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Saggistica 19 gennaio 1975.
Ecco il Pasolini più contestato. Dalle femministe e dai radicali innanzitutto, dall’Udi, dal Pci e dal fronte laico parabortista. Da molta sinistra extraparlamentare in materia schierata su posizioni filo-femministe. Il poeta è per gli otto Referendum, ma è traumatizzato dalla legalizzazione dell’aborto e parla contro di essa perché la considera una legalizzazione dell’omicidio. Dunque Pasolini come quei clerico-fascisti da lui tanto detestati? O come la Chiesa, Paolo VI, Comunione e Liberazione e il Movimento per la vita? Assolutamente no. Pasolini è credente, lo è d’una fede intima e privata, fede non esibita ed esaltata. Una fede tollerante e tanto basta per differenziarlo, come altri cristiani, dal fronte reazionario. Pone un altro genere di questione tralasciata da tutti, parzialmente anche da radicali e progressisti. A monte dell’aborto c’è il problema del coito. La donna resta incinta a seguito di quell’atto che, nella società consumistica, è diventato più facile. Ma questa facilità non sembra tanto una conquista di autodeterminazione e liberazione sessuale ma di nuove abitudini massificate. “Oggi la libertà sessuale della maggioranza è in realtà una convenzione, un obbligo, un dovere sociale, un’ansia sociale, una caratteristica irrinunciabile della qualità della vita del consumatore. Insomma, la falsa liberazione del benessere, ha creato una situazione altrettanto e forse più insana che quella dei tempi della povertà. Infatti: primo: risultato di una libertà sessuale <relegata> dal potere è una vera e propria generale nevrosi. La facilità ha creato l’ossessione; perché è una facilità <indotta> e imposta, derivante dal fatto che la tolleranza del potere riguarda unicamente l’esigenza sessuale espressa dal conformismo della maggioranza”.E con i tratti unici del rapporto di coppia etero poiché “tutto ciò che sessualmente è ‘diverso’ è invece ignorato e respinto”. Così “il popolo italiano, insieme alla povertà, non vuole neanche più ricordare la sua ‘reale’ tolleranza: esso, cioè, non vuole più ricordare i due fenomeni che hanno meglio caratterizzato l’intera sua storia”. Si sofferma Pasolini sul ruolo politico del coito ricordando come alla repressività d’un tempo si stia sostituendo la banalizzazione che è un male altrettanto grande. Per lui il fronte progressista pone un problema di praticità, che è un problema oggettivo, ma “anziché buttarsi (con onestà donchisciottesca) in un pasticcio, estremamente sensato ma alquanto pietistico, di ragazze madri o di femministe angosciate in realtà da ‘altro’ (e di più grave e serio)” potrebbe seguire un’altra via. ”La mia opinione estremamente ragionevole è questa: anziché lottare contro una società che condanna l’aborto repressivamente, sul piano dell’aborto, bisogna lottare contro tale società sul piano della causa dell’aborto, cioè sul piano del coito. Si tratta – è chiaro – di due lotte ‘ritardate’: ma almeno quella ‘sul piano del coito’ ha il merito, oltre che di una maggiore logicità e di un maggiore rigore, anche quello di un’infinitamente maggiore potenzialità di implicazioni.Sul controllo delle nascite e sull’informazione da offrire nei consultori l’area progressista disse ma fece poco. Quanto è stato effettivamente attuato dopo la legge 194? E soprattutto cosa s’è fatto, in trent’anni, per incrementare l’educazione sessuale dei giovani sia nelle scuole sia con l’uso di grandi media come la tivù? Tutti coloro che difesero il sacrosanto e paritario diritto delle donne a praticare secondo coscienza l’aborto (dai radicali dei cortei e dei digiuni, ai socialisti e ai democratici di sinistra di governo) cosa hanno fatto perché l’aborto non diventasse l’ultima spiaggia anticoncezionale?
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