La saggistica

"Pagine corsare"
Saggistica

Quando Pasolini sperava nei comunisti
di Enrico Campofreda
Su Pier Paolo Pasolini, Lettere luterane, Corriere della Sera,
18 luglio 1975 - "Pannella e il dissenso" 

Si rivolge al simbolo del dissenso civile italico Pasolini, al Pannella radicale, all’uomo dei digiuni, delle campagne referendarie capaci di scuotere un Paese che la “strategia della tensione” non era riuscita a piegare.

Il poeta lo prende a modello d’un discorso su chi sia in quella fase davvero obbediente o disobbediente in politica come nella vita e nel costume. Fa però una premessa sul quadro successivo all’avanzata delle sinistre nelle amministrative del 1975 che introduce la nuova prospettiva d’una immensa responsabilizzazione dei comunisti, in virtù di quel successo elettorale attesi a comportamenti coerenti per moralità e rigore programmatico. Proprio nella fase in cui una buona fetta del mondo cattolico sta calando la maschera sull’essenza del proprio voto che è in prima istanza soprattutto democristiano. In quell’aggettivo c’è più il legame con la lobby del potere economico che con la Chiesa cattolica. “La Dc è un nulla ideologico mafioso: perduto il riferimento alla Chiesa, può modellare secondo le forme necessitate da un diretto riferimento al nuovo modello di produzione determinato dall’enorme quantità e dal superfluo e la sua implicita ideologia edonistica”  “… si pretende che gli uomini vivano in uno stato d’imponderabilità per privilegiare il consumo e la soddisfazione di esigenze edonistiche”. “I potenti democristiani si fanno belli di questo progresso che accompagna uno sviluppo in realtà mostruoso e distruttore”. 

Ecco perché dai comunisti ci si aspetta molto. Gli elettori li hanno votati per richiedere un cambio di rotta, un segno esplicito di moralità “Che atteggiamento assumere nei confronti delle industrie terziarie e dei beni superflui?” “La realtà ha tratti facilmente individuabili: perdita di antichi valori, borghesizzazione totale e totalizzante, correzione dell’accettazione del consumo”. Tutto ciò è già un campanello d’allarme anche se la fiducia non è ancora tramontata. Però su quel terreno il Pci già produceva anno dopo anno un progressivo abbandono che crescerà a dismisura alla fine dei Settanta e nei periodi seguenti che Pasolini non potè più commentare. Accanto alle scelte politico-economiche operate da un partito nato per sostenere la classe lavoratrice subentravano fattori appunto antropologici che il poeta riassume nella domanda: “Comunisti, aiutateci voi a sapere che uomini siamo”. Uomini che dovevano essere diversi da quell’umanità subalterna ai princìpi del mercato capitalistico. Politici che, pur all’interno di logiche d’apparato propense a ogni realismo, si ponevano ancora il bisogno di attenersi a comportamenti morali. Invece sempre più si faceva strada una “una correzione del più degradante conformismo attraverso un’ostentata esigenza di tolleranza“.

Pasolini mette in guardia sui comportamenti di ‘obbedienza’ e ‘disobbedienza’ mostrando come essi avessero perso il significato e il valore che avevano negli anni Sessanta e acquisito sensi inversi. Certa disobbedienza della massa giovanile - che non ha ancora trovato intorno a sé i valori d’una nuova cultura e accetta con ostentazione e violenza i valori della “cultura del consumo” - è una sorta di obbedienza. Dissente veramente chi s’oppone all’ideologia distruttrice che è divulgata dal capitalismo come si trattasse di un valore. L’invito è perciò rivolto a un ascolto profondo che vada oltre le apparenze con gli esempi portati di due episodi dell’epoca. La protesta <disobbediente> del sergente Sotgiu sulle condizioni di vita dei sottufficiali e il suicidio <obbediente> del poliziotto Rizzo a causa della fuga d’un detenuto a lui affidato pongono esplicitamente la riflessione se non sia l’unanimismo l’obbedienza occulta e se la vera distruzione non sia un palese segno dominante del Potere. Il fine: riuscire a ricostruire la società con contributi sia individuali sia collettivi e con l’attesa del grande ruolo storico del Partito Comunista.

Su quanto questo ruolo sia stato tradito parlano oltre alle scelte operate nelle varie fasi politiche di due decenni e mezzo - dal 1975 all’89 - anche le posizioni espresse dagli epigoni del Pci nel periodo della cosiddetta Seconda Repubblica fino ai nostri giorni. Non osiamo pensare cosa avrebbe scritto oggi l’intellettuale se avesse potuto osservare il panorama socio-politico. L’omologazione consumistica attraverso simboli, costumi, pensiero e modo d’agire ha sbaragliato il campo incontrastata, il Partito Comunista nella sua smania di governo non ha proposto modelli alternativi. Ha inglobato la linea di quel capitalismo un tempo combattuto, giustificato lo sgretolamento dello stato sociale, metabolizzato i meccanismi economici con le sue storture d’uno sfruttamento tornato a un impareggiabile cinismo criminale. L’altissima percentuale delle morti sul lavoro lo testimonia drammaticamente. Senza tacere dei valori: individualismo anziché collettività, classismo di ritorno per censo e per lobbies, culto della personalità. La ricostruzione societaria auspicata dal poeta è svanita soffocata dal mercato che umilia la buona politica. Se mai ne fosse rimasta anche solo qualche buona intenzione. 


 

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Vedi anche: tutti gli aggiornamenti di "Pagine corsare" da ottobre 1998
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Quando Pasolini sperava nei comunisti, di Enrico Campofreda

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