dal sole. Il labbro inferiore era solcato da una cicatrice.
Anche il suo torace seminudo, coperto com’era dalla sola canottiera, era
bruciato ed emanava un sentore di polvere e d’acqua fluviale, non so, che
mi dava un leggero ribrezzo, tanto più che vi si mesceva l’odore
di una sigaretta cattiva» [8].
Questa nuova forma di bellezza, irregolare fino alla ripugnanza, è
l’archetipo delle future figure di giovani maschi dei romanzi e dei film
di Pasolini, portatori di una fisicità fuori dai canoni, collegabile
alla pittura primitiva (Masaccio, Giotto, o Caravaggio) ma fuori dagli
stereotipi estetici tradizionali frutto di una cultura borghese. Qui assistiamo
all’elaborazione di una variante all’interno della letteratura omosessuale
di tipo decadente e primonovecentesca.
Catherine Millot, usando strumenti psicanalitici di origine lacaniana,
ha cercato di spiegare come avviene nello scrittore giapponese Mishima
Yukjio l’attrazione per l’impuro e la pulsione al sacrificio, elementi
che troviamo anche in Pasolini. Nelle autobiografiche Confessioni di
una maschera, Mishima racconta l’origine del desiderio erotico a partire
dall’incontro con un giovane pulitore di fogne intravisto per strada: «Il
pantalone attillato e lo strano mestiere di svuotatore di pozzi neri diventarono
all’istante per il bambino il duplice oggetto di una irrimediabile fascinazione:
ormai egli vuole “essere lui”, diventare come lui collettore di escrementi,
e come lui indossare quel vestito che disegna i fianchi» [9].
Da quel momento, le immagini di desiderio inseguite da Mishima saranno
varianti di questa immagine primaria, che Millot riconduce alla bipolarità
del sacro, impurità che si ribalta in purificazione. Il fognaiolo
rappresenta una bellezza assoluta e nello stesso tempo ha a che fare con
la materialità sozza degli escrementi, è quindi collegato
alla Terra Madre e, col suo aspetto attraente, ne maschera il potenziale
distruttivo. Il suo corpo, segnato dai calzoni a coscia turchini, esprime
questa duplicità: «Sono in grado – scrive Mishima – di ricordare
distintamente che il mio desiderio aveva due punti focali. Il primo era
dato dai suoi calzoni “a coscia” turchini, l’altro dal suo mestiere. I
blue-jeans aderenti ponevano in estremo risalto la metà inferiore
del suo corpo, che si muoveva flessuoso e avanzava diritto verso di me.
(…) In riferimento al mestiere di quel giovane provai qualcosa di affine
alla bramosia d’un dolore pungente, un dolore che dilaniasse il corpo.
Il suo mestiere mi diede una percezione di “tragedia” nel significato più
sensuoso della parola. Una certa percezione, come dire, di “autorinuncia”,
una certa percezione d’indifferenza, una certa percezione di dimestichezza
col pericolo, una percezione analoga a un singolare miscuglio d’inesistenza
e potenza vitale» [10].
Qualcosa di simile a questo intreccio tra purezza e impurità, estetismo
e materia escrementizia si ritrova in Pasolini, che assume il ruolo di
importare nella cultura italiana un insieme di materiali primonovecenteschi
non ancora recepiti da noi (Gide, Sachs, Genet, Kavafis). Bisogna però
fare una precisazione. Questi materiali, e il simbolismo a loro connesso,
sono in un certo senso gli ultimi residui di una lunga tradizione culturale,
sia letteraria che figurativa, e Pasolini li reinveste di valori propri
perché ne fa oggetto di un ragionamento non solo privato ma anche
pubblico e anzi via via politico, dalla metà degli anni Cinquanta
in poi, fino ad approdare ai famosi Scritti corsari che si aprono
col discorso sui capelli lunghi, un’accusa appassionata del mondo giovanile
dove si mescolano politica e estetica.
Gli anni Settanta, quando suonano gli ultimi rintocchi delle denunce di
Pasolini, e la contestazione giovanile riesce a far sentire alcuni effetti
anche in campo letterario, vedono la formazione di una generazione di scrittori
che lanceranno, all’inizio senza consapevolezza, l’idea di una letteratura
giovanile, capace di convogliare nuove attenzioni sul mercato librario.
Ma questi materiali primonovecenteschi (“moderni”), messi a fianco di quanto
abbiamo visto a proposito del racconto di Moravia, dimostrano che la figura
del “giovane” ha una storia lunghissima nella letteratura, e che paradossalmente
questa storia subisce un contraccolpo proprio nel momento in cui si forma
il concetto di una letteratura giovanile, scritta da giovani e rivolta
a un pubblico giovane. In altre parole, il corpo dei giovani è stato
modellato e rimodellato per secoli nelle varie tradizioni culturali, fino
a diventare uno dei nuclei simbolici più densi all’interno del discorso
letterario [11].
Per molti secoli, soprattutto in area medicale e giuridica, lo dimostra
Foucault, questo corpo è stato oggetto di interdizioni, di divieti,
di controlli disciplinari forsennati. La letteratura non ha mai fatto intravedere
troppo di questo aspetto, estetizzando soprattutto la figura del giovane,
facendone spesso il portatore di vitalità, astuzia, agilità
mentale e fisica, o guardandolo come un eroe da sacrificare e da desiderare
nel suo rimanere perfetto anche dopo la morte. [12]
Nel momento in cui, all’inizio del Novecento, si ha un progressivo e inarrestabile
erompere del discorso sulla sessualità, cioè quando la sessualità
diventa il fulcro dell’attenzione data all’individuo reale e romanzesco,
la figura del giovane si arricchisce di un elemento che era rimasto sottinteso,
censurato e alluso, e questo elemento, nel giro di pochi decenni, catalizza
intorno a sé tutte le attenzioni possibili, entra prepotentemente
in circolazione nel sistema letterario, e altrettanto velocemente esaurisce
la propria potenzialità. In questo suo esaurirsi si prefigura anche
(forse la mia è una prospettiva eccessivamente apocalittica) la
situazione paradossale di una letteratura giovanile, che vuole rappresentare
i giovani fuori da un sistema codificato ma non può fare a meno
del sistema, anche quando lo ignora o lo mette da parte.
O meglio: scrittori come Moravia e Pasolini (e, par altri versi, Elsa Morante,
o Calvino, o, di una generazione più giovane, Arbasino e Celati)
leggono la realtà del movimento sociale e dei giovani attraverso
il codice culturale su cui si sono formati, e questo codice influisce sulla
loro scrittura, orientandone le scelte. Scrittori di nuove generazioni
non solo non sentono più l’appartenenza a quel codice ma non ne
possono rielaborare uno alternativo, data anche la brevità dei tempi,
e quindi si limitano a rimaneggiare frammenti di vecchi sistemi, e a esibire
con ansia la novità del momento. Vedremo meglio, nella seconda parte
del mio percorso, questo fenomeno.
Ma, per tornare al problema della sessualità, su cui si gioca molto
di quello che passa per “nuovo”, o scandaloso, vorrei citare ancora Foucault,
secondo il quale la censura condotta sulla sessualità non ha imposto
il silenzio ma in realtà ha orientato e modellato le pratiche di
confessione: «Se ci sono effettivamente stati dei periodi nei quali
il silenzio sulla sessualità è stato la regola, questo silenzio
– mai totale e assoluto- non è stato altro che una delle funzioni
della procedura positiva della confessione. È sempre in relazione
a una specifica tecnica della confessione obbligatoria che si sono imposte
determinate zone, condizioni e prescrizioni di silenzio» [13].
