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Saggistica I bambini del medioevo
Per tutto il corso della prima metà del Novecento i bambini figli dei contadini italiani vivevano in una condizione e in una società quasi primitiva non molto dissimile da quella del medioevo. A parte casi particolari, nonostante l’estrema miseria, non erano sopraffatti dalla bieca disperazione, non erano dei bruti; anzi, avevano un patrimonio di sapienza e di cultura popolare che apprendevano oralmente, e, a loro volta, quando diventavano adulti, trasmettevano inconsapevolmente ai propri figli. I bambini di oggi che hanno apparentemente tutti i comfort – o meglio, le cose voluttuarie e inutili della modernità – e sanno abilmente usare il computer e il telefonino, mi pare che spesso manchino di qualcosa che non è materiale e di cui i bambini poveri di cento anni fa erano ricchi: la magia della vita, l’immaginazione poetica, la speranza in un mondo più umano. Molti bambini di oggi sono già come i grandi: pragmatici, cinici, disillusi. La loro vera scuola non è l’istituzione scolastica ma certi programmi televisivi da cui emerge il modello di uomo menefreghista e opportunista. Già nell’ottobre del 1975 Pier Paolo Pasolini scrisse un articolo apparso sul Corriere della Sera in cui proponeva provocatoriamente la chiusura temporanea della scuola dell’obbligo e della televisione perché l’una offriva ai giovani una educazione e una cultura fasulla “piccolo borghese”, mentre l’altra imponeva dei modelli di vita basati sulla stupida edonè. Attenzione, non diceva di chiudere le Chiese, anzi gridava quello che i vescovi tacevano, ossia che il modo di vivere “moderno“ era in antitesi ai principi cristiani della pietà e della carità. Trent’anni dopo credo che la situazione sia gravemente peggiorata. Forse ancora alle Elementari la scuola riesce a plasmare e a indirizzare i fanciulli verso i valori umani. Ma man mano che i bambini diventano grandi e salgono i gradini delle istituzioni scolastiche la maggior parte di essi, nonostante l’impegno di ammirabili docenti e direttori didattici, si fanno ammaliare dall’irrealtà televisiva. La televisione risulta vincente perché non impegna il ragazzo, non lo sottopone a verifiche; anzi, attraverso un fine meccanismo psicologico basato su modelli di vita, gli piega la volontà. Non è inverosimile il caso di molti laureati o laureandi di qualsiasi facoltà che la sera, invece di aprire un buon libro, preferiscono stare passivamente davanti alla televisione a guardare la finta candid camera dei reality. Questi giovani studiano a pappagallo e danno gli esami con lo spirito competitivo di chi si sente in una gara e intende strappare la laurea per prestigio sociale e impiegarla per l’accaparramento di maggiori privilegi. Se i laureati sono la classe dirigente della nazione oggi possiamo ben dire di avere già la prima leva dei figli della televisione, un esercito di intellettuali mediocri e incapaci, i quali, grazie a favori non meglio nominabili, sono disseminati in tutti i gangli delle istituzioni. Trent’anni dopo l’analisi pasoliniana la prospettiva che l'impero globale televisivo detenuto dai potentati economico-politici continui ad essere di fatto la vera scuola, e, di contro, l’istituzione scolastica e la Chiesa si mostrino sempre più incapaci di ergersi a modelli umanistici forti e autentici, ci apre la panoramica su di un futuro eufemisticamente torbido. Non capire o far finta di non capire che l’istituzione scolastica ha un fine umano soltanto se viene gestita autonomamente, svincolata dalle dominazioni para partitiche, significa volere la perpetuazione del degrado intellettuale ed umano verso cui stanno sospingendo i fanciulli e i giovani italiani.
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