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"Pagine
corsare"
Saggistica
Forme di
anti-novel
da I
Falsaria Petrolio
di Paolo Lago
Ne I Falsari di André Gide l’istanza
narrativa è demandata ad un narratore rivestito –
secondo la definizione di Genette – di una “funzione
ideologica” (o “funzione interpretativa”)
(1) . Cioè, l’autore stesso interviene,
in determinati casi, all’interno della narrazione,
commentando lo svolgersi della stessa, il suo senso e i suoi temi.
Comunque, Gide si cela, nel testo, anche sotto la figura di un
personaggio, uno scrittore, Edouard, il quale non a caso sta
scrivendo un romanzo che si intitola significativamente I
Falsari. Allora, si potrebbe affermare che la “funzione
ideologica” del narratore – la quale all’interno
del libro è sempre presente, rivestita dall’autore Gide
– in certi momenti si incarna nella figura del personaggio
Edouard. Assistiamo perciò ad una sorta di meccanismo di
mise en abîme dell’intera struttura narrativa: al
centro del romanzo I Falsari di Gide sta un altro romanzo, omonimo,
progettato e abbozzato da Edouard.
Ci troviamo di fronte,
quindi, ad un romanzo sul romanzo, sulla letteratura, nel solco di
quella linea del metaromanzo inaugurata da Laurence Sterne.
Infatti, nel fulcro dell’opera, oltre all’abbozzo
narrativo di Edouard, incontriamo anche un’accesa
querelle fra riviste e correnti letterarie dell’epoca:
il libro uscì nel 1925, in piena temperie culturale
surrealista (bisogna ricordare, inoltre, che Gide stesso fu il
fondatore, nel 1909, di una rivista letteraria importante
anche in ambito europeo, la “Nouvelle revue
française”). Nell’ambito della
metaletterarietà de I Falsari bisogna includere anche
un’interessante osservazione svolta dal narratore:
“questo romanzo potrebbe anche non finire”. Tale
osservazione viene presentata al lettore come progettuale, come una
riflessione dell’autore sulla propria opera (quindi, un
narratore costantemente presente sulla scena, segnato da quella
“funzione ideologica”, e non totalmente azzerato, come
nel romanzo naturalistico). In effetti, si potrebbe affermare
che I Falsari termina quasi ex abrupto (certo
non portando agli estremi questa modalità narrativa, come
invece fanno i finali del Viaggio sentimentale e del Tristram
Shandy di Sterne, secondo l’analisi di Sklovskij) (2), lasciando la dimensione del racconto sostanzialmente
aperta; infatti, l’ultima frase del libro, pronunciata da
Edouard, suona così: “sono proprio curioso di conoscere
il piccolo Caloub”. Questa affermazione ‘aperta’
appare anche rivestita di connotazioni catartiche: infatti, poco
prima abbiamo assistito alla scena del suicidio di un bambino
– spinto a questo atto da tre suoi ‘demonici’
compagni di classe – durante una lezione, scena accompagnata
da riflessioni sul carattere ‘necessario’ del male nel
mondo, voluto inderogabilmente da qualsiasi autorità divina.
Il finale del romanzo di Gide, perciò, assume le connotazioni
di un’anticlosure, una fine che solo apparentemente
è tale, e che stimola la fantasia del lettore verso nuove
situazioni narrative. Quest’ultimo, grazie al meccanismo
dell’anticlosure, diviene capace, per usare le parole
di Federico Bertoni, di “un’attività di tipo
congetturale” (3); in tal caso,
però, le “congetture” del lettore non vengono
“confermate o modificate dall’evoluzione del
testo” - come nei luoghi del Tristram Shandy di Sterne
o di Manhattan Transfer di Dos Passos analizzati da Bertoni
(4) – poiché il testo qui finisce o,
meglio, finisce fisicamente per continuare nella mente del
lettore.
Il concetto di anticlosure
ci può rimandare alla formulazione di Gareth Schmeling
riguardo al Satyricon di Petronio, del quale non possediamo
la fine: quest’ultimo avrebbe potuto avere un finale
‘aperto’, ‘picaresco’, sospeso su nuove
avventure, non sulla base di un progetto autoriale, ma grazie allo
stato lacunoso del testo (5).
Comunque, Schmeling
arriva a congetturare per il Satyricon un finale
‘aperto’, ‘picaresco’, anche progettato
dall’autore, inferendolo dal carattere fondamentalmente
‘aperto’ dei precedenti episodi del romanzo. Quindi, lo
studioso americano, per citare ancora il saggio di Bertoni, mette
in atto la sua “attività di tipo congetturale” di
lettore-filologo, non attendendo una conferma alle sue congetture
dall’evoluzione del testo, ma basandole su avvenimenti
appartenenti alla parte conservata dell’intreccio.