Anche la letteratura fa parte, per un certo suo aspetto, delle pratiche
di confessione, e non solo quando è specificamente autobiografica.
Nella letteratura è un’intera sezione dell’immaginario che viene
alla luce, si mostra più o meno esplicitamente, mettendosi sotto
agli occhi del pubblico per essere accettata o respinta. E se dopo aver
conosciuto durante l’epoca illuminista un forte incremento in direzione
ideologica (basta pensare a Diderot e a Sade), la sessualità subisce
un periodo di censura durante l’epoca romantica, che ne censura il codice
sublimandolo in direzione sentimentale, è innegabile che, almeno
dall’età freudiana in poi, la letteratura esibisce la sessualità
come uno dei suoi nuclei simbolici più densi, tanto da consumarne
in tempi relativamente brevi il potenziale espressivo.
L’esibizione della sessualità e non la sua censura sono una delle
caratteristiche dell’età moderna. Ancora Foucault: «Se si
va così spesso dallo psichiatra, dallo psicanalista, dal sessuologo,
per porre la questione della propria sessualità, per confessare
cos’è la propria sessualità, ciò avviene nella misura
in cui ovunque, nella pubblicità, nei libri, nei romanzi, al cinema,
nella pornografia diffusa, vi sono dei meccanismi di richiamo, che rimandano
l’individuo dall’enunciato quotidiano della sessualità alla confessione
istituzionale e costosa della propria sessualità presso lo psichiatra,
lo psicanalista, il sessuologo». [14]
Ma questo «enunciato quotidiano della sessualità» riesce
ancora a parlarci realmente? Dal momento che molte barriere sono cadute,
la rappresentazione della sessualità riesce a dire qualcosa che
ancora ci coinvolge, ci mette di fronte a quella parte di noi che altrimenti
cercheremmo di non conoscere?
Il corpo parla
Denis Diderot immaginò
nel Settecento una corte orientale dove, grazie a un magico anello, gli
organi sessuali delle dame parlavano e rivelavano i tradimenti delle loro
proprietarie (il racconto si intitola, allusivamente, I gioielli indiscreti):
«…una donna parla a due voci. La prima, quella dell’anima (mente
e cuore), è costitutivamente bugiarda, fuorviante, una voce che
copre la sua promiscuità; è solo la seconda voce, quella
del suo bijou (la perla che, ovviamente, è la vagina stessa), che
per definizione dice sempre la verità – una verità noiosa,
ripetitiva, automatica, meccanica, ma comunque verità, la verità
sulla propria incontenibile voluttuosità». Così un
pensatore di oggi, Slavoj Zizek, interpreta l’intuizione narrativa di Diderot,
anticipatrice di una specifica attitudine moderna, quella di localizzare
nelle parti intime del corpo il segreto della personalità. Ma quando
gli scrittori hanno cominciato a fare del corpo, delle sue zone nascoste,
il depositario di verità altrimenti impronunciabili?
Secondo gli studi di Michail Bachtin, il primo che riscopre la lunga tradizione
della cultura carnevalesca legata al popolo, nella storia della cultura
avviene, pressappoco nel passaggio tra Medioevo e Rinascimento, un cambiamento
antropologico fondamentale, attraverso cui il corpo grottesco viene sostituito
dall’immagine del corpo “serio”, chiuso e perfetto che arriva fino ai nostri
giorni. Il corpo grottesco, secondo Bachtin, «è un corpo in
divenire. Non è mai dato né definito: si costruisce e si
crea continuamente, ed è esso stesso che costruisce e crea un altro
corpo; inoltre questo corpo inghiotte il mondo ed è inghiottito
da quest’ultimo (…).È per questo motivo che il ruolo più
importante nel corpo grottesco è affidato a quelle sue parti e luoghi
dove esso va oltre se stesso, esce dai limiti prestabiliti, comincia la
costruzione di un nuovo (secondo) corpo: il ventre e il fallo». [15]
Secondo questa rappresentazione, il corpo è continuamente aperto
sul mondo, introietta cibo attraverso la bocca, espelle escrementi, produce
materia vitale, è caratterizzato dalla sottolineatura delle sporgenze
(il ventre, il fallo) e degli orifizi, cioè «su quelle cose
che escono dai limiti del corpo e conducono al fondo del corpo stesso».
Naturalmente questa immagine sovrabbondante, estroversa del corpo non è
scomparsa ma è stata relegata in zone limitate della cultura, sottoposta
a un’interdizione che la rende “solo” comica. L’immagine ufficiale che
domina negli ultimi quattro secoli della cultura è quella di «un
corpo perfettamente dato, formato, rigorosamente delimitato, chiuso, mostrato
dall’esterno, omogeneo ed espressivo nella sua individualità»,
un corpo di cui si sottolineano i confini, enfatizzandoli come luogo della
bellezza e della perfezione, occultandone le sporgenze irregolari, e censurando
tutto ciò che ha a che fare con l’espulsione, l’escrezione. Se prestiamo
fede a questa idea, dobbiamo ipotizzare che la sessualità, quando
si manifesta, si porti dietro qualcosa dell’antico corpo grottesco, sconvolga
l’ordine del corpo moderno, liscio e perfetto. In realtà, i procedimenti
letterari e artistici agiscono in maniera più ibrida, non è
possibile delimitare con precisione zone opposte del trattamento del corpo,
e spesso immagini diverse della corporeità si sovrappongono nello
stesso testo, originando discorsi ibridi.
Tanto per cominciare, le prime descrizioni realmente hard nella nostra
letteratura vengono da scrittori della vecchia generazione (pressappoco
quelli nati tra gli anni Venti e Trenta), e, anche se si tratta di descrizioni
rivolte a corpi giovani, sono comunque inserite in contesti culturali ancora
densi, in quelle reti di significati che sorreggono le pratiche letterarie
almeno fino agli anni Settanta, per poi essere messi da parte. Riporto,
solo per fornire una campionatura essenziale, quelle che mi sembrano le
più esplicite e anche le più elaborate linguisticamente.
