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Saggistica La realtà delle
cose.
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C'è
qualcosa di aberrante nell'aria. Odore di torbido, nebbia che s'insinua
anche nelle menti più esercitate, nelle più ingenue c'è
lo smarrimento che nasce da un'impurità prima ignota.
Va in scena ogni giorno l'ambiguo, tradotto in parole sempre nuove, strane, insignificanti in assoluto, ma capaci in questo teatro dell'assurdo di creare un nuovo mondo, nuove regole, uomini virtuali. Mentre scompare la capacità di commisurarsi umanamente con la realtà della vita e della morte, ecco apparire (per mostruosa compensazione) un elenco infinito di diritti inviolabili e imprescindibili... a che cosa? Alla vita, ovviamente, alla privacy, al consumo libero e consapevole, all'infanzia, all'adolescenza e anche all'età matura. Insieme al diritto ad una vecchiaia assistita dagli altri e appena tollerata da tutti. E se mostri ancora, malgrado l'azione di questa spianata di diritti omologatori, qualche segno di diversità innata o acquisita, eccoti il diritto di fare ciò che vuoi, basta che tu lo faccia come tutti gli altri, e che sia sancito da qualche altro irrinunciabile diritto. E infine non si può prescindere dal diritto ad una morte dolce (dopo che ti hanno reso amara la vita), pur patendo un pizzico di legittimo e "religioso" imbarazzo. Da sempre il potere dà segnali più o meno evidenti nel migliore dei casi di pura cattiveria, nei peggiori di malafede e di opportunismo. Tuttavia mai come ora si avverte il peso insopportabile di una frode pressoché universalmente accettata, goduta dai soliti furbi, patita dai soliti diseredati. Perché mentre eravamo occupati ad orientarci in questo ginepraio di nuovi e fantastici diritti, venivamo privati della capacità (non legittima perché naturale) di distinguere, giudicare, respingere o accettare, in nome di un valore che non aveva bisogno d'essere nominato, definito, circoscritto, sancito e regolato: la realtà delle cose, umane e non umane. La realtà che nasce dalla memoria, dall'esperienza, dall'intelligenza individuale e dalla sensibilità collettiva, dalla coscienza di "uomini in proporzioni umane", cresciuti con fatica lungo secoli di sudata civiltà. Una realtà fatta anche di leggi, più e meno giuste, di doveri e di diritti faticosamente conquistati, cioè di quel difficile e spesso deludente rapporto che ogni popolo deve trattenere con il potere, dal quale comunque tiene saggiamente le distanze... Ma ben altro è il quadro attuale... .[...] Ahinoi! come ci appariva folle Pasolini in quei mitici anni Settanta di lotte e di diritti civili, quando rivolgendosi a coloro che stavano così malamente decidendo del nostro futuro, diceva: "Voi pensate ai nostri doveri, che ai nostri diritti ci penseremo noi, se vogliamo!" . |
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