L’anticlosure, nel suo determinare uno status
di apertura e di libertà formale ad un’opera, ci
può fare inoltre pensare alla negazione
dell’incipit messa in atto da Pier Paolo Pasolini nel
suo romanzo postumo Petrolio, uscito nel 1992, definito, fra
l’altro, come “un Satyricon moderno”
(6). Infatti, in nota all’Appunto 1 di
Petrolio leggiamo: “Questo romanzo non comincia”
(7); negando l’incipit, l’autore
intende negare la forma-romanzo tout court, cioè quella
struttura ordinata con un inizio, un centro e una fine che trova le
sue origini nelle teorie aristoteliche (8).
Inoltre, anche Petrolio, come I Falsari, possiede un
narratore connotato da quella “funzione ideologica” cui
si è accennato sopra. L’autore interviene
performativamente sugli appunti (poiché Petrolio, come
vedremo, è costituito da una congerie di appunti e di abbozzi
che dovevano rimanere tali anche nella stesura definitiva),
mettendo continuamente in discussione lo stesso andamento narrativo
dell’opera, la quale viene appunto a configurarsi come una
sorta di saggio. La “funzione ideologica” è
espressa prepotentemente dallo stesso io dell’autore, senza
veli, come leggiamo in una lettera a Moravia pubblicata in calce a
Petrolio: “…Ora in queste pagine io mi sono
rivolto al lettore direttamente e non convenzionalmente […]
io ho parlato al lettore in quanto io stesso, in carne e ossa, come
scrivo a te questa lettera, o come spesso ho scritto le mie poesie
in italiano” (9). L’autore non è
per nulla implicito, anzi, è egotisticamente presente,
realizzando quasi una forma di body art simile a quella
esposta all’occhio del lettore nelle sue raccolte di poesie,
realizzando un reportage accurato sulla ‘mutazione
antropologica degli italiani’ e sulla degradazione del
neocapitalismo maturo – dominato appunto dal dio petrolio
– come negli Scritti corsari e negli articoli
giornalistici.
La forma romanzo viene
comunque negata da Petrolio anche nella sua stessa
intelaiatura: come si è accennato, Pasolini pensava ad una
“edizione critica di un testo inedito” (10), ad un “metaromanzo filologico” (11), disseminato di lacune ricostruibili sulla base di
materiale giornalistico, fotografico, filmico; ad un’opera,
in tal modo, continuamente in fieri, basata su uno
status di abbozzo che la rende laboratorio filologico di se
stessa, tratto che percorre pressoché costantemente
l’ultima produzione pasoliniana (12). La
forma ‘in divenire’ di Petrolio appare mutuata
dal Satyricon di Petronio: infatti, quest’ultimo non
solo si presenta mutilo di parte iniziale e finale ma anche
attraversato, al suo interno, da una quantità impressionante
di lacune che lo rendono un vero e proprio laboratorio filologico.
Così scriveva Pasolini riguardo alla costruzione di
un’altra sua opera filologicamente incompiuta, La Divina
Mimesis, basata sul topos del ‘manoscritto
ritrovato’ (attivo, in letteratura, da Le Incredibili
Avventure al di là di Tule di Antonio Diogene, fino a
Cervantes, Manzoni, Poe, Eco): “Il libro deve essere scritto
a strati, ogni nuova stesura deve essere a forma di nota, datata,
in modo che il libro si presenti quasi come un diario […]
Alla fine il libro deve presentarsi come una stratificazione
cronologica, un processo formale vivente […] E poiché il
libro sarà un misto di cose fatte e di cose da farsi –
di pagine rifinite e di pagine in abbozzo, o solo intenzionali
– la sua topografia temporale sarà completa: avrà
insieme la forma magmatica e la forma progressiva della realtà
(che non cancella nulla, che fa coesistere il passato con il
presente ecc.” (13).