Parise, da L’odore del sangue (opera scritta nel 1979, e rimasta
inedita fino al ’97): «Ecco il ragazzo stringerle forte i seni ed
ecco Silvia guardarlo quasi strabica e con la bocca contorta come l’avevo
vista guardare Stefano poche ore prima. Eccola infine baciarlo e strofinarsi
contro tutto il corpo di lui, contro i pantaloni e il pube, giù
giù fino alle scarpa da ginnastica e levargliele e poi strofinarsi
ancora contro i piedi di lui. Ecco il ragazzo abbassare lo zip e slacciarsi
i pantaloni e tirarli giù fino a metà coscia, una coscia
scura e pelosa, ed ecco allo stesso tempo rovesciar fuori il cazzo dagli
slip: un cazzo scuro ed enorme, tremendamente rigido, dalla strana forma:
una forma curva, a scimitarra, quasi piatto ma sorretto da un vero e proprio
nerbo che lo inarcava verso l’alto: non era fermo, pulsava e si inarcava,
alzandosi a alzando e muovendo il volto di Silvia che gli stava appoggiato
e strofinato con la sua grossa e larga testa violacea che ricordava quella
di un cobra». [16] Qui il sesso del
giovane amante di Silvia è oggetto di un’ossessione visiva da parte
del marito della stessa, che spia o immagina o sogna come in delirio gli
incontri erotici dei due amanti, coinvolti in un rapporto erotico distruttivo,
destinato a concludersi con l’assassinio di Silvia. Ma le numerose descrizioni
dei rapporti erotici, incentrate sull’organo sessuale del giovane, rendono
progressivamente ossessiva e mortuaria l’intera atmosfera del racconto,
e l’odore del sangue che il marito narratore percepisce fin dall’inizio
è odore di morte che si allarga in tutta Roma, città invasa
da forze del male di natura fascista che corrompono i giovani facendone
gli emissari di una nuova violenza: «Quei ragazzi borghesi, travestiti
da proletari, da borgatari, o anche borgatari travestiti da borghesi che
era la stessa cosa, mostravano nelle loro facce la faccia di Roma. (…)
La Roma della putrefazione politica, soprattutto la Roma della violenza
schizofrenica e consumistica. Strane facce, le osservai a lungo. Anch’essi,
di tanto in tanto, mi gettavano un’occhiata, ma non era l’ora, quella,
del linciaggio. Il linciaggio era già stato forse compiuto da qualche
parte durante la notte. La spedizione punitiva di quelle facce aveva itinerari
casuali che nascevano sempre come scherzi, come occasioni di fare qualche
risata e soprattutto di esprimere se stessi». [17]
Sessualità, fisicità, caratteri antropologici in mutamento,
trasformazioni politiche e sociali, perversione morale: tutto questo vuole
esprimere Parise con l’esasperata rappresentazione di un organo sessuale
maschile. Sono temi pasoliniani, in un certo senso, molto vicini a quanto
Pasolini stava realizzando col romanzo Petrolio, anche questo un
inedito capitale nella nostra letteratura novecentesca. Nel protagonista
del romanzo, Carlo, Pasolini vuole sintetizzare la figura di un individuo
letteralmente diviso in due metà, l’una razionale e impegnata socialmente,
l’altra presa in toto dagli istinti sessuali. Questa metà “perversa”
ha assorbito tutti i mali che circolano nell’aria, la sua vita sessuale
esasperata rappresenta la sottomissione assoluta alle forze negative che
si affacciano nella società. In un lungo abbozzo, dal titolo Il
pratone della Casilina, Pasolini descrive una scena notturna in cui
Carlo, trasformato in donna, si fa possedere da venti ragazzi, ognuno perfettamente
identificato attraverso le caratteristiche del suo organo sessuale. Pasolini
non vuole creare una scena solo pornografica (del resto, lo stesso fenomeno
avviene nel film Salò) ma far sentire come attraverso l’atto
sessuale passa una ritualità che interrompe il tempo normale dell’esistere,
fa saltare in aria le convenzioni e immette gli attori sessuali in una
dimensione assoluta: «Non appena quel pezzo di carne fosse uscito
dalla bocca di Carlo, e, ancora gonfio e gocciolante, fosse stato rimesso
obliquamente dentro gli slip e poi rinchiuso dentro i calzoni strettamente
riabbottonati, sarebbe divenuto quella cosa intoccabile e misteriosa che
è per natura, per decisione della società. Il rientrare di
Pietro, fra poco, nella sua vita era il risuggellarsi di un patto sociale.
Là dove rientrava Pietro era la povertà, il mondo del lavoro.
Per questo a Carlo piaceva, di lui, oltre che il suo sesso, nudo, potentemente
rivelato, l’odore di ferro dell’officina che portava addosso, l’assoluta,
innocente, approssimatività dei suoi vestiti, la forza espressiva
di quella tuta, e specialmente quell’essere lì per poco, quell’essere
pronto a sparire: perché tutto questo, pur essendo così ovvio
e così irrilevante, così trasparente, per se stesso, era
invece il simbolo di una profonda diversità sociale: il mondo dell’altra
classe, che era quasi il mondo di un’altra vita». [18]
Sesso e classe sociale, sesso e conoscenza, interruzione delle differenze
sono temi che interessano a Pasolini e che vengono fuori qui, con nuova
intensità, attraverso lunghe e raffinate descrizioni di organi sessuali.
Potrebbero essere tracce della vecchia immagine del corpo, rimaste con
un potenziale sovversivo delimitato ma ancora percepibile. Non tutto dell’antico
corpo carnevalesco è scomparso, dunque, soprattutto per il fatto
che il corpo riesce ancora a farsi sentire, veicola significati e valori:
la nudità, l’esibizione dell’atto sessuale non è mai neutra
o riducibile solo al desiderio del lettore.
Pasolini teorizza così il significato di una rappresentazione pornografica:
«Il piacere di chi guarda un atto sessuale riprodotto – atto sessuale
di cui ha esperienza – consiste anche nel dolore di constatare che egli
ne è ora fatalmente escluso. Così che guardare una scena
d’amore riprodotta è come guardare qualcosa di perduto che ritorna,
qualcosa di morto che rivive. È riguardare con lo sguardo oggettivo
– seppure emozionato – dello studioso un testo troppo immenso per essere
interpretato». Ecco cosa domina la scrittura “pornografica” di questi
autori: l’idea di una sovrabbondanza di significato che il corpo nudo riesce
a esprimere, l’illusione di un “testo” così grande da non poter
essere esaurito da nessuna lettura.
Il corpo in festa
Porci con le ali,
racconto giovanile uscito dalla contestazione del Sessantotto e firmato
a due mani, Lidia Ravera e Marco Lombardo Radice, ovvero Antonia e Rocco,
si apre con la descrizione di una doppia masturbazione: si masturba Antonia,
pensando alle sue avventure sessuali e creando una fantasia erotico-mortuaria
(un indefinito Lui che a sua volta si masturba piangendo davanti al suo
cadavere), e si masturba Rocco, rievocando un’avventura estiva non portata
a termine. Il valore dell’atto è tanto banale quanto chiaro, rivendica
le ragioni di una fantasia che deve liberarsi e liberare da false convenzioni
e moralismi. In tutto il racconto le avventure sessuali si susseguono con
ogni possibile variante (rapporto eterosessuale, rapporto omosessuale sia
maschile che femminile, sesso di gruppo ecc.). Il linguaggio scelto dai
due autori è sempre denotativo, tenuto al livello della colloquialità
bassa e volgare, senza filtri o ammiccamenti colti (a parte qualche ricordo
scolastico, Thomas Mann e Tolstoj). L’operazione di Ravera e Lombardo Radice
ha una sua forza proprio perché si rifiuta a qualsiasi tipo di compromesso
letterario. Nasce da una convinzione, facilmente riconducibile al clima
di quegli anni: il corpo ha un suo linguaggio, basta farlo parlare. E per
farlo parlare è necessario liberarlo attraverso il sesso. [19]
Un po’ di Marcuse, un po’ di Norman Brown, e via.
L’esperienza della sessualità libera e giocosa coinvolge anche Michelangelo
Antonioni che nel film Zabriskie Point (1970) vuole rappresentare
la ribellione giovanile americana e la crisi della società consumistica.
Le prime inquadrature del film mostrano particolari di facce giovani, occhi,
capelli, nuche, barbe, camicie colorate e jeans, tutto l’insieme di un’assemblea
universitaria dove gli studenti di colore rivendicano di fronte ai bianche
lo spirito della rivoluzione. Al centro del film, la coppia di protagonisti
compie un lungo viaggio nel deserto e si ferma nella Valle della Morte.
