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Saggistica Un frammento dimenticato
di Pasolini
Nel blog "la
poesia e lo spirito" - Massimo Sannelli scrive il post
«A Pasolini ho chiesto di consigliare alle lettrici di questo volume che vogliono accostarsi alla poesia i primi libri di versi che dovranno leggere. Ecco la risposta. 1.
Questa “brevissima intervista con un poeta”, anonima, appare in un’agenda
annuale “destinata alle famiglie italiane”: Casa serena 1973, Omaggio della
Cassa di Risparmio di Genova e Imperia, [s.d., ma evidentemente 1972],
p. 181, sùbito dopo la pagina del 31 maggio e il “riepilogo mensile
delle entrate e delle uscite” del mese di maggio. La dichiarazione di Pasolini
è inserita in un discorso più generale intitolato E perché
avvicinarsi alla poesia, rivolto espressamente alle donne.
2. Pasolini consiglia sette poeti, in due triadi, maschile e femminile, a cui aggiunge un settimo autore come outsider e summa: Dickinson, Morante, Rosselli; Machado, Kavafis, Bertolucci; “e ancora” Mandel’štam. Il rapporto tra libro e poeta è interessante: le tre donne hanno scritto “libri” e “poesie”, cioè la loro operazione è realizzata concretamente sulla materia, e si rappresenta al mondo come materia scritta; queste donne non sono “poetesse”, ma “poeti”, in piena parità intellettuale con gli uomini; il testo, di per sé, è asessuato: anche se la maggior parte degli artisti lo considera come un corpo, alternativo al proprio. Anche gli uomini della triade sono “poeti”, ma Pasolini non attribuisce loro né “libri” né “poesie”. Lo fa solo con Mandel’štam, autore di un “libro” di “poesie”, “letto di recente” e già recensito il 3 dicembre 1972 (sarà il secondo testo delle future Descrizioni di descrizioni; e da Mandel’štam deriva l’epigrafe di Petrolio, citata nella recensione del 1972: “Col mondo del potere non ho avuto che vincoli puerili”).Questi autori hanno scritto i “primi libri di versi che” le donne “dovranno leggere”. Cioè Pasolini li considera, in questo momento, come fondamentali e preliminari: a costo di sacrificare Rimbaud e Penna, forse perché da leggere dopo, e perché la scelta dei tre uomini è data “per esempio”, in una forma ariosa che comprende tutti i poeti “che piacciono” a Pasolini. Così i libri (delle donne, che sono “poeti”, e di Mandel’štam) e i poeti (che sono i tre uomini) sono su un piano diverso: Pasolini, consciamente o inconsciamente, differenzia dalla vita virile l’“iniziale difficoltà” delle donne e la dissidenza di Mandel’štam. Ai poeti della “difficoltà” corrispondono la rinuncia alla maternità e il carcere, e quindi i “libri”; alla virilità, etero- o omosessuale, di Machado, Kavafis e Bertolucci, corrisponde, genericamente, lo status di “poeti”. Per i tre uomini, che hanno praticato serenamente la sessualità (e, in due casi su tre, conosciuto il matrimonio), la difficoltà è meno vincolante, o è inesistente. Le tre donne non sono state madri, e a Pasolini non può sfuggire il marchio medico – anoressia, depressione, schizofrenia – che unisce Dickinson, Morante e Rosselli: per pudore, lo riassume nell’“iniziale difficoltà”. Per rispetto alla “difficoltà” – connaturata alle donne, e che fa di Mandel’štam una donna –, le tre e l’uno sono “poeti”-“libri”: quindi la pressione biologica e biografica ha realizzato una materia concreta, separata dal corso normale della storia (che è, ovviamente e sempre, la storia dei maschi e del “mondo del potere”). Non per stilema romantico, ma per l’effettiva testimonianza – che è un fatto – di documenti da consultare (lo stesso Documento di Rosselli, i Quaderni di Mandel’štam, i manoscritti di Dickinson), la conseguenza è che il “libro”, cioè la struttura o il “secondo corpo”, è partorito dalla “difficoltà” e da un modo diverso di essere madri (o padri). In altre parole: il libro fuori-esce dal solo subire i “vincoli” con il “mondo del potere”, per dissociarsene anche linguisticamente: “Non ho mai usato una sola parola / usata dai miei padri (eccetto che per augurargli l’Inferno)”; “Cercatemi e fuoriuscite” (Pasolini, Dutschke, in Trasumanar e organizzar; Rosselli, Documento). Chi subisce è l’innocente nella “difficoltà iniziale” (e sessuata; e politica): innocente anche rispetto alla propria difficoltà, in cui agisce. 3. La prima triade è fatta di poeti che “hanno le stesse esperienze”. HANNO: al presente e nel presente, oggi e sempre, in una metastoria esemplare di cui Rosselli e Morante sono già parte; e non HANNO AVUTO. L’autore “che fa esperienza, che lavora e che contempla” è diverso dall’automa “incapace di fare esperienza, che usa il lavoro come droga, e che non può trattenersi dall’intervenire” (autocommento ad Empirismo eretico: 1972). Dunque le tre autrici HANNO in comune, ieri e oggi, lo stile monastico del lavorare-contemplare. All’eccellenza stilistica si aggiunge la dissociazione dall’“ambiguità” – quando “due elementi contrari costanti […] si scontrano dentro un’opera” (Tre riflessioni sul cinema: 1974) –, di cui lo stesso Pasolini si accusa. In linea di massima, è impossibile che Lia e Rachele, azione e contemplazione, siano allegorie estinte: nemmeno per la storia (e la grande Metastoria) della poesia.
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