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Saggistica La droga e l'incultura
che ci circondano
“Ci sono periodi storici in cui non c’è spazio per la droga, uno è stato per esempio quello che abbiamo da poco e, a quanto pare, così felicemente, superato: si trattava infatti di un periodo di repressione clerico-fascista (i vent’anni di fascismo e i trent’anni democristiani). In tale periodo persisteva nella classe dominata, nell’intero popolo italiano contadino e paleoindustriale, una cultura in cui i valori e i modelli erano solidissimi, e la <tradizione> esclusiva… In una tale situazione storica il fenomeno della droga non poteva che essere classista. Il popolo non c’entrava. La sua cultura non era in discussione né in crisi“. Il poeta afferma che ora (e siamo nel 1975) il fenomeno della droga è cambiato radicalmente rispetto a quello dei dieci anni precedenti “È diventato un fenomeno che riguarda la massa e comprende dunque tutte le classi sociali“. E se il mondo artistico aveva anche in altre epoche fatto uso di droghe per stimolare l’estro e riempire magari un altro vuoto, quello dell’immaginazione, nell’occidente europeo furono alcune mode giovanili diffusesi attraverso la musica e i suoi artefici - prima col fenomeno beat poi con quello hippy – a invitare all’uso di momenti di oblio attraverso le droghe. Lucy in the sky with diamond dei baronetti Beatles e Cocaine di J.J. Cale furono due famosissimi inni, più o meno mascherati, a un diffuso utilizzo degli stupefacenti. La tesi del poeta è che il vuoto creato dalla progressiva mancanza di cultura vada a riempirsi con questo strumento distruttivo. Ne fanno le spese soprattutto i giovani del ceto popolare perché se la perdita di valori immiserisce l’intera società, i ceti più vulnerabili risultano al solito i meno abbienti. Ai valori smarriti non ne sono subentrati altri, a meno che non si voglia considerare un valore il consumismo. Il sospetto è anche un campanello d’allarme che risuonava tragico già all’epoca della stesura del brano, solo dopo qualche anno sarebbe apparso in tutto l’intuitivo realismo. Dopo l’analisi due mosse decise, la prima scontata “Non sono affatto tenero con i giovani che si drogano perché compiono un atto sottoculturale che essi mitizzano e per la mia insofferenza personale ad accettare la fuga, la rinuncia, l’indisponibilità“. L’altra a sorpresa “Ho capito tuttavia che la lotta per la depenalizzazione della droga è un atto centrale e non marginale di una lotta per la reale tolleranza“. Il perché è presto detto basta guardarsi intorno. “L’Italia è un luogo orribile: basta andare qualche giorno all’estero e poi ritornare. Ho avuto la misura dell’abisso in cui gli Italiani si dibattono, come vermi, addirittura tornando da Barcellona (città dove il passato è irrespirabile). Parlo soprattutto dell’Italia dei giovani. Se c’è qualcuno che accorgendosi inconsapevolmente di questo e magari vuole morire, come può una società che gli offre di sé un così tragico e ripugnante spettacolo, impedirgli di farlo?“. Non c’è l’avallo per certi gesti di fuga e di morte ma comprensione delle cause che sono molto più sociali che individuali. Anche perché fughe e scomparsa d’una parte vitale ed energetica della società, quali i giovani sono, hanno sempre fatto comodo a chi gestisce il Potere.
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