Qui, mentre parlano di ciò che misteriosamente li circonda, Mark
e Daria iniziano una scena d’amore che produce, per incanto, il popolarsi
improvviso di corpi innamorati in tutta la valle. Ascoltiamo le parole
di Sandro Bernardi, esperto del cinema di Antonioni: «Poco a poco,
durante la love scene, tutta la valle si anima d’innumerevoli figure, vestite,
nude, seminude, ragazzi e ragazze coperti di polvere che si amano, giocano,
s’inseguono, si sfuggono, si allacciano a due, a tre, a quattro, seduti,
rotolano nella sabbia di cui sono coperti, sul confine fra due o più
mondi. (…) Le giovani figure che giocano non si direbbero ragazzi e ragazze,
così indefiniti e sfuggenti, coperti di gesso colorato, a volte
addirittura blu – sembrano piuttosto “spiriti della terra”, o l’uno e l’altro,
pietre che prendono vita dall’amore di Mark e Daria, come nel mito di Deucalione
e Pirra». [20] Il mito antico torna
a sorreggere l’ideologia moderna. Il bisogno di far emergere una sessualità
libera e giocosa spinge Antonioni a inserire nel film un’orgia pagana e
naturale che contrasta con tutto il panorama delle città capitalistiche
dove si svolge l’azione. Alla fine, l’esplosione della grande villa nel
deserto, simbolo di un potere che vuole appropriarsi della natura, sembra
alludere a un collasso apocalittico del mondo delle merci e a un ritorno
utopico alla realtà naturale (almeno per gli occhi della ragazza
che vede, o immagina, l’intera sequenza).
Sessualità e ideologia si intrecciano dunque, anche se gli scrittori
che passano attraverso l’esperienza del ’68 sono del resto troppo compromessi
con questioni politiche per concedere attenzione ad altro.
Più complesso il discorso che viene fuori dalla seconda contestazione
giovanile, quella del ’77. In questo momento arrivano a maturazione molte
delle premesse culturali di un decennio prima, e circola un nuovo senso
di immaginazione liberata, la volontà di tornare a forme espressive
che scavalchino i limiti del linguaggio modellandolo dall’interno. Sembra
che il corpo, in rapporto dialettico col linguaggio, ritrovi una
sua voce. A Bologna, come ha ben visto Marco Belpoliti,
[21] un gruppo di studiosi che ruota intorno
alla Facoltà di Lettere, e al nuovo corso DAMS, affronta una serie
di esperienze culturali (storiche, antropologiche, linguistiche) che spesso
si travasano in scrittura. La corporeità corrisponde a un’esigenza
espressiva diffusa, e la sessualità viene coinvolta ma anche nobilitata
da questo esperimento. I giovani contestatori del gruppo A/Dams, guidati
da Gianni Celati, il loro docente di letteratura americana, affrontano
una lunga analisi di Alice nel paese delle meraviglie, il racconto
di Lewis Carroll, e ne fanno l’oggetto di una nuova rappresentazione del
desiderio, sulla scia della lettura di Deleuze e di Foucault. «Un
realtà di trasformazione»: questo vedono i contestatori nelle
avventure di Alice, e di qui vogliono partire per aggirarsi nel libro senza
volerlo interpretare ma tenendolo come base di un gioco fatto di movimenti
continui, una condizione fluida e incerta. Il corpo di Alice e le sue modificazioni
sono al centro dei discorsi: «Alice che cade nel buco sognando: è
proprio andare via da un’altra parte con la testa restando qui col corpo.
Una fuga da fermi. Alice resta sul prato. Il fatto fisico di perdersi a
sognare, a letto o al cesso o mentre leggi. Quello che ti fa andare da
un’altra parte con la testa è qualcosa che senti, sempre molto fisico.
Stai leggendo e ti rendi conto che la testa va via da un’altra parte, fuggi
con la testa per sentire il corpo. Dov’è che sei tu? nella testa
o nel corpo?». [22] Ecco come si cerca
di esprimere un nuovo senso dell’intensità corporea che si trova
sempre in rapporto con l’immaginazione. Le metafore rimandano alla dislocazione,
alla fuga, allo scarto continuo. Il corpo non è più sottomesso
alla giurisdizione del pensiero, ma lo richiama a sé per prenderne
di nuovo possesso, quasi toccarlo, riconoscerlo: «La sensazione fisica
del corpo che richiama a sé la testa. C’è questo sbalzo,
come quando ci si sveglia all’improvviso o si emerge dall’effetto della
droga. Scarto di intensità. Come se il corpo richiamasse a sé
la testa passando in rassegna il suo saper per rimetterla a posto, per
ritrovare un’identità: chi sono? che ora è? dove sono?».
E se il corpo domina, le trasformazioni di Alice nel diventare grande o
piccola riportano alla luce i corpi delle antiche culture: il corpo piccolo
senza poteri e il corpo grottesco che non riesce a muoversi nella casa.
sono i desideri di Alice che producono questi effetti e mandano in crisi
l’immagine del corpo borghese come insieme armonico capace di rappresentare
l’armonia e il potere della società moderna (è la ripresa
testuale di Bachtin): «Nel diventare troppo grande di Alice c’è
una frammentazione del corpo in parti separate: collo troppo lungo, piedi
che vanno per conto loro. Alice col collo lunghissimo è scambiata
per un serpente. Nel divenire minori interviene una animalizzazione del
corpo (i bambini sono animali). Simmetrico inverso del diventare grandi,
adulti, dove funziona una umanizzazione del corpo verso il modello armonico,
perfezione armonica dell’umano. Il modello del corpo armonico è
un’immagine di chiusura e di esclusione, di eliminazione del disarmonico,
che pervade tutta la ideologia occidentale». [23]
Celati, appassionato di cinema comico, ritrova il mondo del carnevalesco
studiato da Bachtin nei film dei fratelli Marx. Nell’analizzare il trattamento
dell’eros in questi film, Celati nota che l’eros non si traduce mai in
parole o in sistemi simbolici ma viene espresso direttamente attraverso
«movimenti di toccare, abbracciare, saltare in grembo o rincorrere
selvaggiamente le bionde che vengono a tiro». [24]
L’oggetto d’amore non è più sottoposto a ispezione intellettuale
ma produce uno stimolo, un movimento concreto che coinvolge tutto il corpo,
indistintamente, e non si concentra sulla localizzazione di una parte specifica:
«è un comportamento infantile e patologico, chiuso nella dimensione
dell’istante e del concreto, senza la capacità di astrarre gli stimoli
e decifrarli attraverso le leggi oggettive dello spazio». Il corpo
diventa allora una sorgente inesauribile di flussi, «flussi di oggetti
e flussi di parole», in questo continuo movimento «non c’è
separazione tra individui, né tra il dentro e il fuori degli individui,
tra interiorità ed esteriorità, perché un’abbondanza
straordinaria di cibo e parole ed escrementi e flussi d’ogni genere va
dentro e fuori per i corpi, fuori dalla bocca o dal culo, e dentro al culo
(clisteri) o alla bocca (ingurgitamento)».
Quando Celati racconta le avventure dei suoi personaggi disadattati, senza
famiglia o in fuga dalla famiglia, torna fuori tutta la tradizione culturale
del corpo grottesco e del linguaggio elementare, gesticolato. Garibaldi,
protagonista della Banda dei sospiri, si accorge della sua crescita
notando allo specchio una bocca enorme, cavità dove si concentrano
gli stimoli del cibo e del sesso: «Una mattina svegliatomi mi guardo
allo specchio e cosa vedo? Vedo che mi è spuntata una bocca larga
come un forno, se la aprivo o ridevo. Io l’ho aperta e mi sono preso spavento,
chiudendola in fretta. (…) E poi correvo per le strade più in fretta
che posso per paura di essere visto da qualche vicino o conoscente, che
poteva spaventarsi anche lui a riconoscere la mia faccia. Cioè una
faccia che prima era bella e seria, e una mattina è diventata scandalosa
per via di quella bocca che si apre. Come poniamo la bocca di certe signore
molto pitturate e poco decenti, che si vede subito a cosa gli serve quella
bocca, e fa venire i brividi solo ad aprirsi per la vastità della
gola smisurata che lascia vedere». [25]
E come nelle culture popolari, l’esibizione dell’organo sessuale femminile
produce comicità e soffoca l’erotismo: «Quando io mando la
mia mano in cerca di giarrettiere su per le sue sottane, si è fatta
sparire le mutande con un colpo di magia. Prima le aveva e poi improvvisamente
non le aveva più. Ma aveva invece una grossa topaccia nera tra le
gambe, che ha voluto presentarmi sollevandosi le sottane. E io che ero
giovane e inesperto della vita me la trovo d’un tratto davanti agli occhi.
