La saggistica

"Pagine corsare"
Saggistica

Un poetico «se», di P.P. Pasolini
in Le belle bandiere

Tra il 1960 e il 1965 Pasolini, attraverso le pagine di "Vie Nuove", settimanale del Partito comunista italiano, è impegnato a tenere una rubrica di "dialoghi" con i lettori. Si tratta di una documentazione preziosa per i contributi che lo scrittore-regista fornisce soprattutto sui molti avvenimenti storici e socio-politici di quel periodo. La raccolta degli interventi di Pasolini è poi stata pubblicata in volume, a cura di Gian Carlo Ferretti per Editori Riuniti (Roma 1996). Quello che segue è uno dei "dialoghi": Pasolini risponde a un lettore, Giotto Scaramelli.

Un poetico «se»

Caro Pasolini, se mi domando perché ti scrivo non riesco a trovare una risposta. Forse perché il tuo modo di vedere è simile al mio (infatti, pur avendo letto alcuni tuoi libri, ho imparato a conoscerti su Vie Nuove, parlo perciò di modo di vedere). O forse perché sei un marxista, ma credo che la spinta decisiva me l’abbia data il tuo Vangelo. Ho scritto e stracciato decine di lettere. Volevo arrivare a spiegarmi bene e in breve: come vedi non ci sono riuscito. Quello che ti scrivo non può interessare molti ed è sprecato dedicargli la pagina che settimanalmente Vie Nuove mette a disposizione della tua corrispondenza con i lettori; ma prima di accantonare tutto, scrivimi, se possibile anche privatamente, perché la tua risposta è importante, molto importante per me. Ed ecco la mia domanda, che può sembrare ridicola. Sei un artista dei maggiori contemporanei, a parer mio il migliore degli italiani. Ma che cosa avresti fatto se, pur avendo le aspirazioni che hai e che hai avuto, fossi stato contadino e figlio di contadini ed avessi frequentato solo la quinta elementare come succede a me? Se mi risponderai segnalandomi il tuo indirizzo, oppure sempre attraverso Vie Nuove, ti invierò una poesia scritta da me. È il lamento, mio ed esclusivamente mio, ma che in fondo è quello di un intero ceto di persone che con il loro atteggiamento favoriscono talvolta (dico qualche volta) la propria schiavitù.

Giotto Scaramelli - Scandicci (Firenze)

Vorrei risponderti più a lungo e più bene di quanto mi consentano lo spazio e il tempo di una rubrica. Sul tuo «se», si potrebbe inventare una poesia, tutta al tempo congiuntivo e condizionale, naturalmente - al tempo ipotetico, che è il tempo della filosofia, non della poesia.
Ma la tua ipotesi è estremamente poetica, perché reale. Non soltanto pone me di fronte a una possibilità della mia nascita e del mio passato che in qualche modo determina, condiziona e modifica le possibilità che si sono invece attualizzate, ma mi pone di fronte a delle possibilità che sono la realtà di migliaia di persone.

Come sempre, mi è molto difficile immaginare la realtà preceduta da un «se» (a una riunione recente alla Casa della Cultura di Milano, Umberto Eco ha avuto il coraggio frenetico, davanti al «se» di un contraddittore, di dire ‘se mia nonna avesse le ruote’...): le ipotesi assottigliano, tolgono spessore e complessità alla realtà che ricostruiscono, perché non possono ricostruirla che su un piano, e non sulle migliaia di altri piani che ogni vita reale implica. Perciò se io rispondessi direttamente alla tua domanda: cosa avrei fatto io se fossi stato figlio di povera gente e impossibilitato a studiare?, non potrei rispondere che con delle ricostruzioni cartacee, fatte di pura verbosità, da cui salterebbe fuori un me stesso tipicizzato, ma non individualizzato. 

Potrei dirti: sarei diventato un autodidatta di quelli caotici, un po’ pazzi, un po’ fanatici, zeppo di conoscenze assurde, di letture senza nesso se non quello arbitrario creato a sostituzione della razionalità della vera cultura ecc. ecc.; oppure: sarei stato un inquieto, un extravagante, sarei emigrato dal mio paese, dalla mia città, avrei girato il mondo come in una specie di sogno; oppure ancora, avrei abbracciato una fede politica con fanatismo, scaricando in essa ogni mia energia, ma facendone nel tempo stesso una specie di mito innocentemente ricattatorio (come tanti dei miei corrispondenti di Vie Nuove!); oppure infine avrei seguito una vocazione falsamente religiosa (che è spesso la prima strada culturale che si para davanti a un contadino delle campagne italiane, specie del Nord) convincendomi ripetutamente, giorno per giorno ora per ora (come fanno spesso coloro che credono di credere) con smania iterativa della imprescindibile freschezza e profondità del mio sentimento convenzionale ecc., ecc.

Come vedi la mia vita si sarebbe ridotta a un pretesto. Chi non ha la possibilità di andare direttamente alle fonti della cultura, ed è quindi costretto ad accettare la cultura nelle sue forme istituzionali, non può che vivere pretestualmente, se, naturalmente, la sua psicologia è tutto sommato un ingombro che lo acceca, che costituisce un problema febbrile e angoscioso (come sarebbe stato nel mio caso).

Fortunatamente però ci sono degli uomini intimamente equilibrati e sereni, delle anime magari profonde ma non contorte, che malgrado l’esclusione dai luoghi e dagli strumenti della cultura, riescono in qualche modo a superare la pretestualità della cultura della società borghese, e a intuire la «reale» qualità della cultura. Ci sono migliaia di persone, che, pur non avendo studiato, malgrado l’intima vocazione allo studio, sono «colte»: non per la massa di nozioni che sono riuscite a racimolare, che magari sono confuse e di seconda mano, ma per una fondamentale chiarezza conoscitiva. Se una «direzione» oggettivamente reale e valida della cultura esiste, essa può essere intuita e indovinata, o appena percepita: e questo basta. 

La maggioranza di questi uomini non colti, che possiedono intuitivamente la vera qualità della cultura, cioè la cultura, sono uomini che appartengono ai movimenti liberi e laici di una nazione moderna, naturalmente (ma non bisogna farne una regola assoluta: anche tra i cattolici, nebulosi, sconvolti da una fede complicata, arcaica, lacerante, conformista si trova talvolta la purezza razionale di una cultura vera). Dalla tua lettera mi pare di capire che tu sei uno di questi uomini. E quindi, per la prima volta posso sinceramente dire che attendo con curiosità la tua poesia. Per quanto non ce ne sia bisogno, perché poetica è già la tua lettera, anche se non ha nessuna allure sentimentale, patetica o estetizzante. È l’idea di quel «se» che è poetica. Ogni giorno, nella vita quotidiana, io riconosco intorno a me molti uomini poeti che non dicono una parola poetica nel senso convenzionale, ma che si «comportano» da poeti: e infinite volte mi succede di commuovermi di fronte a questa poesia non testimoniata da se stessa, concomitante con la vita, trascinata via con la vita.

n. 13 a. XX, 15 aprile 1963

 

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Un poetico «se», di P.P. Pasolini, in Le belle bandiere, Editori riuniti 1996

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