
|
|
|
Saggistica Gli occhi di Pasolini
I suoi erano infatti occhi che non guardavano, vedevano; e ogni volta una folgorazione visiva accompagnava la sua relazione con il mondo. Di qui, quella specie di saturazione di immagine nelle sue scritture, e l’ansia di sperimentare il linguaggio della cinepresa, cui si associavano suggestioni sinestetiche. Ma non era multimedialità. Pasolini non parlava con più mezzi contemporaneamente. Non praticava sincronicamente linguaggi diversi. Dilatava i sistemi espressivi (divina mimesis) nella giustapposizione delle cifre: e i discorsi si assolutizzavano. La vertiginosa presenza della musica classica, di Bach in particolare, si accampava “iuxta“ uomini storie spazi. Ed ogni forma prendeva un valore sintropico pur in una sua orbita indipendente; come fiumi indipendenti dai mari quando pure si confondono alla foce. Accadeva infatti proprio questo: parola suono immagine si incontravano senza incrociarsi e si ergevano in assolutezza espressiva solitaria proprio per essere l’una accanto all’altra. Così rappresentava la vita come enigma, la bellezza come necessità, l’amore come umano schema di relazione, i linguaggi come forme di contemplazione, al di qua della comunicazione. ![]() ![]() Un atelier en plein air dove le luci del cielo, le ombre fra le palazzine o le baracche, i percorsi fra i banchi dei mercati, giocavano un ruolo tutto tranne che realistico. Era il ruolo, metafisico non meno che naturalistico, della luce dei pittori del sublime Quattrocento o del sublime Seicento: niente a che fare con la Metafisica o i Valori Plastici del Novecento. Niente a che fare con Carrà, Sironi e con quel purismo intellettualistico se pure eroico e monumentale. Piuttosto il silenzio plastico assoluto di Morandi, le vibrazioni di De Pisis, le lacerazioni di Burri. Nulla di decadente. Certo la Maniera lo seduceva. Lui la chiamava stile. E cercava lo stile come un Assoluto. Teneva dietro, con neoplatonica tenerezza, alla definizione della forma. Risiedeva anche qui il suo legame profondo con i valori della cultura del Novecento: la sua contemporaneità al razionalismo lirico di un Le Corbusier, che immaginava una vita metropolitana a misura d’uomo, in una pacificata Ville Radieuse, decorosa per tutti, con una tecnica amica dell’uomo; ed anche e forse più al funzionalismo espressionistico, alla Mendelsshon alla Schaaroun. ![]() ![]() La tecnica deprivata della forma, del linguaggio, dunque del senso. Pasolini aveva capito che lì si dichiarava la disfatta della modernità: esattamente il punto più vistoso e dolente di quella dissociazione fra progresso e sviluppo, dove passava la linea di frattura fra le generazioni che, nate in una cultura popolare autentica, avevano vissuto la guerra, e le generazioni che, dopo la guerra, erano assediate da nuove correnti di modelli, allotri e soverchianti. Irrimediabile, irrefrenabile malinconia. Qui, in questa periferia, si ostinava a cercare il senso della vita, ad osservare la morte, ad auscultare la bellezza. Per esempio, gli scorci di cielo alla Guercino con le nubi dense pastose e tenere (“…non piove più. Le nuvole sono come pareti lontane, che rendono il mondo pieno di raccoglimento, come un grande cortile… la notte - dentro le umide pareti di nubi - è raccolta come una chiesa “) e con le lune impastate e radianti ( “La notte e la vita sono così precarie che un po’ di luna - dietro l’ammasso di umido - sembra già l’alba, e l’alba la luna della notte avanti “). Qui gli incontri con i ragazzi con gli occhi neri, i capelli riccioluti dal corpo asciutto, proporzionato “come un Apollo”. Gli stessi che aveva scoperto in Caravaggio, con Roberto Longhi. Viene la tentazione di individuare in quella fase della sua vita l’imprinting sostanziale della sua percettività visiva ed insieme il talento che trasformava nelle sue pagine ogni operazione descrittiva in contemplazione, in visione. (Il rischio di istituire corrispondenze tutte soggettive e proiezioni individuali, del lettore sul poeta, si corre realmente: per non rischiare di tradire Pasolini bisognerebbe tacerne. Perdoni il Poeta l’improntitudine dell’azzardo.) ![]() ![]() Quel mistero di presenza artificiale che lo incantava, nell’opera di Caravaggio, e che si connetteva all’uso dello specchio e della camera oscura, avvolgeva le nature morte e gli eroi delle storie dove sentiva come una funerea valutazione della vita. Un velo di morte sembrava presiedere per lui all’opera caravaggesca come un suo proprio demone; e tale percezione sembrava come divenire consustanziale a Pasolini stesso anche laddove il suo espressionistico vitalismo sembrava