Mi sono preso un gran spavento. Volevo scappare, ma lei con i modi della
gentilezza mi ha spinto a darci un bacio. Per educazione non ho potuto
rifiutare». [26]
Corpi separati e corpi dissolti
Nel 1980, quando esce Il
nome della rosa di Umberto Eco, un giovane scrittore emiliano, Pier
Vittorio Tondelli, pubblica una raccolta di racconti che viene subito sequestrata
per oscenità e poi assolta, Altri libertini. Destino simile
a Ragazzi di vita di Pasolini, solo che lì eravamo nel 1955.
E in effetti anche questi nuovi personaggi di Tondelli sono emarginati,
giovani tossici di provincia o prostitute o marchettari che si muovono
nelle stazioni, nei posti ristoro. Domina su tutti però la voce
del narratore, un protagonista intellettuale che sta avviandosi agli studi,
che gira l’Europa, fa esperienze omosessuali, e torna a casa per iscriversi
all’Università, il DAMS di Bologna. È dove Tondelli stesso
ha studiato, incontrando, tra gli altri, un professore di letteratura americana
anche lui scrittore, Gianni Celati, che ha parlato, negli anni della contestazione,
di un nuovo modo di far letteratura, lasciando il corpo esprimere la sua
sgangherata libertà, insistendo sul modo in cui la scrittura può
trasmettere ritmi, pulsioni, “intensità libere”.
Tondelli ha ripreso a modo suo la lezione, si è rifatto alla beat
generation, ha forti interessi teatrali e musicali, segue con attenzione
tutto quanto i giovani artisti producono nel corso del decennio. Tiene
d’occhio mode, trend, nuove tendenze. Il discorso sul comico viene da lui
tradotto nel ritmo della scrittura, nell’intensità che diventa spesso
lirica o malinconica. In Altri libertini si nota soprattutto una
grande abilità tecnica, la capacità di rendere un discorso
orale in presa diretta, senza esibizioni retoriche, con tutti gli intercalari
del lessico giovanile, e con calcolate escursioni tra basso e alto, lingue
parlate e lingue colte, citazioni popolari e citazioni erudite. Ancora
una volta siamo in uno spazio del “fuori”, il corpo si esibisce secondo
modalità comiche (l’esigenza di introiettare “roba”, di scambiare
merci, di rovesciarsi nell’esteriorità fisica del sesso e del cibo),
con l’aggiunta di un esplicito registro lirico-sentimentale che fa da collante,
che rivela i tormenti di un desiderio non riconducibile solo a pura materialità:
«… Mi sveglio nel pieno della notte, l’orologio segna le tre e un
quarto e guardo il corpo nudo di Ruby il suo cazzo ammosciato il suo torace
l’altro è riverso a pancia in giù non mi piacciono granché
le sue cosce torno a letto non riesco a chiudere gli occhi penso e ripenso
rumino e rigurgito che sia sul serio fuori? Bacio la guancia pungente di
Ruby scendo dal letto vado a pisciare mi vesto esco di casa c’è
freddo ormai sono le cinque da un po’ cammino nella città deserta
respiro e cammino». [27]
Il registro meditativo-sentimentale diventa dominante nell’ultimo romanzo
di Tondelli, Camere separate (1989), dove viene riadottata una forma
tradizionale di racconto, e lo scrittore affronta se stesso e la propria
omosessualità di petto. La storia amorosa tra Leo e Thomas costituisce
la base per un viaggio alla ricerca di se stesso. Leo, dopo la morte dell’amico,
ripensa al loro passato e, nello stesso tempo, recupera le proprie memorie,
raccontando la propria educazione sentimentale fino alla decisione di diventare
scrittore. Il corpo che domina nel racconto è un corpo fortemente
sessualizzato, anche se spesso la voce che lo descrive sceglie la via del
patetico e del sentimentale (naturalmente, da intendere in accezione tecnica
e non come giudizio di valore). Il romanzo è costruito attraverso
l’incastro di una serie di immagini del corpo: il corpo malato di Thomas
oggi, il corpo festoso degli amanti ieri, il corpo mummificato del protagonista
dopo la perdita di Thomas, il corpo in preda al desiderio sessuale di tipo
masochistico, il corpo dello scrittore che decide di annettere la vitalità
dei corpi giovani nel corpo delle sue opere future. Potremmo sintetizzare
tutto in un’unica formula: il libro racconta la costruzione del proprio
corpo scritto attraverso le due esperienze opposte della morte e del desiderio,
che si congiungono alla fine nella profezia dolorosa della morte dell’autore.
Tondelli da una parte ricorre al tema tradizionale del romanzo di formazione
dell’artista, dall’altra non può rinunciare a congiungere nel nome
della scrittura le pulsioni lancinanti della sessualità e della
morte.
Qui l’aspetto creativo della corporeità, la sua inesauribile capacità
di aprirsi al mondo, è spostato sulla scrittura e sulla realtà
dei giovani che Leo sente di dover prendere a oggetto della propria opera.
Il suo corpo vive in virtù di un rapporto con l’esterno, anche se
nello stesso tempo il suo corpo ha introiettato l’immagine mortuaria del
corpo di Thomas. Nella scena più esplicitamente pornografica del
romanzo, quando Leo ha un rapporto sessuale di tipo sadomasochistico con
un giovane spogliarellista che lavora in un locale gay, la rappresenta-
zione dell’atto sessuale è inframmezzata dal ricordo di una operazione
chirurgica, come se l’erotismo e il disfacimento del corpo fossero in stretta
comunicazione: «Il ragazzo gli sta legando qualcosa attorno al membro.
Lui sente sempre dolore, acuto, pungente, ma anche una strana tensione
diretta tutta lì, in mezzo alle gambe. Anche il suo respiro, accelerato,
è come provenisse unicamente da quella zona così circoscritta
di dolore; e si espandesse poi da lì in tutto il suo corpo. La sua
mano prende a strofinare la testa rasata del ragazzo. Lui si alza e gli
si avvicina. Ha sempre addosso le sue braghe nere dalle quali ora spunta,
completamente scoperto, il sesso. (…) Leo ha paura di soffocare. sente
improvvisamente la testa scoppiare, ingigantirsi di sangue bollente, suda,
la vista gli si affievolisce e il respiro si fa un rantolo sordo. / Quando
era venuto il momento di intubarlo, nel gelo della sala operatoria, lui
era ancora cosciente. Era vivo in un corpo morto. Imprigionato. non poteva
più parlare, non poteva muovere le mani, ma avvertiva distintamente,
come se stesse sognando, che gli stavano ripiegando le gambe e che parlavano
attorno al suo corpo. Poi aveva sentito come qualcosa che lo stava soffocando»
[28]. Certo, è il vecchio legame tra
eros e thanatos a tornar fuori, ma in più c’è
che per la prima volta si assiste nella nostra letteratura a una scena
di erotismo perverso così esplicita, senza filtri o censure come
poteva essere in quell’archetipo della cultura omoses- suale costituito
dalla famosa scena della Recherche di Proust dove il narratore spia il
rituale sadico a cui si sottopone Monsieur de Charlus.
