|
|
|
Saggistica .
Come sono cambiate le borgate dai tempi di Accattone? Cocaina e ipermercati hanno stravolto tutto. Visita guidata con Walter Siti, il curatore delle opere di Pier Paolo Pasolini che ha scritto un romanzo sulle periferie Paola Zanuttini Foto dl Chris Warde-Jones Il Venerdì di Repubblica, maggio 2008
Così dice un personaggio di ll contagio, nuovo romanzo di Walter Siti, accademico in pensione e curatore dell’opera di Pasolini nei Meridiani. Che abita a piazza Risorgimento. Dalle sue finestre vede i Giardini Vaticani, un affaccio che gli ha causato qualche noia: per motivi di sicurezza, la Santa Sede ha voluto controllare chi abita quelle camere con vista. Ma al professore interessano altri panorami: le periferie, le palestre, la bellezza e la miseria dei coatti, il confine indefinito tra bene e male. Con lui facciamo una visita guidata fra gli scenari pasoliniani e i suoi. Per vedere cos'è cambiato. Dice Siti: «In borgata mi trovo meglio. Vengo da una famiglia povera, trovo le maniere borghesi terrificanti, deleterie per l’eros. E, quando capii d’essere omosessuale, i muscoli si trovavano solo in periferia. Muscoli funzionali, da pugili, non fini a se stessi come oggi».
Il contagio narra come sono mutate le borgate dal tempi dl Pasolini a oggi, la coca che tonifica l’economia locale ma anche le serate, la sessualità sfrenata e promiscua. E soprattutto la poltiglia che ha sommerso Roma: una distesa indifferenziata di umanità e palazzi, dove i codici e gli stili della borgata hanno contagiato gli altri quartieri e le altre fasce sociali. Pasolini prevedeva che le borgate si sarebbero imborghesìte, Siti sostiene il contrario. Si va verso Est, a Pietralata: Tommaso Puzzilli, il protagonista di Una vita violenta vive e muore lì. Il suo tentativo di riscatto umano e politico finisce con il salvataggio di una donna in una baracca inondata dell’Aniene. «Quando racconto che il settanta per cento dell’edilizia romana è abusiva non mi credono, ma è così: gli immigrati, quasi tutti muratori. si costruivano la casa la domenica e di notte, a volte con i materiali rubati nei cantieri». A via di Pietralata c’è un‘insegna, Vini sfusi di qualità. «Buon esempio della filosofia del vivere alla grande di borgata. Come le magliette Dolce e Gabbana taroccate». A via del Peperino, il professore indica un altro negozio, Il Pantalone: «Un tempo faceva credito, la gente diceva ti pago come posso, commercianti e clienti tiravano avanti così, ora c’è Panorama con i prezzi stracciati, si è persa questa solidarietà. Che era diffusa: i ladri rubavano ai Parioli, mica dai vicini». Il professore se la prende con quelli che definiscono le periferie romane un inferno. «Si vede che non ci sono mai stati. Ormai hanno un loro ordine, nell’anarchia urbanistica, e palestre, solarium, centri estetici, ipermercati si sprecano. I consumi hanno stravinto. E, comunque, il Comune ha fatto abbastanza in questi anni». Ha fatto anche una cavea, nel 2001. Non troviamo la strada e un pensionato ci istruisce: «Devi anda’ a Pietralata, questo è il Pecoraro». Cioè il Monte del Pecoraro, che in realtà è a Pietralata, ma dice Siti che mantenere un orizzonte di appartenenza ristretto è tipico, qui. La cavea non sembra il miglior esempio di intervento nelle periferie: da un monolite dovrebbe scorrere dell’acqua, ma per ora la fontana è a secco. È scorsa molta birra, però, viste le bottiglie in giro. «I rumeni. Da Panorama la vendono scontata» spiega Siti. C’è anche una scultura, «Che colore era prima di arrugginire?» chiede il prof. «È cosi da subito» gli fa un altro pensionato. Buon supporto per sottili graffiti. Siti riferisce: «In borgata si fanno le ammucchiate, ma si fa anche conoscere la moglie all’amante, per tenere tutto insieme. Il consumo diffuso dì coca, considerata una droga che non dà dipendenza, sfuma i confini fra bene e male, fra omo e etero, fra