celebrare un’ intensa joie de vivre. Non c’è soluzione di continuità fra le storie raccontate fra il ’50 ed il ’66 (ora raccolte, dopo la garzantiana Alì dagli occhi azzurri, nella einaudiana” Storie della città di Dio“), quelle dei set cinematografici, gli articoli dei reportages di viaggio, l’appello all’UNESCO. per Sana’a, il documentario su Orte. La passione per le forme della città, dei paesaggi, non era inferiore alla passione per l’uomo. Così era in grado nelle sue memorabili descrizioni di ricomporre in una parola, un mezzo giro di frase, secoli di civiltà. Paesaggi e paesi, capiva bene, erano tutt’uno.La forma materiale, urbana, ed il colore delle nebbie autunnali magari, non erano associazioni casuali, né casuali le relazioni città-campagna .Memorabile il documentario su Orte, e direi struggente come quello sulle mura di Sana’a, che lui definisce una piccola Venezia mediorientale. ![]() ![]() Poeta sempre, lucido profeta. L’azzeramento dei filtri idealizzanti, proprio come Caravaggio, lo potevano condurre diritto ad una percezione tanto concreta quanto metafisica delle cose così come l’abbozzo di sceneggiatura poteva generare un genere letterario, una nuova prosa d’arte. Esattamente come Caravaggio nella natura morta aveva scritto un nuovo capitolo oltre i generi classici della pittura profana. Oltre.Pasolini come Caravaggio andava oltre. In lui continuava l’Avanguardia reale, quella che non si era esaurita all’indomani della prima guerra mondiale, quando un diffuso “ritorno all’ordine “ aveva riformulato la ricerca figurativa europea contemporanea. Il passato, che a molti artisti ed intellettuali sembrava o riserva di prelievi neo-storici (la tipica situazione dello stilismo post moderno) o freno al nuovo, era per lui la gloria di un’appartenenza ideale, una scuola interiorizzata, un universo di esperienza in cui liberare emozioni e pensieri. “La scandalosa forza del Passato”. Anche lì praticava la ricerca dell’autentico, del reale, come nel mito classico dove, per esempio, nella Medea di Maria Callas fissava un’idea inquietante di femminilità arcaica attraverso il modulo solenne delle korai, donne divinamente panneggiate, dalle acconciature monumentali, simmetriche, frontali, ieratiche. Ancora, dentro Caravaggio, Annibale Carracci, Pontormo, fin su a Piero Masaccio Giotto, cercava il cuore delle invenzioni compositive degli antichi poeti di figura, dove sentiva la forza rivolgente della visività. Gli scorci amari di un corpo disteso, abbandonato, con gli snodi dei polsi evidenti, folgorava la postura dei suoi attori come quella del cadavere divino del Cristo. Così, dopo Mantegna, nell’età della Controriforma, il” Cristo morto “di Annibale Carracci di Stoccarda. La pura incantevole modestia delle Madonne gli suggerivano, invece, la tenera giovinetta bruna del Vangelo di Matteo, pensata quasi al tornio formale della Vergine del parto di Piero della Francesca; di primigenia disarmante integrale raffinatissima semplicità. Raffinatezza dell’autentico e verità del sublime. Non aveva paura del sublime, lo distingueva bene dal lirismo accademico. E la sua era ispirazione intima: nessuna volontà di citazione colta, anche quando organizzava, davanti alla cinepresa, dei tableaux vivants. Lì dimostrava, in realtà, che il cinema poteva essere un sistema interpretante, come la critica d’arte. Oltre l’accademia, oltre il prevedibile: infatti si allineava, sul suo fronte solitario ed esistenziale, con le sperimentazioni critiche di Carlo Ludovico Ragghianti, o con la filosofia dell’astanza, la fenomenologia erta e poetica di Cesare Brandi. Mentre bolliva continuamente in lui la furia iconoclasta insieme ad un’ansia di costruzione, e di rigore. ![]() ![]() Ricercatore di caratteri, Pasolini, un fisiognomico catturato dal mistero delle facce. Ma nella sua infinita galleria di ritratti, nuovo Teofrasto , cercava nella lingua e più ancora nel gergo, il mistero di una umanità fuori dalla storia, lontana dalla civiltà dei padri, come se un cataclisma storico avesse di colpo cancellato generazioni intere e avesse reso impraticabile ogni memoria. Era questo il sonno di Ilaria. Ilaria - Italia. Italia di paesi borghi città che stava smarrendo se stessa. Di Dante e Boccaccio, di Michelangelo e Brunelleschi. Lui, profeta impotente, vedeva.
LE FACCE DI PASOLINI - Una carrellata di facce scelte da Pasolini per il suo Vangelo secondo Matteo [fotogrammi tratti dal film]. Impersonano alcuni tra i feroci esecutori della strage degli innocenti disposta da Erode. Pasolini in buona parte li ha vestiti come i componenti delle mai troppo vituperate squadracce fasciste. |
|
|