Dovremmo pensare che Tondelli ha voluto solleticare la curiosità
di un pubblico poco abituato a letture simili? O ha compiuto un’operazione
di allargamento di quanto le norme letterarie gli consentivano, descrivendo
la realtà di un ambiente e di una pratica omosessuale non ancora
contemplati nella nostra letteratura (e presenti, invece, in altri contesti,
come quello francese o americano)? Uno storico potrebbe considerare questa
pagina come una vera soglia interna alla nostra cultura, non perché
più esplicita di quello che hanno scritto Parise o Pasolini, ma
per la sua netta appartenenza a un mondo e una sensibilità che prima
non esistevano. L’intreccio tra erotismo, perversione e morte, ben presente
nella tradizione letteraria europea moderna, viene qui ripotenziato proprio
dal contesto omosessuale.
Secondo il premio Nobel J. M. Coetzee, che riprende un’osservazione di
Sartre, la dimensione estetica del corpo guardato può oscillare
dal polo positivo della grazia al polo negativo dell’oscenità: «L’estremo
dell’oscenità viene toccato quando, sotto gli assalti della tortura
sadica, la soggettività dell’Altro si rifugia, annichilita, nella
“fatticità” della carne» [29].
Tondelli rappresenta un corpo annichilito, diventato carne, e tocca in
effetti il polo dell’osceno, che del resto il personaggio descrive altre
volte nel corso del racconto, soprattutto quando pensa agli sguardi dei
suoi compaesani che spiano violentemente la sua intimità, e lo fanno
sentire simile alla figura sacrificale del Cristo Morto portato in processione
durante una festa religiosa: «… a quella cartapesta irrealista, a
quel Cristo Morto, con le ferite sanguinanti, la corona di spine, i buchi
dei chiodi, il costato lacerato, non si sovrappone solamente l’immagine
del Thomas torturato e morto, ma l’immagine di un’altra persona al cui
funerale lui, ormai senza più parole, sta assistendo. Poiché
quello che il paese ha portato in processione e ha deposto ai piedi dell’altar
maggiore non è il simulacro di un corpo divino, ma il corpo morto
di Leo, di quel bambino che non è mai cambiato e che è soltanto
mutato, giorno dopo giorno, sfogliandosi da sé come un fiore. Per
questo lui è irrigidito e ancora una volta prova l’unico vero sentimento
che può conoscere davanti a quella folla: la vergogna. Si sente
spogliato, completamente nudo davanti al paese, tutti lo vedono, e la gente
torna a essere il farmacista, l’insegnante, l’imbianchino, l’antiquario,
il vigile urbano. Lo insultano, lo scherniscono. E lui non ha difese. Davanti
a loro, ancora una volta, lui è nudo, insozzato di dolore e di angoscia»
[30].
L’intreccio tra esibizione e vergogna, ricalcato sull’esempio classico
del Christus patiens, in cui è ancora una volta la nudità
corporea a emergere, mette in rilievo la componente meditativa e sentimentale
che si alterna nel romanzo a quella fisica e erotica, con una calcolata
dosatura che non fa mai debordare l’una sull’altra. Camere separate
è sì il primo romanzo esplicitamente omosessuale della giovane
generazione (l’ombra dell’AIDS si percepisce nelle ultime pagine) ma è
anche un racconto di formazione, una ricerca dell’identità, un “documentario”
di vita giovanile con un’ampia apertura verso l’atmosfera delle grandi
capitali europee (Parigi, Berlino, Dresda, Barcellona) e degli Stati Uniti.
In una delle ultime pagine il protagonista si trova su un traghetto dove
bivaccano gruppi di giovani di tante nazioni, e lo scrittore non resiste
alla tentazione di creare una pagina di manierismo stilistico dove vengono
elencati tutti i cibi che escono dagli zaini dei ragazzi, cibi che devono
dare l’idea di esistenze organizzate anche in una situazione così
precaria come quella della nave, una specie di vitalità inarrestabile
ma ordinata, un insieme di corpi che si nutrono e espongono la loro famelica
voglia di vivere: «Poi, improvvisamente, come se dagli altoparlanti
avessero dato un ordine preciso e perentorio, tutti presero a estrarre
dagli zaini dei cartocci, fagotti, involucri e cominciarono a aprirli distendendoli
sui sacchi a pelo. Quello che non vide uscire da quei sacchetti! Uova,
formaggi, polli arrostiti, frutta, uva, mele, pere, susine, barattoli di
yogurt di capra, di vacca, di pecora, alle ciliegie, al malto, alla crusca,
all’ananas, tetrapack di latte, succhi di frutta, aranciate, coca-cola,
pepsi, chinotti, acque toniche, litri di minerale, fette di salame, di
prosciutto cotto, di roastbeef, di speck, wurstel, salsicce, salamini,
pomodori, cetrioli, mazzi di sedano, prezzemolo, carote, peperoni, cipolline
sott’aceto, ricottine, sardine, scatole di tonno, aringhe, filetti di sgombro,
merluzzetti, fagioli piccanti, creme di verdura, minestrine sottovuoto,
consommé e poi tutta la gamma incredibile dei dolci da viaggio ...».
[31] Eppure, anche di fronte a una prima reazione
di ripulsa («cominciò a odiare tutta quella folla così
organizzata e pratica e regolare nei ritmi dei pasti») è in
questo mondo che Tondelli si deve riconoscere come scrittore, dal momento
che nei corpi di questi ragazzi è segnata anche la sua esperienza
giovanile: «… lui si sentì, in un certo modo, rassicurato
e vide come un unico l’immagine della nave e della traccia e dei destini
di quei giovani, bellissimi, uomini; e anche la sua vita non più
separata, ma ben piazzata sul ponte di qualcosa in movimento, un vascello
colmo di benevoli destini, ancorché fantasma». E subito dopo:
«…vede i due ragazzi come incontaminate presenze che provengono direttamente
dal cuore di quegli anni in cui lui è stato giovane; la persistenza
fisica di tipi e personaggi attorno ai quali si è incarnato il suo
desiderio». [32] Sarà soprattutto
questo aspetto di registrazione delle culture giovanili, degli ambienti
metropolitani, oltre che la componente sentimental-esistenziale, a costituire
il lascito di Tondelli ai suoi successori.
Organi senza corpo
Nel film Salò
(1975) Pasolini mette in scena una metafora della società capitalistica:
i corpi dei giovani rinchiusi come oggetti di piacere in una villa dai
rappresentanti del Potere stanno a significare che ormai il corpo è
diventato merce, e come tale può essere comprato, consumato, distrutto.
Spiega l’autore: «Oltre che la metafora del rapporto sessuale (obbligatorio
e brutto) che la tolleranza del potere consumistico ci fa vivere in questi
anni, tutto il sesso che c’è in Salò (e ce n’è
in quantità enorme) è anche la metafora del rapporto del
potere con coloro che gli sono sottoposti. in altre parole è la
rappresentazione (magari onirica) di quella che Marx chiama la
mercificazione dell’uomo: la riduzione del corpo a cosa
(attraverso lo sfruttamento)» [33].