prostituzione e disponibilità. La coca fa la grande differenza fra le periferie pasoliniane e quelle di oggi. Ma è anche vero che si salda sull’elemento forte della cultura borgatara: la convinzione che è tutto uguale, e che il futuro vale poco». ![]() Viale Palmiro Togliatti lambisce le borgate storiche del fascismo e i borghetti spontanei del dopoguerra diventati quartieri, anche residenziali. «Posti come il Trullo, Val Melaina, Primavalle, il Quarticciolo sono stati inglobati dalla città. Non si dice più “abito in borgata”, oggi si parla di periferie. E l’espansione indifferenziata ha prodotto la poltiglia: ceti diversi che vivono gomito a gomito. Gente che tira la carretta, giovani coppie, universitari, famiglie coni figli a scuola in centro». La mescolanza non è anche democrazia? «È omologazione», risponde Siti. «Si condividono spazi, consumi, linguaggi televisioni, ma ci si separa sulla scelta dl base, il “cosa farò da grande”. L’aristocrazia della borgata non si rassegna a tirare la carretta. Ma la cultura della svolta, della truffa, dell’arroganza, ha attecchito ovunque. Un personaggio del libro passa dallo spaccio all’immobiliare alla finanza, certo di sfondare, visto che sì è fatto le ossa nel business più duro». Sulla Casìlina, verso tor Bella Monaca, che com’è remota somiglia a una borgata tradizionale, anche se risale agli anni Ottanta, i negozi di informatica e videonoleggio si rincorrono. Sìti, che ha ambientato qui parte del suo romanzo, commenta: «La città è lontana sul serio quaggiù, di sera resti in contatto con la chat, l’Msn o ti spari un Dvd sul tv al plasma. E tiri la coca, il turismo di chi non va da nessuna parte. C’è chi si vede sei film al giorno. I cult sono Il gladiatore, Il marchese del Grillo. Ai tempi di Pasolini, Giulio Cesare, con Brando». Vabbè, a Torbella hanno portato il teatro di cintura, e pure uno spettacolo di Peter Brook. «Sì, e la sera dell’inaugurazione a Michele Placido, il direttore del teatro, tagliarono le gomme». Tor Bella Monaca ha una sua opulenza, ma alle Torri, il centro del quartiere, le piante sono innaffiate, i pavimenti spazzati, le scritte cancellate finché ci sono i negozi. Dove cominciano uffici e servizi pubblici inizia il deserto. Opulenti anche i supermercati. «In borgata se magna», dice Siti: «Grandi cene, condivisione, sapori forti. Le sensazioni devono essere super, come con la coca». E i problemi della quarta settimana? «Consolidati. Ma, anche se i mariti non lavorano, le mogli lavorano eccome. Sono il perno di tutto, gli uomini si sposano per non dissiparsi. Poi, per campare ci si arrangia comunque, si fanno gli impicci». Per avere i contatti giusti a Torbella, Siti aveva chiesto aiuto alla sua compagna di Università Rina Gagliardi. ex senatrice di Rifondazione: «Il suo partito c’è, nelle borgate, pensavo avesse molti agganci. Ma lei mi ha suggerito di parlare con la sua colf, che abita qui. Ottimo consiglio». Se nelle altre periferie, alle Politiche, il Pd ha tenuto o prevalso di un soffio, qui il PdI ha preso sei punti in più e La Destra ha avuto più voti della Sinistra Arcobaleno. Siti denuncia una generale perdita di contatto: «Ai cancelli degli asili nido o delle case famiglia che rischiano di essere chiusi si incatenavano quelli di An». Verso Ovest, Corviale, tappa obbligata di un tour periferico: Il palazzo-quartiere nel nulla, il chilometro di cemento che sintetizza ogni utopia ed errore del diritto alla casa. Il professore, prova a dire che si intuisce un progetto, una buona intenzione, poi lascia stare. Entriamo in una palestra, povera ma in ordine come quelle dei missionari. Non c’è un cane, anzi sì, un bastardino molto contento che arrivi qualcuno. Torniamo in macchina, il signor Dante, finora taciturno, esordisce: «Professore, permette una domanda? È vero che a Roma il Ponentino non soffia più perché lo blocca ‘sto palazzone qui?» |
. |
. |
|
|