"Pagine
corsare"
Saggistica
Carlo Lizzani, con
me due volte attore:
come "Leandro er Monco"
e "Don Juan"
di Stefano Stefanutto Rosa,
CinecittàNewsPaper
n. 4
Fu il produttore Dino De
Laurentiis a farmi conoscere Pasolini, quando mi suggerì la sua
collaborazione per realizzare un film su “er gobbo del Quarticciolo”, un
piccolo gangster di una borgata romana tra la via Tiburtina e la via Prenestina,
la cui vicenda fece molto scalpore nell’immediato dopoguerra a Roma. Siccome
si parlava molto di Pasolini per il successo dei
suoi libri di ambiente e
sottoproletariato romani, gli venne chiesto di dare una mano alla stesura
della sceneggiatura de Il gobbo (1960) che vedeva già impegnati
Luciano Vincenzoni e Ugo Pirro.
Nel corso della scrittura ci
furono degli scontri, sia per la differenza di carattere con Pirro, meridionale
e sanguigno, sia perché non c’era l’accordo su certe svolte che
Pasolini voleva dare al racconto. Poi tutto si ricompose, tant’è
che nessuno dei due ritirò la firma dal film. Nel corso della sua
collaborazione, osservandolo e vedendo la fisionomia, mi parve adatto per
interpretare il personaggio di Leandro, detto “er monco”, un ex partigiano
della stessa borgata del “gobbo”, e che, torturato dai nazifascisti, ha
perso la mano.
Nel film Pasolini è
un personaggio di una certa rilevanza, un po’ l’antagonista del “gobbo”,
anche lui un ex partigiano. Dopo la Resistenza, il “gobbo” con i suoi vent’anni
e i suoi sogni, vuole realizzare nella borgata la sua utopia, cioè
tutto e subito. E quindi diventa una specie di Robin Hood: sequestra camion
dei borsari neri e distribuisce la farina alla gente del Quarticciolo,
vuole riscattare le prostitute. Tutte azioni che lo collocano fuori della
legge, mettendolo in contrasto con i partigiani che, più maturi
di lui, si danno alla pratica politica. Invece il “monco” è ben
oltre la legge, non gli importa nulla, lui stesso sfrutta le prostitute.
Insomma un personaggio piuttosto spietato e abietto, alla fine un rivale
del “gobbo” perché gli sottrae terreno sotto i piedi, passando poi
con la malavita.
L’esperienza sul set tornò
utile per Accattone. Pasolini attore era disinvolto, anche perché
allora la consuetudine di tutto il nostro cinema era quella di doppiare,
come è accaduto
con molti nostri attori
e attrici. Nel suo caso, benché avesse scritto con perizia i romanzi
in dialetto romano, la voce aveva le risonanze del Nord Italia. Pasolini
accettò questo ruolo, forse per due ragioni. Per l’indiscusso narcisismo
della sua personalità che lo portò poi a recitare in altri
film, come Edipo re, Il Decamerone, I racconti di Canterbury.
La seconda ragione è che, essendo alla vigilia del suo debutto,
Accattone
che
avrebbe girato di lì a poco, forse sentiva la necessità di
entrare nei meccanismi della fattura di un film. Infatti sul set approfittava
delle lunghe pause che ci sono sempre per gli attori, per avvicinarsi agli
elettricisti, agli operatori di macchina, alla segretaria di edizione,
insomma ai vari tecnici, interessato proprio a conoscerne gli aspetti professionali
e artigianali. Lo disse poi in qualche intervista che la frequentazione
del mio set, non che io fossi stato il suo maestro, gli era stata anche
utile. Quel ruolo gli aveva permesso di entrare nella bottega del cinema,
vedendone i risvolti quotidiani più faticosi, più avventurosi
anche, che accadono nel corso della lavorazione di un film.
Nessuno pensava che Pasolini
avrebbe mostrato già nel suo primo film una sicurezza tale, una
bravura nella conduzione di attori e macchina da presa. Mi fa piacere pensare
che forse qualcosa della sua esperienza sul set de Il gobbo gli
è stata utile. Si era innamorato della
borgata romana, la frequentava,
quando lavoravamo a Il gobbo, ricordo che conosceva tanti ragazzi
e ragazze dei luoghi in cui giravamo. Ci sono fenomeni in tutta la storia
dell’arte, non solo del cinema, di immedesimazione, penso a Paul Gauguin,
di determinati artisti che, seppure lontanissimi da certe realtà
locali, finiscono per diventarne gli interpreti più fedeli che non
i nativi.
Un professionista senza atteggiamenti
divistici Lo scelsi ancora come attore nel 1966, sapendo che lui avrebbe
gradito, per il film Requiescant, nel ruolo del prete pistolero
don Juan, che aveva due seguaci impersonati da Ninetto Davoli e Franco
Citti [1]. Un western, ambientato in un ideale Messico,
che evocava, come molti western italiani di allora, le lotte
contadine, le rivolte dei
poveri peones contro i grandi proprietari terrieri. In fondo era una metafora
di certe realtà che il Mezzogiorno d’Italia aveva vissuto nel dopoguerra
e che allora erano ancora presenti con il latifondo e i braccianti.
Negli anni ’60 noi registi
abbiamo tutti girato western, ma lo consideravamo un genere minore, e la
presenza allora di Pasolini, ormai regista di successo, sembrò convalidare,
dare un marchio di “nobiltà” al genere. Tra noi due sul set c’era
rispetto reciproco. Nonostante fosse
un regista autorevole, fui
gratificato dal fatto che sul set si comportò come un attore professionista,
senza interferire nelle battute o un atteggiamento divistico. Ascoltò
invece tutti i miei suggerimenti.
Dopo questo film siamo sempre
rimasti in contatto, ma la nostra amicizia, come tante altre amicizie tra
registi, ha seguito la parabola discendente del cinema italiano, non dal
punto di vista artistico, ma da quello della compagine, della complicità
di gruppo che c’erano nell’immediato dopoguerra fino agli anni ’60. Quella
frequentazione tra cineasti anche di opposte tendenze, quel ritrovarsi
negli stessi ristoranti andarono persi, e i contatti via via si allentarono.
VEDI
LA RIVISTA ORIGINALE DA CUI È TRATTO IL BRANO (IN FORMATO PDF)
Le immagini sono tratte dal
film Requiescant di Carlo Lizzani
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[1] In
effetti, soltanto Ninetto Davoli è seguace del prete-pistolero-don
Juan-Pasolini, mentre Franco Citti impersona uno dei classici "cattivi"
al servizio del latifondista descritto nel film. (ndc).
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