Ecco, Petrolio
appare veramente come la realizzazione di quel “processo
formale vivente” preconizzato dall’autore ne La
Divina Mimesis e fondato sulla struttura biologicamente
lacunosa del Satyricon. Il libro assume vita propria appunto
perché tende a coincidere con la scansione vitale delle pagine
di un diario, quindi con i ritmi della vita stessa. Pasolini
infatti scrive: “Io vivo la genesi del mio libro”
(14). Queste osservazioni ci permettono di
ricollegarci al romanzo di Gide; infatti, alle pagine di narrazione
pura presenti ne I Falsari, vengono intercalate delle non
brevi porzioni testuali presentate come stralci dal diario di
Edouard. La forma romanzo, in questo modo, viene
‘frenata’ da intersezioni ‘biologiche’
vitali, afferenti alle più intime considerazioni di un
personaggio. Ancora una volta, il novel viene messo in
discussione dall’anti-novel. La narrazione si
interrompe per lasciare spazio ad estetizzanti riflessioni di
Edouard più intimistiche e ad altre di carattere progettuale
sul romanzo di ‘secondo grado’ che il personaggio in
questione sta scrivendo (bisogna ricordare, fra l’altro,
quanto l’influenza di Gide sia stata determinante per la
costruzione psicologica dei personaggi dei romanzi
‘friulani’ di Pasolini, Atti impuri e Amado
mio). Queste inserzioni progettuali contribuiscono a fare de
I Falsari un metaromanzo, un romanzo che parla di
letteratura e di letterati. Anche Petrolio è
un’opera che, nata da un crogiuolo di letteratura (la sua
intelaiatura, infatti, non è basata solamente sul
Satyricon, ma su molte altre opere che vanno dalle
Argonautiche di Apollonio Rodio fino ai Demoni di
Dostoevskij, da Platone fino a Sterne e Strindberg), si svolge
perseguendo le volute di un cursus biologico e vitale,
diventando “interminabile” appunto perché
costruita sulla “forma magmatica” della vita (15).
Anche il Tristram
Shandy di Laurence Sterne sembra quasi dotato di una
interminabilità strutturale dovuta alla “forma
magmatica” di cui sopra; il romanzo sterniano comincia dal
concepimento dell’io narrante, perseguendo una struttura
profondamente digressiva: infatti, come ha osservato Wayne Booth,
l’andamento digressivo sterniano è stato ripreso da
Montaigne in un’opera biografica come gli Essais
(16). Quindi, in questo caso, all’andamento
del novel tradizionale, del racconto, si oppone il flusso
‘diaristico’ costituito da eventi non meccanicamente
legati all’intreccio, bensì afferenti ad un flusso
più vitale e ‘magmatico’.
Un’altra modalità di negazione del romanzo è
insita nella frequente definizione di Petrolio come
“poema”. Ora, in questa definizione non vedrei tanto un
riferimento alla struttura ‘chiusa’ e ordinata dei
poemi antichi, alla loro Ringkomposition, quanto un
riferimento, invece, alla loro costruzione onnicomprensiva;
cioè al fatto che essi comprendono molti spazi, molti tempi e
molti luoghi. Ad esempio, nell’Odissea e
nell’Eneide l’azione si sposta continuamente in
luoghi diversi (soprattutto nella prima, costruita sul viaggio
rivissuto in forma diegetica da Odisseo), fino all’Ade; le
epoche si accavallano grazie al meccanismo del ricordo;
l’istanza narrativa e affabulatoria è demandata ai
più svariati personaggi. Se Hegel e, poi, Lukács
pensavano al romanzo come a una sorta di epica borghese, se con
l’Ulysses di Joyce ci troviamo di fronte alla
celebrazione iperbolica della società capitalistica, filtrata
attraverso l’ottica di un’«opera mondo»
(17), forse Petrolio aspirava a
configurarsi come poema epico del neocapitalismo maturo. Infatti,
Pasolini progettava l’inserimento di una sorta di
“Argonautica” del mondo contemporaneo – modellata
sul poema di Apollonio Rodio – dove il vello d’oro
è sostituito dal petrolio, il nuovo dio, appunto, del
neocapitalismo della fine degli anni sessanta e dell’inizio
dei settanta. In questo poema non sarebbero mancate neppure scene
di battaglie: dalle descrizioni delle azioni di guerriglia nel
Medio-Oriente (incluse nelle “Argonautiche”), fino ai
diretti riferimenti alle ‘stragi di stato’
(manifestazioni fasciste, gruppi di destra che lasciano una bomba
alla stazione Termini, connessione fra alti funzionari dello stato,
politici, petrolieri, alti personaggi della finanza ed eversione
nera). E non sarebbe mancato neppure un elemento topico dei poemi
antichi, la catabasi: infatti, negli appunti dal 70 al 72g si
configura la discesa agli Inferi – di notte, vicino al
Colosseo – dei personaggi del Merda e della sua ragazza;
specchio, probabilmente, della discesa infernale che Pasolini
stesso compiva ogni notte nelle borgate, ormai completamente
degenerate nella violenza, fino a trovarvi la
morte.