Il binomio corpo e merce, al di là di quanto prospettato da Pasolini,
ha comunque un suo seguito. Se merce significa innanzitutto pubblicità,
e pubblicità televisione, un aspetto non trascurabile nei racconti
dell’ultima generazione di scrittori italiani, quella definita “gioventù
cannibale”, è proprio legato a un eccesso di violenza che sembra
essere già stato detto in televisione e che ora viene riprodotto
sulla pagina. Aldo Nove, autore della raccolta di racconti Woobinda,
diventata poi Superwoobinda [34], è
presente nell’antologia Gioventù cannibale del ’96 con Il
mondo dell’amore, racconto dell’eccesso splatter che passa attraverso
le modalità del supermercato televisivo. Nove mette insieme, con
un ritmo velocizzato ad effetto comico, alcune ossessioni dei nostri giorni:
l’oroscopo, la pornografia, il cambiamento di sesso, la violenza, il cinismo
televisivo. Come poi nelle raccolte maggiori, i suoi personaggi hanno la
testa piena di stereotipi, e agiscono di conseguenza, in preda a una droga
pubblicitaria che ne detta i comportamenti. Per Pasolini i due attori del
dramma erano da una parte il Potere e dall’altra i giovani sottomessi e
colpiti nell’ultimo baluardo della libertà individuale, il corpo.
Ora non esiste più differenza, i corpi e le merci sono unite in
un unico flusso delirante che accompagna gli atti più inverosimili.
Michele e l’amico Sergio vanno all’Iper di Malnate canticchiando la sigla
di Ok il prezzo è giusto, la trasmissione condotta da Iva
Zanicchi. Bevono Bayleis, pensano di sterminare i “teroni” col Niagara,
comprano cassette porno. In una cassetta assistono a un intervento chirurgico
di cambio di sesso: «Difatti c’era questa inquadratura di uno con
le cosce aperte. / Primo piano: cazzo. / Poi gli si avvicina un chirurgo
col bisturi, inizia a devastargli la cappella, da sopra, come se non era
niente: fiotti di sangue. (…) C’era un macello di sangue, in mezzo al video.
/ Il professore spiegava che era una castrazione. Noi, abbiamo provato
a guardarlo anche in bianco e nero, la castrazione. C’erano coglioni, sangue
e chirurgo color Das; era effettivamente meglio a colori: coglioni, sangue
e chirurgo color Pomì appena aperto, e sangue» [35].
La reazione a quanto vedono spinge i due amici a provare in proprio l’effetto
della castrazione, a castrarsi e avere un rapporto sessuale lesbico prima
della morte, in un tripudio di sangue che scorre a fiotti come in un film
di Tarantino (non a caso un idolo delle nuove generazioni di scrittori)
[36].
Il corpo non è più un involucro da osservare e conservare,
ormai è ridotto a un oggetto la cui esistenza si giustifica solo
con la logica splatter dello squartamento esibito. Come spiega il curatore
dell’antologia, cercando di cogliere la volontà antiletteraria di
questo gruppo di autori, «la loro scrittura è vorace, inesausta
fagocita tutto, inghiotte pure se stessa. Ne risulta un corpo narrativo
squassato, che si diffonde attraverso gli squarci, pronto a germinare nuove
narrazioni prive di strutture costrittive. È un linguaggio che si
spinge costantemente oltre e che in questo “andare oltre” si libera del
passato scoprendo nuovi territori che fanno piazza pulita degli ultimi
avanzi di “letteratura”». Libertà della scrittura e libertà
della rappresentazione, oltranza e bulimia sono le ragioni che ogni operazione
artistica programmaticamente scandalosa esibisce. Ma al di là delle
regole letterarie (che comunque Nove non dimentica mai) è notevole
il fatto che la caduta di ogni censura ha tolto valore simbolico alla rappresentazione
della sessualità. La logica del “blob” televisivo permea queste
scritture, e il loro eventuale valore di denuncia viene azzerato. La sessualità
diffusa e pervasiva del nostro tempo sta sullo stesso piano delle immagini
bidimensionali della pubblicità. Sembra non esserci più legame
con l’individuo, con le ansie che pur continuano a manifestarsi sotto il
flusso delle merci. Il fenomeno è interessante, ma sembra girare
a vuoto su se stesso, soprattutto quando dà origine a una serie
numerosa di repliche e ripetizioni, a un continuo effetto di irrealtà
[37]. Le culture giovanili, nel loro rapidissimo
manifestarsi e scomparire, non lasciano segni, ma si limitano a registrare
l’effimero e le mode, gli involucri che hanno preso il posto dei corpi
concreti e che spesso, con la loro sfacciata apparenza, cercano di tener
sveglia l’attenzione del lettore solleticandolo con richiami scontati a
quanto lo circonda: «Laura parla di sua madre masticando formaggio
di soia. È sdraiata sul tappeto con i jeans di Blumarine pubblicizzati
su Vogue da Monica Bellucci e gli occhiali senza lenti di Eddie appiccicati
alla faccia. / Io sono seduta sopra una regista molto balneare fottuta
in una notte stellata a un bagnino imbecille. Ho addosso il reggiseno della
Wonderbra, quello indossato da Eva Herzigova in modo del tutto perfetto
e una minigonna di peluche verde mela dietetica più corta del normale.
/ Laura se ne sta stesa a terra, davanti allo specchio, atteggiando le
labbra colorate con lo stesso rossetto usato da Nadja Auermann in una foto
di Steven Meisel» [38].
____________________
NOTE
[1] Questo capitolo fa parte
di un libro dedicato alla rappresentazione del corpo in letteratura, uscito
presso Bruno Mondadori nel 2005 [vedi una nota informativa
sul libro].
[2] La prospettiva apocalittica
di Pasolini esplode in tutto il suo vigore nell’ Abiura dalla Trilogia
della vita: «Ma oggi la degenerazione dei corpi e dei sessi ha
assunto valore retroattivo. Se coloro che allora erano così e così,
hanno potuto diventare ora così e così, vuol dire che lo
erano già potenzialmente: quindi anche il loro modo di essere di
allora, è, dal presente, svalutato».
[3] Lo studio a cui mi riferisco
è Sexual Personae. Arte e decadenza da Nefertiti a Emily Dickinson,
Torino, Einaudi, 1993, p. 47.
[4] Cfr. M. Foucault, Gli
anormali. Corso al Collège de France (1974-1975), Milano, Feltrinelli,
2000, p. 222.
[5] Per queste figure, e
il loro significato in una letteratura che rappresenta la diversità,
rimando al vecchio studio di Hans Mayer, I diversi, Milano, Garzanti,
1977.
[6] Sono parole di Antony
Giddens da La trasformazione dell’intimità, Bologna, il Mulino,
1992, p. 48.
[7] P.P. Pasolini, Amado
mio preceduto da Atti impuri, Milano, Garzanti, 1982, p. 40.
[8] Ibid., p. 46.
[9] Cito da C. Millot, Gide
Genet Mishima. Intelligenza della perversione, Roma, Edizioni Kami,
2003, p.101. L’analisi continua così: «Essere fognaiolo, “raccoglitore
di terra notturna” è offrirsi in olocausto alla malevolenza della
Terra Nutrice, al gorgo della sua avidità di uccidere, è
farsi uguale nella morte al fallo assente, o almeno erigersi come suo sostituto,
i muscoli tesi nel vestito aderente, il corpo intero divenuto feticcio»
(ibid., p.106).
[10] Yukio Mishima, Confessioni
di una maschera (1949), Milano, Feltrinelli, 2000, p. 15 (cfr edizione
Bompiani).
[11] Per quanto riguarda
una prospettiva più ampia, di ordine storico, sociologico e antropologico,
oltre agli studi contenuti in questo stesso volume, rimando alla Storia
dei giovani, a cura di Giovanni Levi e Jean-Claude Schmitt, Roma-Bari,
Laterza, 1994, e in particolare al II vol., L’età contemporanea.