Quindi, abbiamo visto
come l’andamento stesso della narrazione tradizionale possa
venire messo in discussione da una struttura
“magmatica” (per usare ancora la terminologia
pasoliniana), che ricalca il “magma” della realtà
stessa, della vita (Pasolini, negli ultimi anni, arrivò a
rifiutare in toto l’uso della scrittura – e quindi del
romanzo – preferendo ad essa la “lingua scritta della
realtà”, cioè il cinema: ecco, Petrolio,
come ‘antiromanzo’, si situa nettamente
all’interno di questo ‘rifiuto’). Siffatta
struttura “magmatica” deve perciò essere dotata di
confini labili, non demarcati, quindi essere connotata da un inizio
e una fine sostanzialmente ‘aperti’. Aperti per scelta
autoriale (e si potrebbe menzionare anche il finale di un romanzo
fantastico di Edgar Allan Poe – che, per il resto, è
assolutamente ‘tradizionale’ –, Le avventure
di Arthur Gordon Pym, la cui narrazione rimane misteriosamente
in sospeso sull’apparizione di uno strano essere) e non per
accidenti di incompletezza (ad esempio, un romanzo rigidamente
strutturato come Il castello di Franz Kafka finisce con una
frase che si interrompe sui puntini di sospensione marcati da un
laconico “fine del manoscritto”). In un caso, nella
letteratura antica, gli accidenti di incompletezza rafforzano
invece il senso di casualità di ogni avventura (18): è il caso del Satyricon di Petronio,
incompleto non certo per scelta autoriale, costruito su una
struttura ‘magmatica’ e intertestuale (19), una struttura basata sulla realtà vitale (che
frustra ogni volta le aspirazioni dell’ingenuo io-narrante
Encolpio) connotata da una straordinaria ‘apertura’,
funzionale all’andamento picaresco dell’opera. Ha tutte
le carte in regola, insomma, per essere definito come un
anti-novel. (20) Un anti-novel da
cui Petrolio attingerà a piene mani.
Paolo
Lago
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NOTE
(1)
G. Genette, Figure III, trad. it. Einaudi, Torino 1976, pp.
303-307 (Figures III, Paris, 1972).
(2)
V. Sklovskij, Teoria della prosa, trad. it. Einaudi, Torino
1976, p. 223 (O teorii prozy, 1925).
(3)
F. Bertoni, Il testo a quattro mani (per una teoria della
lettura), La Nuova Italia, Firenze 1996, p.
264.
(4)
Ibid., pp. 262-263.
(5)
Cfr. G. Schmeling, The Satyricon: the sense of an ending,
«RhM» 34 (1991), pp. 352-377.
(6)
P.P. Pasolini, Petrolio, Einaudi, Torino 1992, p.
3.
(7)
Ibid., p. 9.
(8)
Per uno sguardo d’insieme si veda E. Biagini, Racconto e
teoria del romanzo, Torino, 1983.
(9)
Petrolio, cit., p. 544.
(10) Ibid., p. 3.
(11) Definito così da Aurelio Roncaglia nella sua Nota
filologica posposta a Petrolio: cfr. ibid., p.
579.
(12) Basta pensare a diverse poesie di Trasumanar e
organizzar (1975) e anche, fra la produzione cinematografica
dell’ultimo Pasolini, agli Appunti per un film
sull’India (1967-68) e agli Appunti per
un’Orestiade africana (1968-73), nonché, fra le
opere letterarie, alla Divina Mimesis (pubblicata postuma
nel 1975) dove Pasolini finge di curare il testo di un autore
morto, ucciso a Palermo a colpi di bastone.
(13) P.P. Pasolini, La Divina Mimesis, ora in
Romanzi e racconti, vol. II (1962-1975), a cura di W. Siti,
Mondadori, Milano 1998, p. 1117.
(14) Petrolio, cit., p. 48.
(15) Si veda, a questo proposito S. Agosti, Opera
interrotta e opera interminabile, in A partire da Petrolio
(Pasolini interroga la letteratura) a cura di C. Benedetti e
M.A. Grignani, Longo, Ravenna 1995, pp.
113-120.
(16) Cfr. W. Booth, Retorica della narrativa, trad.
it., La Nuova Italia, Firenze 1996 (The Rhetoric of fiction,
Chicago, 1961 e 1983), p. 236: “Ma Montaigne dà molto di
più: un continuo resoconto della stesura del libro man mano
che viene scritto, e allo stesso tempo un ritratto del suo
personaggio come scrittore”, un procedimento, perciò,
molto simile a quello perseguito da I
Falsari.
(17) La definizione è di F. Moretti, Opere mondo
(saggio sulla forma epica dal ‘Faust’ a
‘Cent’anni di solitudine’), Einaudi, Torino
1994, sopr. la seconda parte.
(18) Cfr. F. Zeitlin, Petronius as paradox: anarchy and
artistic integrity, «Trans. Am. Phil. Ass.» 102,
1971, pp. 631-684, p. 653.
(19) La definizione di intertestualità si deve a J.
Kristeva, Le Texte du Roman. Approche Sémiologique
d’un Structure Discursive Transformationelle, Paris,
1970.
(20) La definizione è di G. Schmeling, Petronius and
the ‘Satyrica’, in Latin Fiction (The Latin
Novel in context), London-New York, 1999, pp. 23-37, p. 28:
“The differences between the Satyrica and the other
novels are consistent and intentional, however, but more in the
spirit of an anti-novel, an ‘other
novel’”.
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