Da vedere anche, a cura di Angelo Varni, Il mondo giovanile in Italia,
Bologna, il Mulino, 1998, e di Patrizia Dogliani, Storia dei giovani,
Milano, Bruno Mondadori, 2001.
[12] Rimando, per tutto
il problema connesso all’ “eroe giovane e al processo di formazione", al
libro di Franco Moretti, Il romanzo di formazione.
[13] M. Foucault, Gli
anormali, cit., p. 152.
[14] Ibid., p. 153.
[15] Cfr. M. Bachtin, L’opera
di Rabelais e la cultura popolare. Riso, carnevale e festa nella tradizione
medievale e rinascimentale, Torino, Einaudi, 1979, p. 347.
[16] G. Parise, L’odore
del sangue, Milano, Rizzoli, 1997, p. 55.
[17] Ibid., p. 232.
[18] P.P. Pasolini, Petrolio,
Torino, Einaudi, 1992, p. 228.
[19] L’insistenza sulla
masturbazione si trova anche in un romanzo come Cani sciolti (1973)
di Renzo Paris, probabilmente il miglior racconto uscito dalla contestazione.
Qui però l’atto sessuale è inserito in un clima cupo e angoscioso,
e non ha nulla di liberatorio. Il protagonista immagina il ritorno della
donna che ama, Serena: «Mi figuravo il momento in cui si avvicinava
e mi abbracciava. La scena si ripeteva fino all’ossessione. Serena apriva
le braccia e le richiudeva, ma senza trovare nulla da stringere. Pazientemente
le riapriva e attendeva che diventassi corpo per stringermi. Seduto sulla
tazza del bagno mi sono masturbato più volte come per restare più
vicino a lei. Niente da fare, quando l’ho vista, nemmeno l’ho riconosciuta.
Serena mi ha guardato senza odio, con grande indifferenza» (R. Paris,
Cani sciolti, Ancona, Transeuropa, 1988, p. 112).
[20] Cito da S. Bernardi,
Il paesaggio nel cinema italiano, Venezia, Marsilio, 2002, p. 203.
[21] Mi riferisco a M. Belpoliti,
Settanta, Torino, Einaudi, 2000, in particolare al capitolo Carnevale
a Bologna.
[22] Cito dal volume Gruppo
A/Dams, Alice disambientata, materiali collettivi (su Alice) per un
manuale di sopravvivenza, a cura di Gianni Celati, Milano, edizioni
l’erba voglio, 1978, p. 74.
[23] Ibid., pp. 79-80.
[24] L’articolo è
Il corpo comico nello spazio, uscito sul “Verri”, 1976, pp. 23-32, un numero
interamente dedicato al comico. Celati ha impostato il discorso sul comico
nello splendido saggio Dai giganti buffoni alla coscienza infelice,
in Finzioni occidentali (1975), Torino, Einaudi, 1986.
[25] G. Celati, La banda
dei sospiri, Torino, Einaudi, 1976, pp. 139-140.
[26] Ibid., p. 137.
[27] P.V. Tondelli, Altri
libertini, Milano, Feltrinelli Universale Economica, 1987, p. 142.
[28] P.V. Tondelli, Camere
separate (1989), Milano, Bompiani, 2002, pp. 158-159.
[29] Sono parole da J. M.
Coetzee, Pornografia e censura, Roma, Donzelli, 1996, p. 94.
[30] P.V. Tondelli, Camere
separate, cit., p. 137.
[31] Ibid., p. 207.
[32] Ibid., p. 209.
[33] P.P. Pasolini, Il
sesso come metafora del potere, in Per il cinema, vol. II, a
cura di Walter Siti e Franco Zabagli, Milano, Mondadori, 2001, p. 2065.
[34] Woobinda esce
nel 1995 presso l’editore Castelvecchi, Superwoobinda nel 1998 presso
Einaudi.
[35] Ammaniti e Brancaccio,
Teodorani, Nove, Luttazzi, Pinketts, Governi, Curtoni, Galiazzo, Massaron,
Caredda, Gioventù cannibale, a cura di Daniele Brolli, Torino,
Einaudi, 1996, p. 59.
[36] Per una panoramica
completa rimando a Filippo La Porta, La nuova narrativa italiana. Travestimenti
e stili di fine secolo, Torino, Bollati Boringhieri, 1999, in particolare
alle pp. 259-266. E a Marino Sinibaldi, Pulp. La letteratura nell’era
della simultaneità, Roma, Donzelli, 1997.
[37] Così lo definisce
Walter Siti in Il tempo veloce del romanzo contemporaneo, in Spazi
e confini del romanzo. Narrative tra Novecento e Duemila, a cura di
Alberto Casadei, Bologna, Pendragon, p. 261 sgg.
[38] Isabella Santacroce,
Fluo. Storie di giovani a Riccione, Milano, Feltrinelli, 1999, p.
67.
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Marco Antonio Bazzocchi
insegna Letteratura italiana contemporanea e Letteratura del Romanticismo
all'Università di Bologna. Si occupa dei rapporti tra interpretazione
del testo e storia della cultura. Tra le sue ultime pubblicazioni, un Commento
ai Paralipomeni della Batracomiomachia di Giacomo Leopardi (con R.
Bonavita, Carocci, Roma 2002) e una lettura di Dino Campana (Nietzsche,
Campana e la puttana sacra, Manni Editori, Lecce 2003). Ha curato
l’edizione della tesi di laurea di Pasolini (Antologia della lirica
pascoliana. Introduzione e commenti, Einaudi, 1993) e per la Bruno
Mondadori ha pubblicato Pier Paolo Pasolini (1998). Nel 2007, con
Bruno Mondadori, ha pubblcato I
burattini filosofi. Pasolini dalla letteratura al cinema.
Nota sul libro di Marco Antonio Bazzocchi
Corpi che parlano. Il nudo nella letteratura italiana del Novecento
(Bruno Mondadori, 2005)
Nel 1973 Pier Paolo Pasolini
pubblica sul "Corriere della Sera" Il "discorso" dei capelli. Nell'articolo
[ora in Scritti corsari], un dettaglio fisico (i capelli lunghi
dei giovani) diventa il segnale attraverso cui leggere trasformazioni epocali
nella società e nella cultura italiana. Il corpo parla un suo linguaggio
specifico, nuovo e scandaloso, che Pasolini riesce a tradurre in linguaggio
verbale.
Nel libro di Bazzocchi il
discorso sui capelli (che avrà un seguito in tutto il secolo) viene
assunto come punto di partenza per indagare la funzione espressiva del
corpo nella letteratura dagli anni sessanta in poi.
Nelle singole analisi vengono
ricostruite le strategie con cui alcuni grandi scrittori del Novecento
(Moravia, Calvino, Sanguineti, Morante, Pasolini) hanno illuminato aree
di attenzione diverse del corpo o sue modalità espressive: nudità,
mescolanza di generi, trasformazioni, perversioni sessuali, pornografia
e comicità sono i modi attraverso cui il corpo ha parlato, in gara
con le forze dominanti della morale e del potere.
Nell'ultimo ventennio del
secolo, saranno le nuove generazioni (Celati, Tondelli, Scarpa, Magrelli,
Albinati) a tentare un'estrema auscultazione del corpo, quando ormai tutti
i suoi discorsi sembrano diventati ossessivi e ripetitivi.
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INVITO
ALLA LETTURA:
BRANI
DI PIER PAOLO PASOLINI
TUTTI
GLI AGGIORNAMENTI
A
"PAGINE CORSARE"
DA
OTTOBRE 1998
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